Analisi e Commento Quel rosignuol che sì soave piagne


FRANCESCO PETRARCA

QUEL ROSIGNUOL CHE SÌ SOAVE PIAGNE

dal CANZONIERE

– ANALISI E COMMENTO –

Forma Metrica

Dal punto di vista della struttura metrica, Quel rosignuol che sì soave piagne ha la forma del sonetto. Il testo si compone di quattordici versi, tutti endecasillabi, ripartiti in quattro strofe: le prime due strofe sono formate da quattro versi (e perciò si definiscono “quartine”), le successive due strofe sono formate da tre versi (e perciò si definiscono “terzine”). La rima è “alternata” sia nelle quartine, sia nelle terzine. Lo schema delle rime è: ABAB, ABAB, CDC, CDC.

La rima campàgne – accompàgne è una rima ricca, perché la parte uguale tra i rimanti non si limita alla porzione di parola che va dalla vocale accentata in poi (-ÀGNE), ma comprende anche le due consonanti – M + P –.

Per le stesse ragioni, anche la rima consòrte – sòrte è una rima ricca (-S+ÒRTE).

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Contenuto

Il canto straziante di un usignolo, che lamenta la perdita della compagna o della prole, suscita nel poeta (in lutto per la morte di Laura), sconsolate riflessioni sulla caducità di ogni bene terreno, sul destino di morte che attende tutti i vivi, sulla futilità delle illusioni umane. Petrarca esprime con toni dolenti l’amarezza che egli prova nel piegarsi all’accettazione di queste realtà, ma al contempo presenta quest’accettazione come qualcosa a cui egli non può sottrarsi, riconoscendo alla propria luttuosa vicenda il valore di una lezione, che la provvidenza gli ha impartito proprio affinché egli apprendesse che tutto, nel mondo, è caduco e vano.

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> Prima quartina

La prima quartina è interamente occupata da un’immagine di carattere naturalistico che Petrarca riprende da un passo delle Georgiche: un usignolo, con il suo canto malinconico, piange la morte dei figli o della compagna, riempiendo l’aria e le campagne del suo doloroso lamento.

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> Seconda quartina

Il lamento dell’usignolo raggiunge le orecchie del poeta, che a sua volta si trova in uno stato di profonda sofferenza, determinata dal fatto che Laura è morta (tra l’usignolo e il poeta esiste perciò una precisa analogia: ad entrambi la morte ha tolto l’amata, ed entrambi sfogano nel canto i patimenti che provano per la perdita). Petrarca comincia così a riflettere sul dolore che lo affligge, e ne dà una lettura di tipo religioso-penitenziale: il poeta attribuisce a se stesso la colpa di quel dolore, ed afferma che se soffre, lo deve unicamente al fatto di aver lungamente ingannato se stesso, respingendo l’idea che Laura fosse destinata a morire come ogni altro essere umano.

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> Prima terzina

Amareggiato, Petrarca prorompe in due dolenti esclamazioni.

– Con la prima, il poeta commisera con enfasi la futilità delle illusioni umane, compatendo implicitamente se stesso per l’ingenuità con cui si è offerto all’inganno di credere immortale Laura.

– Con la seconda, che ha la forma di una domanda retorica, Petrarca dà sfogo alla propria incredulità per l’azione che la morte ha esercitato sugli occhi dell’amata, trasformandoli in polvere.

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> Seconda terzina

Nella terzina conclusiva, Petrarca chiude il movimento del proprio pensiero attribuendo un senso “superiore” all’esperienza straziante della perdita di Laura. Il poeta afferma che la morte dell’amata, e il dolore che ne è derivato, sono serviti a far maturare in lui l’amara consapevolezza di come, nel mondo, nulla che dia piacere sia destinato a durare.

La visione della vita

Nel sonetto Quel rosignuol che sì soave piagne, Petrarca esprime una concezione della vita molto negativa, ispirata ai punti di vista tipici del cristianesimo medievale più cupo. Il poeta, partendo dall’esame della propria vicenda personale (con particolare riferimento all’esperienza della perdita di Laura), conclude infatti che le leggi che governano l’esistenza degli esseri umani sono proprio gli assunti più “duri” e negativi del pensiero religioso:

– tutto ciò che dà piacere è labile e destinato a finire;

– un destino di morte e polvere attende tutto ciò che è terreno;

– le certezze umane sono solo futili illusioni;

 

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Le affermazioni di carattere universale

I momenti culminanti del sonetto sono rappresentati dalle due affermazioni di carattere universale che Petrarca introduce ai versi 9 e 14:

– v. 9: O che lieve è inganar chi s’assecura; > che racchiude l’idea della futilità delle illusioni umane;

– v. 14: … nulla qua giù diletta e dura > che racchiude l’idea della caducità dei beni terreni;

Queste affermazioni costituiscono di fatto gli approdi della riflessione del poeta, e sintetizzano gli insegnamenti di validità generale che egli sente di aver appreso dalla propria vicenda personale. L’enunciazione in forma di sentenza, vale a dire con un tono che ricorda quello delle massime e dei proverbi, ha lo scopo di sottolineare il carattere assoluto e privo di eccezioni delle verità enunciate.

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Le coppie di vocaboli

La tendenza petrarchesca all’uso di costrutti binari, ossia coppie di vocaboli omogenei sul piano grammaticale o del significato, è ben rappresentata del testo, nel quale ricorrono frequentemente strutture a due membri:

Verso 2: suoi figliesua consorte;
Verso 3: il cielo ele campagne;
Verso 4: sì pietose escorte;
Versi 5 – 6: m’accompagne e mi rammente;
Verso 7: altri eme;
Versi 10 – 11: sol chiari eterra oscura.

Tra queste coppie spiccano le due finali, densissime di significato:

Verso 13: vivendo e lagrimando (propriamente un’endiadi: che ha la funzione di sintetizzare l’idea, centrale nel testo, di come la vita non sia altro che un doloroso apprendistato nel quale la lezione si impara al prezzo delle lacrime);

Verso 14: diletta e dura(che ha la funzione di sintetizzare l’altra idea portante del testo: la caducità di tutti i beni terreni).

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Figure retoriche:

Metafora v. 8

All’interno del testo è presente una metafora di grande rilievo: quella che compare al v. 8 quando il poeta afferma: e’n dee non credev’io regnasse Morte. Con questa metafora, che introduce l’immagine della Morte “sovrana” tra le dee, Petrarca vivacizza e sottolinea l’idea che un destino di morte attende invariabilmente chiunque sia vivo, senza eccezioni.

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Iperbole v. 10

Al verso 10, Petrarca introduce un’iperbole, poiché dà una descrizione volutamente esagerata della luminosità dello sguardo di Laura, attribuendo agli occhi di lei uno splendore superiore a quello del sole.

L’esagerazione ha lo scopo di far risaltare lo scarto tra la passata bellezza degli occhi della fanciulla, e la condizione di polvere scura in cui la morte li ha ridotti, conferendo così energia a due immagini strettamente collegate al tema centrale della vanità:

– l’immagine del disfacimento del corpo che attende tutti gli esseri umani dopo la morte;

– l’immagine della labilità della bellezza.

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Esclamazioni vv. 9 e 11

All’interno del sonetto sono presenti due esclamazioni retoriche:

– v. 9: O che lieve…!

– v. 11: Chi pensò mai…?

Il tono esclamatorio viene impiegato da Petrarca per aggiungere particolari note emotive alle sue dichiarazioni, e mettere in risalto i concetti espressi:

– La prima esclamazione connota di “amarezza” la constatazione della facilità con la quale gli esseri umani si offrono al piacevole inganno di credere eterno ciò che è in realtà caduco e vano;

– La domanda retorica Chi’l pensò mai…, viene impiegata da Petrarca per suggerire una sensazione di stupefatta incredulità, ed ha la funzione di mettere in evidenza la naturale indocilità dell’essere umano ad imparare l’amara lezione della vanità delle cose terrene.

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Altre figure:

– L’espressione il cielo e le campagne, al verso 3, può essere considerata un’endiadi, poiché i due termini coordinati suggeriscono un unico concetto, che è l’idea di “tutto lo spazio”, “ogni luogo”.

– Le espressioni: altri e me; sol chiari e terra scura; e diletta e dura sono antitesi (nel caso di diletta e dura l’antitesi è solo nel discorso del Petrarca, perché i due termini di per sé non hanno significati opposti).

– Ai versi 5 e 6, c’è l’anafora di et in principio di verso.

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Temi convenzionali e originalità

Presi di per sé, tutti i temi che Petrarca affronta nel sonetto Quel rosignuol che sì soave piagne risultano assolutamente convenzionali e derivati dal filone religioso della vanitas vanitatum (l’idea cristiana della vanità e la caducità di tutto ciò che è terreno).

Ciò però non vuol dire che il testo non possieda originalità e personalità, ma semplicemente che la sua originalità non va ricercata nella scelta dei temi, bensì nella prospettiva intima e personale in cui il poeta colloca i temi che affronta.

Se ci si pone nella visuale corretta, si vede che nel sonetto, gli aspetti “teologici” e “normativi”, generalmente dominanti nei testi coevi che trattano temi d’ispirazione religiosa dello stesso tipo, non hanno alcuna rilevanza, mentre l’attenzione del poeta è tutta per le questioni psicologiche e morali connesse all’interiorizzazione del messaggio religioso.

Detto in altre parole, la poesia non parla veramente di temi religiosi, parla dell’amarezza che il poeta prova nel piegarsi all’accettazione delle dure leggi che reggono questo mondo, leggi che la religione ha messo a fuoco già da tempo.

Ed infatti gli autentici nuclei lirici del sonetto non sono i principi religiosi, ma:

– il prezzo umano che il poeta ha dovuto pagare per persuadersi della vanità delle cose terrene;

– le esperienze luttuose e intensamente dolorose che egli ha dovuto attraversare per sviluppare la sua consapevolezza;

– la desolazione morale che egli prova ora che conosce la verità;

– l’indocilità tutta umana con cui si rassegna all’ordine delle cose.

In questa prospettiva biografica e soggettiva anche temi di per sé convenzionali, assumono personale intensità.

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