Parafrasi e Commenti

Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima, parafrasi

ROSA FRESCA AULENTISSIMA

PARAFRASI DEL TESTO

Rosa fresca aulentissima è un contrasto composto da 32 strofe nel quale Cielo d’Alcamo mette in scena il dialogo tra un giullare e una fanciulla. Nel corso del dialogo il giullare avanza richieste d’amore e la fanciulla ribatte con rifiuti, dapprima risoluti, poi via via meno convinti, fino alla resa finale. Il testo è costruito in forma radicalmente “contrastiva”, vale a dire come un serrato “botta e risposta” nel quale c’è una perfetta corrispondenza tra strofe e battute dei personaggi e una perfetta alternanza tra le voci dei due protagonisti. Il componimento nasce come parodia delle situazioni, delle immagini e del linguaggio della poesia illustre di scuola siciliana e provenzale. L’intento parodistico viene perseguito dall’autore per mezzo della commistione di registri linguistici e letterari diversi, vale a dire mescolando gli stilemi della lirica aulica (e il volgare siciliano illustre, ricco di francesismi), con le forme marcatamente dialettali del registro basso. Attraverso la lingua “mista” dei protagonisti l’autore caratterizza in maniera comica la situazione, che viene a presentarsi al lettore come il maldestro tentativo di due zotici di imitare i modelli di seduzione cortesi, tipici degli ambienti aristocratici.

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GIULLARE:

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«Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state,

le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:

tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;

<< Oh fresca rosa profumatissima che appari all’arrivo dell’estate, le donne ti desiderano, sia le fanciulle che le donne sposate, tirami via da questi fuochi, se ne hai la volontà (se t’este a bolontate: lett. se la cosa ti sta a volontà).

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per te non ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia».

A causa tua non ho pace (abento: requie, pace, riposo) né di notte che di giorno, pensando sempre a voi, mia amata! >>

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FANCIULLA:

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«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.

Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,

l’abere d’esto secolo tutto quanto asembrare:

<< Se ti tormenti a causa mia, è la follia che te lo fa fare, potresti arare il mare, seminare ai venti, radunare tutta la ricchezza di questo mondo:

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avere me non pòteri a esto monno;

avanti li cavelli m’aritonno».

eppure non mi potresti avere in questa vita, piuttosto mi rado i capelli >>

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GIULLARE:

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«Se li cavelli artónniti, avanti foss’io morto,

ca’n issi sí mi pèrdera lo solaccio e ’l diporto.

Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l’orto,

<< Se ti tagli i capelli, che io possa morire prima, perché insieme a loro mi perderei il diletto e la gioia, quando passo di qui e ti vedo, fresca rosa di giardino,

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bono conforto dónimi tuttore:

poniamo che s’ajúnga il nostro amore».

mi procuri sempre una piacevole gioia, decidiamo che ad essa si aggiunga il nostro amore >>.

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FANCIULLA:

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«Che ’l nostro amore ajúngasi, non boglio m’atalenti:

se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti,

guarda non t’arigolgano questi forti correnti.

<< Che vi si aggiunga il nostro amore non voglio che mi piaccia, se ti trova qui mio padre con gli altri miei familiari, bada bene che questi rapidi corridori non ti acchiappino!

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Como ti seppe bona la venuta,

consiglio che ti guardi a la partuta».

Visto che sei stato fortunato al tuo arrivo, ti consiglio di star attento alla partenza! >>

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GIULLARE:

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«Se i tuoi parenti trovanmi, e che mi pozzon fare?

Una difensa mèttonci di dumili’ agostari:

non mi toccara pàdreto per quanto avere ha ’n Bari.

<< Sei i tuoi familiari  mi trovano, e che mi possono fare? Ci metto una multa di duemila augustali: tuo padre non mi toccherebbe per tutto l’oro che è contenuto in Bari!

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Viva lo ‘mperadore, grazi’ a Deo!

Intendi, bella, quel che ti dico eo?»

Viva l’imperatore e grazie a Dio! Capisci, bella, quello che sto dicendo? >>

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FANCIULLA:

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«Tu me no lasci vivere né sera né maitino.

Donna mi so’ di pèrperi, d’auro massamotino.

Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino,

<< Tu non mi lasci vivere né di sera né di mattina, sono una donna che possiede bisanti d’oro e oro massamutino, se tu mi donassi tanto oro quanto ne ha Saladino,

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e per ajunta quant’ha lo soldano,

toccare me non pòteri a la mano».

e in aggiunta quanto ne ha il Sultano, non mi potresti toccare nemmeno sulla mano. >>

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GIULLARE:

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«Molte sono le femine c’hanno dura la testa,

e l’omo con parabole l’adímina e amonesta:

tanto intorno procazzala fin che·ll’ha in sua podesta.

<< Sono molte le donne che hanno la testa dura e l’uomo con le parole le domina e le persuade: la incalza tanto tutt’intorno finché non l’ha in suo potere.

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Femina d’omo non si può tenere:

guàrdati, bella, pur de ripentere».

Una donna non può fare a meno di un uomo, bada, bella, di non dovertene pentire. >>

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FANCIULLA:

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«K’eo ne pur ripentésseme? davanti foss’io aucisa

ca nulla bona femina per me fosse ripresa!

Aersera passàstici, correnno a la distesa.

<< Che io me ne penta? Piuttosto io venga uccisa! Che nessuna donna onesta sia rimproverata a causa mia! Tempo fa sei passato di qui correndo a tutto spiano:

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Aquístati riposa, canzonieri:

le tue parole a me non piaccion gueri».

prenditi un po’ di riposo, cantastorie, le tue parole a me non piacciono affatto! >>

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GIULLARE:

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«Quante sono le schiantora che m’ha’ mise a lo core,

e solo purpenzànnome la dia quanno vo fore!

Femina d’esto secolo tanto non amai ancore

<< Quanti sono i dolori che mi hai messo nel cuore, anche solo pensandoci durante il giorno, quando esco! Non ho mai amato una donna di questo mondo

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quant’amo teve, rosa invidïata:

ben credo che mi fosti distinata».

quanto amo te, rosa desiderata: ho ragione di credere che tu sia stata destinata a me. >>

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FANCIULLA:

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«Se distinata fósseti, caderia de l’altezze,

ché male messe fòrano in teve mie bellezze.

Se tutto adiveníssemi, tagliàrami le trezze,

<< Se ti fossi stata destinata farei una bella caduta, perché sarebbe sprecata con te la mia bellezza, se mi accadesse tutto ciò, mi taglierei le trecce,

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e consore m’arenno a una magione,

avanti che m’artocchi ’n la persone».

e mi faccio suora in un convento, prima che tu possa toccare la mia persona! >>

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GIULLARE:

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«Se tu consore arènneti, donna col viso cleri,

a lo mostero vènoci e rènnomi confleri:

per tanta prova vencerti fàralo volontieri.

<< Se tu ti fai suora, oh donna col viso luminoso, io vengo a quel monastero e mi faccio frate,  per vincerti con una simile prova (d’amore) lo farei volentieri.

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Conteco stao la sera e lo maitino:

Besogn’è ch’io ti tenga al meo dimino».

Starei con te mattina e sera, è necessario che io ti tenga sotto la mia egemonia >>

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FANCIULLA:

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«Boimè tapina misera, com’ao reo distinato!

Geso Cristo l’altissimo del tutto m’è airato:

concepístimi a abàttare in omo blestiemato.

<< Ohimé, sventurata e infelice, che brutta sorte ho avuto! Gesù Cristo l’altissimo è completamente adirato con me! Mi hai concepita perché mi imbattessi in un uomo blasfemo!

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Cerca la terra ch’este granne assai,

chiú bella donna di me troverai».

Percorri la terra, che è assai grande e troverai una donna più bella di me. >>

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GIULLARE:

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«Cercat’ajo Calabrïa, Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,

Lamagna e Babilonïa e tutta Barberia:

<< Ho frugato la Calabria, la Toscana, e la Lombardia, la Puglia, Costantinopoli, Genova, Pisa e la Siria, la Germania e Babilonia e tutta l’Africa Berbera,

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donna non ci trovai tanto cortese,

per che sovrana di meve te prese».

e non vi ho trovato una donna tanto cortese, per cui ho scelto te come mia sovrana. >>

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FANCIULLA:

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«Poi tanto trabagliàstiti, faccioti meo pregheri

che tu vadi adomànnimi a mia mare e a mon peri.

Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri,

<< Dal momento che ti sei tanto affaticato, ti faccio una richiesta, che tu mi vada a chiedere in sposa a mia madre e a mio padre. Se ti fanno l’onore di concedermi a te, portami al monastero

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e sposami davanti da la jente;

e poi farò le tuo comannamente».

e sposami davanti alla gente, e poi eseguirò le tue volontà >>

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GIULLARE:

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«Di ciò che dici, vítama, neiente non ti bale,

ca de le tuo parabole fatto n’ho ponti e scale.

Penne penzasti mettere, sonti cadute l’ale;

<<Le cose che tu dici, oh mia vita, non ti aiuteranno in alcun modo, perché io di parole come le tue ne ho sentite tante, pensavi di tirar fuori il piumaggio e invece sei rimasta senza neppure le ali!

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e dato t’ajo la bolta sottana.

Dunque, se poti, tèniti villana».

Ed io ti ho dato il colpo di grazia, perciò, finché ti è possibile, continua a comportarti da donna rustica!>>

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