Cino da Pistoia, Io fuʼ ʼn su lʼalto e ʼn sul beato monte, parafrasi


CINO DA PISTOIA

IO FU’ ‘N SU L’ALTO E ‘N SUL BEATO MONTE

– PARAFRASI DEL TESTO –

Io fu’ ‘n su l’alto e ‘n sul beato monte è sonetto amoroso dall’atmosfera decisamente dolorosa, nel quale Cino da Pistoia rievoca i momenti di una visita alla tomba dell’amata – Selvaggia Vergiolesi – defunta durante l’esilio e sepolta sull’Appennino pistoiese. L’acme dello struggimento è rappresentata dal momento in cui, accasciato sulla lapide dell’amata, il poeta è vinto dal dolore provocato dal ricordo della bellezza e delle qualità della donna, al punto da invocare Amore affinché metta termine alla sua disperazione con una provvida morte. L’invocazione resta tuttavia inascoltata e al poeta desolato non resta che continuare la sua esistenza dolorosa, metaforizzata nell’immagine conclusiva di un passaggio del monte scandito dai lamenti. Lo schema metrico è ABBA, ABBA, CDC, CDC.


Io fuʼ ʼn su lʼalto e ʼn sul beato monte

chʼiʼ adorai baciando ʼl santo sasso,

e caddi ʼn su quella pietra, di lasso,

ove l’onesta pose la sua fronte,

[vv. 1- 4]  Io salii su quel monte alto e felice (si tratta del Monte Sambuca, nell’Appennino Pistoiese, beato perché accoglie il corpo di Selvaggia de’ Vergiolesi, la defunta amata dell’autore), e lo venerai, baciando la lapide santa (la lapide di Selvaggia) poi, vinto dal dolore (di lasso), mi accasciai su quella tomba, dove la gentile appoggiò il capo;


e ch’ella chiuse dʼogni vertù il fonte

quel giorno che di morte acerbo passo

fece la donna de lo mio cor, lasso,

già piena tutta dʼadornatezze conte.

[vv. 5 – 8] che chiuse (sogg. è “la lapide”) la fonte di tutte le virtù nel giorno in cui la  signora del mio cuore (donna: qui usato etimologicamente, col valore di DOMINA = signora, padrona), ornata di tutte le bellezze conosciute, morì (di morte acerbo passo fece: lett. compì il duro passo della morte),

Quivi chiamai a questa guisa Amore:

«Dolce mio iddio, faʼ che qui mi traggia

la morte a sé, ché qui giace ʼl mio core».

[vv. 9 – 11] A questo punto io invocai Amore in questo modo: “Oh mio dolce dio, fa’ che la morte mi prenda con sé in questo luogo, perché qui è sepolto (giace) il mio cuore”


Ma poi che non mʼintese ʼl mio signore,

mi dipartiʼ pur chiamando Selvaggia;

lʼalpe passai con voce di dolore.

[vv. 12 – 14] Ma dal momento che il mio signore (Amore) non mi ascoltò, mi allontanai, continuando a chiamare Selvaggia, e, senza mai smettere di lamentarmi (con voce di dolore) attraversai il monte (l’alpe: che qui indica l’Appennino Pistoiese).

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