Parafrasi “Così nel mio parlar voglio esser aspro” di Dante Alighieri


DANTE ALIGHIERI

COSÌ NEL MIO PARLAR VOGLIO ESSER ASPRO

– PARAFRASI DEL TESTO –

Così nel mio parlar voglio esser aspro

com’è ne li atti questa bella petra,

la quale ognora impetra

maggior durezza e più natura cruda,

e veste sua persona d’un diaspro

[vv. 1 – 5] Io, nella mia espressione poetica (nel mio parlar), voglio essere tanto aspro, quanto lo è nelle sue azioni (negli atti) questa bella pietra (riferito all’amata, dura come una pietra), la quale racchiude dentro di sé, come in una roccia (impetra, dal verbo impetrare), una sempre (ognora) crescente (maggior) durezza e crudeltà (natura cruda), e che protegge (veste) il suo corpo (sua persona) con una pietra dura (diaspro),


tal, che per lui, o perch’ella s’arretra,

non esce di faretra

saetta che già mai la colga ignuda:

[vv. 6 – 8] al punto che, a causa di tale pietra (per lui, complemento di causa riferito a diaspro), oppure per il fatto che lei si ritrae (ella s’arretra), non esce mai dalla faretra (dalla faretra di Amore) una freccia (saetta) che riesca a sorprenderla indifesa (ignuda: metafora).


ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda

né si dilunghi da’ colpi mortali,

che, com’avesser ali,

giuncono altrui e spezzan ciascun’arme

sì ch’io non so da lei né posso atarme.

[vv. 9 – 13] Mentre invece lei colpisce a morte (ancide), e non serve a niente che ci si protegga (ch’om si chiuda) o che ci si allontani (si dilunghi) da quei colpi mortali, i quali, come se avessero le ali, raggiungono chiunque (giungono altrui) e spezzano ogni corazza (ciascun’arme): per cui io non so, né posso difendermi (atarme, lett. aiutarmi) da lei.

Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi

né loco che dal suo viso m’asconda;

ché, come fior di fronda,

così de la mia mente tien la cima:

cotanto del mio mal par che si prezzi,

quanto legno di mar che non lieva onda;

[vv. 14 – 19] Non trovo scudo che lei non riesca a spezzarmi, né luogo che mi nasconda dalla vista di lei (viso è latinismo): perché, come il fiore occupa la cima del ramo (fronda), così lei si trova in cima ai miei pensieri. Riguardo alla mia sofferenza mostra di preoccuparsi (par che si prezzi) tanto quanto una nave (legno: metonimia) si preoccupa di un mare che non solleva (lieva) neanche un’onda (vale a dire che la donna non si preoccupa minimamente del dolore che procura a Dante).


e ’l peso che m’affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.

Ahi angosciosa e dispietata lima

che sordamente la mia vita scemi,

perché non ti ritemi

sì di rodermi il core a scorza a scorza,

com’io di dire altrui chi ti dà forza?

[vv. 20 – 26]  E il peso che mi fa sprofondare (affonda, metafora suggerita dalla precedente similitudine con la nave) è tale che nessuna poesia (rima) potrebbe descriverlo adeguatamente (adequar, cioè, etimologicamente, uguagliare). Ah, angosciosa e impietosa lima (metafora dell’amore che consuma il poeta), che logori (scemi) in silenzio (sordamente) la mia vita, perché non hai ritegno (ritemi) di corrodermi il cuore, strato dopo strato (a scorza a scorza: altra metafora concreta, suggerita dall’immagine della lima), come io invece ho pudore di rivelare agli altri (il nome di) chi ti dà la forza (ossia il nome della donna, colei che dà all’amore la forza necessaria a distruggere il poeta)?


Ché più mi triema il cor qualora io penso

di lei in parte ov’altri li occhi induca,

per tema non traluca

lo mio penser di fuor sì che si scopra,

ch’io non fo de la morte, che ogni senso

co li denti d’Amor già mi manduca;

[vv. 27 – 32] Ogni volta (qualora) che penso a lei (di lei) in un luogo (in parte) dove qualcuno (altri) possa portare il suo sguardo (ossia “dove qualcuno mi possa vedere”), per la paura che (per tema non, costruzione ricalcata su quella latina dei verba timendi) il mio pensiero traspaia (traluca) all’esterno (di fuor) così da rivelarsi, il cuore mi trema più di quanto io non faccia (non fo: vale a dire “più di quanto non tremi io stesso”) per la paura della morte, la quale (morte), per mezzo dei denti di Amore, mi sta già divorando (manduca) ogni facoltà sensoriale,


ciò è che ’l pensier bruca

la lor vertù sì che n’allenta l’opra.

[vv. 33 – 34] nel senso che (cio è che) il pensiero (il pensiero assillante dell’amata sdegnosa) corrode il loro vigore (il vigore dei sensi), così da renderne meno efficace la funzione (n’allenta l’opra: indebolisce il loro lavoro). 


E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra

con quella spada ond’elli ancise Dido,

Amore, a cui io grido

merzé chiamando, e umilmente il priego;

ed el d’ogni merzé par messo al niego.

[vv. 35 – 99] Amore mi ha colpito e messo a terra e mi sta sopra, (armato) con quella stessa spada con la quale uccise Didone, e a lui io rivolgo le mie grida, invocando misericordia, e lo supplico con umiltà: ma lui sembra determinato a negarmi ogni forma di pietà.

Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

la debole mia vita, esto perverso,

che disteso a riverso

mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:

[vv. 40 – 43] Egli (Amore) ripetutamente (ad or ad or) alza la mano (armata di spada), e minaccia (sfida) la mia debole vita, questo spietato (perverso) che mi tiene a terra, disteso e con la faccia in su (a riverso), incapace per stanchezza di qualsiasi reazione (d’ogni guizzo stanco).


allor mi surgon ne la mente strida;

e ’l sangue, ch’è per le vene disperso,

fuggendo corre verso

lo cor, che ’l chiama; ond’io rimango bianco.

[vv. 44 – 47] Allora nella mente mi nascono delle grida (strida); e il sangue, che è distribuito in tutto il corpo (disperso) attraverso le vene (per le vene), corre fuggendo verso il cuore che lo chiama; per cui io rimango pallido.


Elli mi fiede sotto il braccio manco

sì forte, che ’l dolor nel cor rimbalza:

allor dico: “S’elli alza

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso

prima che ’l colpo sia disceso giuso”.

[vv. 48 – 52] Egli mi ferisce sotto il braccio sinistro così violentemente, che il dolore si ripercuote (rimbalza) nel cuore; allora dico: “Se egli alza di nuovo (la mano armata di spada), la Morte metterà fine alla mia vita (m’avrà chiuso) prima ancora che il colpo sia calato (disceso giuso)”.


Così vedess’io lui fender per mezzo

lo core a la crudele che ’l mio squatra!

poi non mi sarebb’atra

la morte, ov’io per sua bellezza corro:

ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo

questa scherana micidiale e latra.

[vv. 53 – 58] Magari io potessi vederlo (lui, riferito ad Amore) spaccare in due (fender per mezzo) il cuore alla crudele donna che squarta (squatra) il mio; dopo di ciò (poi) non sarebbe per me brutta (atra, lett. scura, buia) la morte, verso la quale (ov’) io corro per via della sua bellezza: perché questa bandita (scherana) assassina (micidiale) e ladra (latra) colpisce () sia con il sole, sia con l’ombra (nel rezzo: cioè colpisce continuamente, senza tregua, di giorno e di notte).


Ohmè, perché non latra

per me, com’io per lei, nel caldo borro?

ché tosto griderei: “Io vi soccorro”.

[vv. 59 – 61] Me misero! Perché lei non si lamenta per me, come faccio io a causa sua, nell’abisso infuocato? Perché (in tal caso, se così fosse) io griderei immediatamente: “Vengo a soccorrervi”,


e fare’l volentier, sì come quelli

che ne’ biondi capelli

ch’Amor per consumarmi increspa e dora

metterei mano, e piacere’le allora.

[vv. 62 – 65] e lo farei volentieri, poiché (sì come quelli) metterei le mani nei biondi capelli che Amore, al fine di consumarmi, arriccia (increspa) e rende dorati (dora), e allora le piacerei.


S’io avessi le belle trecce prese,

che fatte son per me scudiscio e ferza,

pigliandole anzi terza,

con esse passerei vespero e squille:

[vv. 66 – 69]  Se io avessi afferrato le belle trecce (di lei), che per me si sono trasformate in uno scudiscio e in una frusta, prendendole prima dell’ora terza (le nove del mattino), passerei in loro compagnia la sera e l’ora delle campane (squille: l’ultima ora del giorno, un modo per dire da mattina a sera),


e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;

e se Amor me ne sferza,

io mi vendicherei di più di mille.

[vv. 70 – 73]   e non sarei dolce né cortese, anzi mi comporterei come l’orso quando gioca, e se Amore (oggi) mi frusta per mezzo di esse, io mi vendicherei (allora) più di mille volte. 


Ancor ne li occhi, ond’escon le faville

che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,

per vendicar lo fuggir che mi face;

e poi le renderei con amor pace.

[vv. 74 – 78] Inoltre, guarderei fisso e da vicino in quegli occhi da cui escono quelle lingue di fuoco che m’infiammano il cuore che porto senza vita, al fine di vendicarmi del fuggire che lei fa da me (lo fuggir che mi face). E infine le renderei il perdono con l’amore.


Canzon, vattene dritto a quella donna

che m’ha ferito il core e che m’invola

quello ond’io ho più gola,

e dàlle per lo cor d’una saetta;

ché bell’onor s’acquista in far vendetta.

[vv. 79 – 83]  O Canzone, va dritta presso quella donna che ha ferito il mio cuore e che mi sottrae la cosa della quale io ho maggior desiderio (ossia lei stessa e il suo amore), e colpiscila nel cuore con una freccia; perché nel fare una vendetta si guadagna grande onore.


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