Parafrasi “Di luglio” di Folgore di San Gimignano


FOLGORE DI SAN GIMIGNANO

DI LUGLIO

– PARAFRASI DEL TESTO –

Di luglio è un sonetto di gusto comico realistico, incentrato sulla celebrazione delle piacevolezze del mese di luglio, individuate nel banchettare in lieta compagnia, con vini ghiacciati e cibi appetitosi e abbondanti, per le strade di Siena o all’ombra delle sale dei palazzi. Come negli altri sonetti delle due corone di Folgore si riscontrano l’aspirazione ad un’esistenza spensierata e gaudente, e la gioiosa descrizione della realtà minuta, rappresentata con particolare concretezza e gusto per il particolare.


Di luglio in Siena, in su la Saliciata,

con le piene inguistare de’ trebbiani;

nelle cantine li ghiacci vaiani,

e man e sera mangiare in brigata

[vv. 1 – 4] A luglio, lungo la strada selciata, con le caraffe (inguistare) piene di vino bianco (trebbiani: vitigni per la produzione di vino bianco); nelle cantine i gelidi vini rossi di Vaiano (vaiani: vitigni per la produzione di vino rosso, tipici della zona di Prato) e mangiare in compagnia, di giorno e di notte,


di quella gelatina ismisurata,

istarne arrosto e giovani fagiani,

lessi capponi e capretti sovrani,

e, cui piacesse, la manza e l’agliata.

[vv. 5 – 8] cibi freddi in grande abbondanza (gelatina: lett. cibo freddo in generale, è compl. ogg. retto dal verbo mangiare alla quartina precedente), e starne arrosto e giovani fagiani, e capponi lessi e ottimi capretti, e, se a qualcuno piacesse, carne di vitello (la manza) e salsa d’aglio (l’agliata)

Ed ivi trar buon tempo e buona vita,

e non uscir di fuor per questo caldo;

vestir zendadi di bella partita;

[vv. 9 – 11] E qui divertirsi (trar buon tempo e buona vita) e non uscire di casa per via del caldo, e indossare abiti di seta di ottima fattura


e, quando godi, star pur fermo e saldo,

e sempre aver la tavola fornita,

e non voler la moglie per castaldo.

[vv. 12 – 14] E, anche nel divertimento (quando godi), stare sempre composto e discreto, e avere sempre la tavola fornita e non voler la moglie come amministratore (il castaldo o guastaldo sotto i Longobardi era l’amministratore regio, alle dipendenze dirette del sovrano).


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