Parafrasi “Chiare, fresche e dolci acque” di Francesco Petrarca


FRANCESCO PETRARCA

CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE

– PARAFRASI DEL TESTO –

Chiare, fresche et dolci acque,

ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna;

gentil ramo ove piacque

(con sospir’ mi rimembra)

a lei di fare al bel fiancho colonna;

[vv. 1 – 6] O acque limpide, fresche e dolci, dove immerse il suo corpo bello colei che sola, a mio avviso, merita di essere chiamata “donna” (Laura). O delicato ramo, al quale le piacque appoggiare – io lo ricordo tra i sospiri – il suo bel fianco.


herba et fior’ che la gonna

leggiadra ricoverse

co l’angelico seno;

[vv. 7 – 9] O erba e fiori, che foste ricoperti dal leggiadro vestito di lei, con un lembo candido come la veste di un angelo.


aere sacro, sereno,

ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:

date udïenza insieme

a le dolenti mie parole extreme.

[vv. 10 – 13] O aria limpida, sacra (ossia resa sacra dalla presenza angelica di Laura), attraverso la quale Amore, per mezzo dei begli occhi di lei, dischiuse il mio cuore (ossia “mi fece innamorare”): ascoltate voi (rivolto alle acque, all’erba, ai fiori, ecc.), tutti insieme, le mie dolenti ultime parole.


S’egli è pur mio destino

e ’l cielo in ciò s’adopra,

ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,

qualche gratia il meschino

corpo fra voi ricopra,

et torni l’alma al proprio albergo ignuda.

[vv. 14 – 19] Se veramente è mio destino, e se per questo scopo si adopera il volere del cielo, che Amore chiuda questi miei occhi tra le lacrime, possa la misericordia divina far sì che il mio corpo insignificante sia sepolto tra voi (vale a dire tra le entità naturali cui il poeta si sta rivolgendo: le acque, l’erba, i fiori, che costituiscono, prese insieme, il luogo della visione di Laura e dell’innamoramento), e l’anima ritorni priva del corpo (ignudaalla sua sede originaria (al proprio albergo: il cielo).

La morte fia men cruda

se questa spene porto

a quel dubbioso passo:

[vv. 20 – 22] La morte sarà meno dolorosa se sarò accompagnato da questa speranza a quello spaventoso frangente (ossia “verso il momento del trapasso”):


ché lo spirito lasso

non poria mai in piú riposato porto

né in piú tranquilla fossa

fuggir la carne travagliata et l’ossa.

[vv. 23 – 26] poiché l’anima stanca non potrebbe mai dipartirsi dal corpo tormentato e dalle ossa, in un luogo (porto: indica, per metafora, un luogo di partenza e di separazione) più pacifico, né in un sepolcro più tranquillo.


Tempo verrà anchor forse

ch’a l’usato soggiorno

torni la fera bella et mansüeta,

et là ’v’ella mi scorse

nel benedetto giorno,

volga la vista disïosa et lieta,

cercandomi; et, o pietà!,

già terra in fra le pietre

vedendo, Amor l’inspiri

in guisa che sospiri

sí dolcemente che mercé m’impetre,

et faccia forza al cielo,

asciugandosi gli occhi col bel velo.

[vv. 27 – 39] Verrà forse un giorno in cui la belva bella e dolce (Laura, definita con l’ossimoro fera mansueta in quanto amata e al contempo fonte di sofferenza per il poeta), tornerà in questo luogo a lei familiare (l’usato soggiornoe (in quel giorno) rivolgerà lo sguardo desideroso e sereno là dove lei mi vide nel giorno benedetto (il giorno del primo incontro e dell’innamoramento di Petrarca) cercando di vedermi, e – oh spettacolo compassionevole! – vedendomi già trasformato in polvere tra le pietre, accadrà che Amore la ispiri al punto da farla sospirare così dolcemente da ottenere misericordia per me, piegando il volere divino mentre si asciuga gli occhi con il bel velo.


Da’ be’ rami scendea

(dolce ne la memoria)

una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;

et ella si sedea

humile in tanta gloria,

coverta già de l’amoroso nembo.

[vv. 40 – 45] Dai rami scendeva – dolce ricordo – una pioggia di fiori sul grembo di lei; ed ella sedeva umile in tanta gloria, coperta da quella cascata di petali che ispirava amore. 


Qual fior cadea sul lembo,

qual su le treccie bionde,

ch’oro forbito et perle

eran quel dí a vederle;

[vv. 46 – 49] Un fiore cadeva sull’orlo della veste, un altro sulle trecce bionde, che quel giorno, a vederle, sembravano oro fino e perle.

qual si posava in terra, et qual su l’onde;

qual con un vago errore

girando parea dir: Qui regna Amore.

[vv. 50 – 52] Un fiore si posava a terra ed un altro sui flutti del ruscello; un altro ancora, volteggiando dolcemente nell’aria sembrava dire: “Qui regna Amore “.


Quante volte diss’io

allor pien di spavento:

Costei per fermo nacque in paradiso.

[vv. 53 – 55] Quante volte io dissi a quel tempo, pieno di spavento: costei di certo è nata in Paradiso (ossia “ costei ha qualità che non la fanno apparire un comune essere umano”).


Cosí carco d’oblio

il divin portamento

e ’l volto e le parole e ’l dolce riso

m’aveano, et sí diviso

da l’imagine vera,

ch’i’ dicea sospirando:

Qui come venn’io, o quando?;

credendo esser in ciel, non là dov’era.

[vv. 56 – 63] Il suo portamento quasi divino,  il suo volto, la sua voce e il suo dolce sorriso mi avevano colmato a tal punto di torpore e fatto allontanare talmente dalla realtà, che io dicevo tra i sospiri – “Come sono arrivato qui? E quando?” – credendo di trovarmi in cielo e non lì dove mi trovavo realmente.


Da indi in qua mi piace

questa herba sí, ch’altrove non ò pace.

[vv. 64 – 65] È da allora che questo luogo (questa erba indica, per metonimia, il luogo nel suo complesso) mi piace al punto che altrove non riesco a trovar pace.


CONGEDO

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,

poresti arditamente

uscir del boscho, et gir in fra la gente.

[vv. 66 – 68] Se tu (rivolto alla canzone) avessi  tanti ornamenti quanti ne desideri, potresti coraggiosamente uscire dal bosco e andare tra la gente.


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