Giacomino Pugliese, Morte perché m’hai fatta sì gran guerra, parafrasi


GIACOMINO PUGLIESE

MORTE PERCHÉ M’HAI FATTA SÌ GRAN GUERRA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Morte, perché m’hai fatta sì gran guerra,

Che m’hai tolta Madonna, ond’io mi doglio?

La fior delle bellezze mort’hai in terra,

Perché lo mondo non amo né voglio.

Villana morte, che non hai pietanza,

Disparti amore e tolgli la allegranza

E dai cordoglio;

La mia allegranza hai posta in gran tristanza,

Ché m’hai tolto la gioia e l’allegranza

Ch’avere soglio.

[vv. 1 – 10] Morte, perché hai voluto farmi guerra fino al punto di togliermi la mia amata (Madonna, dal lat. MEA DOMINA: lett. la mia signora), per cui io soffro? Tu hai ucciso colei che era il fior fiore delle bellezze sulla terra, perciò io non amo né desidero più la vita. Morte villana (perché nemica di gentilezza e di nobiltà), che non hai pietà, che porti via l’amore, che togli l’allegria e semini il lutto, hai trasformato la mia allegria in grande tristezza, perché mi hai tolto la gioia di vivere e l’allegria che ero solito avere.


Solea aver sollazzo e gioco e riso

Più che null’altro cavalier che sia.

Or n’é gita Madonna in Paradiso:

Portonne la dolce speranza mia,

Lasciommi in pene e con sospiri e pianti,

Levommi da lo dolze gioco e canti,

E compangnia,

Or non la veggio, né la sto davanti,

E non mi mostra li dolzi sembianti,

Come solia.

[vv. 11 – 20] Io ero solito godere del divertimento, del gioco e del riso, più di qualsiasi altro cavaliere al mondo (sia: lett. che esista): adesso la mia amata se n’è andata in Paradiso, e ha portato con sé la mia speranza di gioia (dolze speranza: la speranza dell’amore ricambiato e della felicità che ne sarebbe derivata). Mi ha lasciato tra gli affanni, e in compagnia di sospiri e pianti, mi ha sottratto al divertimento, al gioco, ai canti e alla compagnia: adesso non la vedo più, né le sono di fronte, e non può più mostrarmi le tenere espressioni che era solita fare.

Ov’è Madonna e lo suo insengnamento,

La sua bellezza e la gran conoscianza,

Lo dolce riso e lo bel parlamento,

Gli occhi e la bocca e la bella sembianza?

Oimé, sia in nulla parte ciò m’é aviso;

Madonna, chi lo tiene, lo tuo viso,

In sua ballia?

Lo vostro insengnamento dond’é miso?

E lo tuo franco cor chi mi l’à priso,

Madonna mia?

[vv. 21 – 30] Dove sono la mia amata e la sua eleganza, la sua bellezza, la sua raffinata educazione, il dolce riso e il bel modo di parlare, gli occhi, la bocca e il bell’aspetto, la sua grazia e la sua cortesia? La mia amata, grazie alla quale io ero sempre allegro, ora non la vedo né di notte, né di giorno, e non mi procura gioia (non m’abella, dall’antico francese abelir: lett. dare piacere, procurare gioia), come era solita fare, con il suo bell’aspetto.


Oi Deo! perché m’hai posto in tale stanza?

Ch’io son smarrito, e non so ove mi sia;

Ché m’hai levato la dolce speranza,

Partit’hai la più dolce compangnia,

Lo adornamento e la sua cortesia.

Madonna, per cui stava tuttavia

In allegranza,

Or non la veggio né notte né dia,

E non m’abella, sì come far solia,

La sua sembianza.

[vv. 31 – 40] O Dio, perché mi hai messo in un tale stato di lutto, che io mi sento smarrito e non so dove mi trovi? Tu mi hai tolto la mia dolce speranza, hai separato da me la più dolce compagnia che vi sia, questo io credo. Mia amata, chi è ora a godere del tuo volto? E dov’è il vostro perfetto comportamento (insegnamento, dal prov. ensenhamen: la perfetta condotta cortese)? E chi mi ha portato via il tuo nobile cuore, o mia amata?


Se fosse mio ’l regname d’Ungaria

Con Grecia e la Mangna infino in Franza,

Lo gran tesoro di Santa Sofia,

Non poría ristorar si gran perdanza,

Come fu in quella dia che si n’andao

Madonna, e d’esta vita trapassao

Con gran tristanza;

Sospiri e pene e pianti mi lasciao,

E giammai nulla gioia mi mandao

Per confortanza.

[vv. 41 – 50] E se anche io possedessi il regno d’Ungheria, assieme alla Grecia e alla Germania fino alla Francia, e il grande tesoro di Santa Sofia (la principale basilica di Costantinipoli), non potrei rimediare ad una perdita così grande come fu quella del giorno in cui la mia amata se ne andò, trapassò da questa vita, e mi lasciò in grande tristezza, tra sospiri, tormenti e pianti; e nessuna gioia mi mandò mai come conforto.

Se fosse al meo voler, Donna, di voi,

Diciesse a Dio Sovran, che tutto face,

Che notte e giorno istessimo ambondoi.

Or sia il voler di Dio, dacché a lui piace.

Membro e ricordo quand’era con meco,

Sovente m’appellava dolce amico,

Et or nol face.

Poi Dio la prese, e menolla con seco.

La sua vertute sia, Bella, con teco,

E la sua pace.

[vv. 51 – 60] Mia amata, se il vostro destino (di voi) dipendesse dal mio volere, chiederei a Dio sovrano, che tutto può,  che noi stessimo insieme (ambonduoi) giorno e notte: ma ora si compia il volere di Dio, giacché così egli desidera. Io ricordo che quando ella era con me, spesso mi chiamava “dolce amico” ed ora non lo fa più, e poi Dio la prese e la condusse con sé. Che la Sua grazia e la Sua pace siano con te, o mia bella.

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