Parafrasi “All’Italia” di Giacomo Leopardi


GIACOMO LEOPARDI

ALL’ITALIA

– PARAFRASI DEL TESTO –

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.

[vv. 1 – 7] O patria mia, vedo le mura (di Roma), gli archi (di trionfo), le colonne, le statue e le torri abbandonate (erme: solitarie) dei nostri antenati (i Romani), ma non vedo la gloria, non vedo gli allori (il lauro è l’alloro, la pianta con cui venivano incoronati i Cesari), né la grandezza militare (il ferro indica, per sineddoche, la spada, e dunque la grandezza militare) delle quali erano carichi i nostri antenati. Ora, divenuta indifesa, mostri la fronte nuda (perché priva delle di corone d’alloro) e il petto spoglio (di armi).


Oimè! quante ferite,
che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: — Dite, dite;
chi la ridusse a tale? — …

[vv. 8 – 12] Ahimè quante ferite, quanti lividi, quanto sangue! Come ti vedo ridotta (oh qual ti veggio), bellissima  donna (dal lat. formosus: bello, di bell’aspetto)! Io chiedo al cielo e al mondo: dite! Dite! Chi l’ha ridotta in questo stato (a tale: così)?


…E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.

[vv. 12 – 17] E quel che è peggio è che ha entrambe le braccia gravate (carche: lett. cariche) da catene; così che, con i capelli sciolti (perché privi delle auree bende) e senza velo (il velo era prerogativa della donna libera) siede a terra, abbandonata e triste, nascondendo il viso tra le ginocchia, e piange.

— Piangi, ché ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.

[vv. 18 – 20] Piangi – perché ne hai ben ragione! – Italia mia, destinata a sconfiggere gli altri popoli sia nella buona che nella cattiva sorte.


Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
ché fosti donna, or sei povera ancella.

[vv. 21 – 24] Se i tuoi occhi fossero due fonti perenni, il pianto non potrebbe (neppure in questo caso) esser pari alla tua sciagura e allo scempio; perché sei stata una matrona (donna, dal lat. DOMINA: padrona, signora, matrona) ed ora sei una povera schiava.


Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: — Già fu grande, or non è quella? —
Perché, perché? Dov’è la forza antica?
dove l’armi e il valore e la costanza?

[vv. 25 – 29] Chi c’è che parli o scriva di te, il quale, ricordando la gloria passata (il tuo passato vanto), non dica: “in passato fu grande, ma ora non è più tale? Perchè? Perchè? Dov’è finita la forza antica? Dove sono finite le armi, il valore e la determinazione?


Chi ti discinse il brando?
chi ti tradì? Qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l’auree bende?

[vv. 30 – 33] Chi ti strappò dal fianco la spada(discinse il brando)? Chi ti tradì? Quale strategia, quale sforzo guerresco (qual fatica), o quale potenza soggiogatrice riuscì a spogliarti del mantello e delle auree bende?


Come cadesti o quando
da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl’italici petti il sangue mio.

[vv. 34 – 40] Come e quando sei caduta così in basso da così in alto? Nessuno combatte per te? Non ti difende nessuno dei tuoi? Le armi! Mi si diano le armi (qua l’armi): solo io combatterò, cadrò solo io. Concedimi, oh cielo, che il mio sangue versato sia di stimolo (sia focoper i cuori Italici!


Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.

[vv. 41 – 44] Dove sono i tuoi figli? Sento il rumore delle armi, dei carri, delle voci e dei tamburi di guerra (timballi): i tuoi figli combattono in terre straniere (estranie contrade: l’accenno è alla campagne di Russia, nelle quali gli italiani combattevano per Napoleone).

Attendi. Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.

[vv. 45 – 48] Aspetta, Italia, aspetta. Io vedo, o così mi sembra, un’ondeggiare di fanti e di cavalli, fumo e polvere e lo scintillare delle spade come lampi tra la nebbia.


Né ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
l’itala gioventude? O numi, o numi!
pugnan per altra terra itali acciari.

[vv. 49 – 53] Non sei sollevata? E non hai il coraggio di rivolgere gli occhi spauriti (i tremebondi lumiall’evento incerto? A che scopo la gioventù Italiana combatte in quei campi? Oh dèi, oh dèi: combattono per un’altra nazione le spade italiane (acciari, come ferro, indica per sineddoche la spada).


Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia

consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui,
per altra gente, e non può dir morendo:
— Alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo. —

[vv. 54 – 60] Oh sventurato colui viene abbattuto in guerra, e non per difendere il suolo patrio, o per la moglie devota  o per i figli, ma (che è abbattuto) da nemici altrui (vale a dire nemici non suoi, nemici di un’altra nazione) e per la causa di un altro popolo, e non può dire morendo: “Santa terra natìa, ti restituisco la vita che tu mi desti”.


Oh venturose e care e benedette
l’antiche età, che a morte
per la patria correan le genti a squadre,
e voi sempre onorate e gloriose,
o tessaliche strette,
dove la Persia e il fato assai men forte
fu di poch’alme franche e generose!

[vv. 61 – 67] Oh fortunate, care e benedette epoche antiche, quando per la patria i popoli correvano in massa (a squadre) incontro alla morte; e (benedette) voi gole di Tessaglia (tessaliche strette: come si vedrà le gole montane della Tessaglia cui Leopardi si riferisce sono le Termopili), sempre onorate e glorificate, dove la Persia e il destino si rivelarono molto meno forti di poche anime coraggiose e generose! (il riferimento è alla battaglia delle Termopili, nella quale pochi Spartani guidati dal comandante Leonida fermarono col sacrificio della vita l’avanzata dell’immenso esercito Persiano).


Io credo che le piante e i sassi e l’onda
e le montagne vostre al passeggere
con indistinta voce
narrin siccome tutta quella sponda
coprîr le invitte schiere
de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.

[vv. 68 – 73] Io credo (rivolto alle gole delle Termopili), che le piante, i sassi, le onde e le vostre montagne raccontino al viandante, con voce mormorante (indistinta voce), come le schiere imbattute dei cadaveri devoti alla Grecia coprirono interamente quei lidi (l’immagine del tappeto dei cadaveri dei Greci sottolinea il fatto che la vittoria spartana richiese il sacrificio dell’intero esercito di Leonida).


Allor, vile e feroce,
Serse per l’Ellesponto si fuggia,
fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
e sul colle d’Antela, ove morendo
si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salìa,
guardando l’etra e la marina e il suolo.

[vv. 74 – 80] In quell’occasione, feroce, ma codardo, Serse (il re dei Persiani) scappò attraverso l’Ellesponto, dopo aver procurato duraturo disonore alla sua stirpe (agli ultimi nepoti: lett. fino agli ultimissimi discendenti) e sul colle d’Antela, dove sacrificando la vita il glorioso manipolo (degli Spartani) si guadagnò gloria eterna (sottraendosi così alla vera morte, che è quella di chi non lascia traccia del proprio passaggio sulla terra), saliva Simonide, con lo sguardo rivolto al cielo (l’etra: l’etere), al mare e al campo di battaglia, (Simonide di Ceo è l’autore di un componimento in memoria della vittoria delle Termopili)


E di lacrime sparso ambe le guance,
e il petto ansante, e vacillante il piede,
toglieasi in man la lira:
— Beatissimi voi,
ch’offriste il petto alle nemiche lance
per amor di costei ch’al sol vi diede;
voi, che la Grecia cole e il mondo ammira.

[vv. 81 – 87] E, con entrambe le guance rigate di lacrime (sparso le guance: accusativo di relazione; vale a dire dopo aver versato lacrime di commozione), con il petto ansimante e i piedi malfermi, impugnava la lira (e cantava così): “Fortunati voi, che avete offerto il petto alle lance nemiche per amore di costei (la patria) che vi mise al mondo; voi che la Grecia venera (cole, dal lat. colo: venerare, adorare, rispettare) e il mondo ammira.


Nell’armi e ne’ perigli
qual tanto amor le giovanette menti,

qual nell’acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
l’ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?

[vv. 88 – 93] Quale grande amore portò le giovani menti tra le armi e tra i pericoli? Quale amore vi portò ad una morte prematura (acerbo fato)? Oh figli, come poté l’ora estrema apparirvi tanto lieta, che accorreste col sorriso incontro alla morte? (il passo lacrimoso e duro – lett. quel passaggio doloroso e spiacevole – è ovviamente la morte).


Parea ch’a danza e non a morte andasse
ciascun de’ vostri, o a splendido convito:
ma v’attendea lo scuro
Tartaro, e l’onda morta;
né le spose vi fôro o i figli accanto,
quando su l’aspro lito
senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de’ Persi orrida pena
ed immortale angoscia.

[vv. 94 – 102] Sembrava che ciascuno di voi andasse non verso la morte, bensì ad un ballo (a danzao ad uno splendido banchetto (a splendido convito): ma vi attendeva l’oscuro Oltretomba (il Tartaro, denominazione classica dell’Oltretomba) e l’onda morta (il riferimento è alle acque della palude stigia); non furono accanto a voi le mogli o i figli, quando, sull’aspro terreno (di battaglia), moriste senza baci e senza lacrime. Ma non senza aver inflitto un terribile castigo e un’onta indelebile ai Persiani.


Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e sì gli scava
con le zanne la schiena,
or questo fianco addenta or quella coscia;
tal fra le perse torme infuriava
l’ira de’ greci petti e la virtute.

[vv. 103 – 108] Come un leone in mezzo a una mandria di tori si avventa ora alle spalle di uno, e gli scava con le zanne la schiena, ora invece addenta un fianco, ora addenta una coscia, allo stesso modo, tra le truppe Persiane infuriava la rabbia e il valore degli animi Greci.


Ve’ cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra’ primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;

[vv. 109 – 113] Vedi cavalli e cavalieri caduti (supini: rimasti distesi sul campo di battaglia); vedi i carri e le tende cadute intralciare la fuga degli sconfitti e scappare in prima fila tra i fuggiaschi (tra i primi) il tiranno in persona, pallido e scompigliato;


ve’ come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi,
cagione ai Persi d’infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l’un sopra l’altro cade. Oh viva! oh viva!
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva.

[vv. 114 – 120] vedi come gli eroi Greci, bagnati e imbrattati di sangue persiano (barbarico sangue), fonte di infinita preoccupazione per i Persiani, a poco, a poco, sopraffatti dalle ferite, cadono l’uno sull’altro. Evviva, evviva! Fortunati voi, fintanto che nel mondo si parlerà o si scriverà (perché fino ad allora la loro impresa sarà cantata e celebrata dai poeti).


Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell’imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro

amor trascorra o scemi.

[vv. 121 – 124] Precipiteranno nel mare le stelle, strappate dalla volta celeste, spegnendosi stridendo nell’abisso (nell’imo, dal lat. imus: infimo, bassissimo, profondissimo), prima che l’amore e il ricordo di voi passi o si estingua.  


La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue. Ecco, io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente
dall’uno all’altro polo.

[vv. 125 – 131] La vostra tomba è un altare; e le madri verranno in questo luogo (qua: sulle gole delle Termopili) per mostrare ai figli (ai parvolii nobili segni del vostro sangue. Ecco, io mi prostro a terra, oh benedetti, e bacio queste pietre e queste zolle di terra che saranno (fien: latinismo) onorate e celebri in eterno, da un capo all’altro del mondo (da l’uno a l’altro polo).


Deh! foss’io pur con voi qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest’alma terra.

[vv. 132 – 133] Oh, magari potessi essere anch’io con voi qui sotto, e magari fosse resa molle dal mio sangue questa sacra terra!


Ché, se il fato è diverso, e non consente
ch’io per la Grecia i moribondi lumi
chiuda prostrato in guerra,
così la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri
possa, volendo i numi,
tanto durar quanto la vostra duri.

[vv. 134 – 140] Perché, se il mio destino è diverso dal vostro, e non consente che io chiuda i miei occhi in punto di morte abbattuto in una guerra per la Grecia, allora, la modesta (vereconda: lett. timida) fama del vostro poeta possa durare presso i posteri (appo i futuri), col benestare del destino, tanto quanto la vostra.

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