Parafrasi “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Giacomo Leopardi


GIACOMO LEOPARDI

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

di riandare i sempiterni calli?

[vv. 1 – 6] Oh luna, cosa fai tu nel cielo? Dimmi, luna silenziosa, cosa fai? Sorgi di sera e ti metti in viaggio, contemplando i deserti (il riferimento è alle steppe dell’Asia centrale); infine tramonti. Non sei ancora stanca (pagadi percorrere e ripercorrere (riandarele eterne vie del cielo (i sempiterni calli)?


Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

la vita del pastore.

[vv. 7 – 10] Ancora non ti viene a noia, ancora sei desiderosa (vagadi contemplare queste valli? La vita del pastore somiglia alla tua.


Sorge in sul primo albore

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:

altro mai non ispera.

[vv. 11 – 15] Egli si alza alle prime luci dell’alba; spinge il gregge sempre più avanti (oltreper la campagna, e vede (nient’altro che) greggi, fontane ed erba; poi, stanco, verso sera si riposa: non spera mai in altro.


Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,

il tuo corso immortale?

[vv. 16 – 20] Dimmi, oh luna: quale scopo ha (a che vale) la sua vita per il pastore, e quale scopo ha la vostra vita per voi (vostra/voi perché riferito agli astri ingenerale)? Dimmi: a quale fine tendono (ove tendequesto mio breve vagabondare e il tuo moto perpetuo?

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

[vv. 21 – 29] Il vecchierello canuto e debole, vestito solo a metà e scalzo, con un pesantissimo carico (gravissimo fasciosulle spalle, corre via, corre e si affanna (al v. 28) per montagne e per valli, per rupi scoscese (sassi acutie per la profonda sabbia (alta renae per macchie boscose (fratte), col vento e con la tempesta, col caldo estivo (quando avvampa l’orae poi quando gela, attraversa torrenti e stagni,


cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu vòlto:

[vv. 30 – 34] cade, si rialza, si affretta sempre di più, senza pausa o ristoro, logoro e sanguinante; finché arriva là dove erano indirizzati (fu voltoil cammino (la viae il tanto affaticarsi:


abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale.

[vv. 35 – 38] ovvero all’abisso orrido e immenso (della morte), precipitando nel quale, egli dimentica ogni cosa (il tutto obblia). Vergine luna (ovvero non toccata dal dolore umano), così è la vita mortale.


Nasce l’uomo a fatica,

ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

per prima cosa; e in sul principio stesso

la madre e il genitore

il prende a consolar dell’esser nato.

[vv. 39 – 44] L’uomo nasce con fatica, e la nascita stessa costituisce un pericolo di morte. Per prima cosa egli prova dolore e tormento; e dal principio stesso (della vita) la madre e il padre cominciano a consolarlo del fatto di essere nato.


Poi che crescendo viene,

l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

con atti e con parole

studiasi fargli core,

e consolarlo dell’umano stato:

[vv. 45 – 49] Man mano che cresce, l’uno e l’altro (entrambi i genitori) lo sostengono, e continuamente, (via pur semprecon azioni e parole si sforzano di fargli coraggio (studiasi fargli core), consolandolo per la sua condizione di uomo:


altro ufficio più grato

non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

perché reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?

[vv. 50 – 54] i genitori (parenti: latinismo) non svolgono altro compito (ufficiopiù gradito nei confronti dei loro figli. Ma a che scopo dare alla luce, e a che scopo mantenere in vita qualcuno che poi bisogna (convengaconsolare della vita stessa?


Se la vita è sventura,

perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

e forse del mio dir poco ti cale.

[vv. 55 – 60] Se la vita è sofferenza, perché noi la sopportiamo (da noi si dura)? Intatta luna (non sfiorata dal dolore umano) questa è la condizione dei mortali. Ma tu non sei mortale, e forse delle mie parole ti importa (ti calepoco.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

che sì pensosa sei, tu forse intendi

questo viver terreno,

il patir nostro, il sospirar, che sia;

[vv. 61 – 64] Eppure tu, (pur tu: nonostante tu non sia mortale), solitaria ed eterna viaggiatrice, che sei così assorta nei tuoi pensieri, tu forse comprendi che cosa sia (che siaquesto vivere terreno, il nostro soffrire (patir), il nostro sospirare; 


che sia questo morir, questo supremo

scolorar del sembiante,

e perir della terra, e venir meno

ad ogni usata, amante compagnia.

[vv. 65 – 68] (tu comprendi) che cosa sia questo morire, questo estremo impallidire del volto (questo supremo scolorar del sembiante: il pallore dell’uomo in punto di morte), lo scomparire dalla terra, e il venire a mancare (venir menoad ogni compagnia abituale (usatae affettuosa (amante).


E tu certo comprendi

il perché delle cose, e vedi il frutto

del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.

[vv. 69 – 72] E tu di certo comprendi la ragione delle cose, e vedi l’utilità (frutto) del mattino, della sera, del tranquillo, eterno scorrere del tempo.


Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

rida la primavera,

a chi giovi l’ardore, e che procacci

il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

che son celate al semplice pastore.

[vv. 73 – 78] Tu certo sai a quale amore sorrida la primavera, a chi giovi l’estate (ardore), e a cosa serva (che procaccil’inverno con il suo freddo. Tu sai e scopri (discopri) molte cose che sono nascoste al pastore che non sa nulla (semplice pastore).


Spesso quand’io ti miro

star così muta in sul deserto piano,

che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

[vv. 79 – 85] Spesso, quando ti guardo, mentre stai così silenziosa sulla pianura deserta, che all’orizzonte (in suo giro lontanoconfina con il cielo, oppure (quando ti osservo) mentre mi segui passo dopo passo (seguirmi a mano a mano); e quando osservo le stelle splendere nel cielo; dico pensando tra me e me:


— A che tante facelle?

che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono? —

[vv. 86 – 89] perché (a che: a che scopo, a cosa servono) tante stelle? Che scopo ha (che fa: che funzione svolge) lo spazio sterminato e quel profondo infinito cielo (seren)? Che senso ha (che vuol dirquesto deserto immenso (solitudine: deserto, spazio vuoto) e cosa sono io?


Così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so. Ma tu per certo,

giovinetta immortal, conosci il tutto.

[vv. 90 – 99] Rifletto in questo modo con me stesso: e non so capire (indovinar non sol’utilità e lo scopo (uso alcuno, alcun fruttodell’universo (stanza smisurata e superba), dell’innumerevole famiglia (degli esseri viventi); e ancora di tanto affannarsi (adoprar), di tanti movimenti (motidi ogni corpo celeste e di ogni cosa terrena, che girano senza sosta (girando senza posa), per poti ritornare sempre lì da dove sono partite (là donde son mosse).


Questo io conosco e sento,

che degli eterni giri,

che dell’esser mio frale,

qualche bene o contento

avrà fors’altri; a me la vita è male.

[vv. 100 – 104] Ma tu certamente, giovinetta immortale, conosci le ragioni di tutte queste cose. Solo questo io so e sento, che dal movimento degli astri (eterni giri), dalla mia fragile esistenza (esser mio frale), forse qualcun’altro (fors’altriricaverà un qualche vantaggio o una qualche gioia (bene o contento); ma per me la vita è un male.


O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma più perché giammai tedio non provi.

[vv. 105 – 112] Oh mio gregge che riposi (posi), oh beato te, poiché, credo tu non conosca la tua misera condizione! Quanto ti invidio! Non solo perché vivi pressoché privo di preoccupazioni (d’affanno quasi libera vaie perché dimentichi immediatamente ogni stento, ogni danno, ogni timore, anche il più grande (ogni estremo timor); ma soprattutto perché non provi mai noia (tedio).


Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

[vv. 113 – 116] Quando tu giaci (siediall’ombra, sopra l’erba, sei tranquillo e appagato; e trascorri (consumi) in quello stato gran parte del tempo senza noia.


Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente; ed uno spron quasi mi punge

sì che, sedendo, più che mai son lunge

da trovar pace o loco.

[vv. 117 – 121] Anche io (come te), siedo sopra l’erba, all’ombra, eppure un malessere (fastidiograva la mia mente, e come uno sprone mi punge, così che, pur sedendo (ovvero, nonostante io sia a riposo), sono più che mai lontano (lungedal trovare pace e riposo.


E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

[vv. 122 – 127] Eppure non desidero nulla, e fino ad oggi (fin quinon ho motivo di dolermi (cagion di pianto). Non saprei dire (non so già dirdi cosa tu goda né in che misura tu lo faccia (quel che tu goda o quanto); ma sei fortunato (riferito al gregge). Ma io godo ben poco, o mio gregge, e non mi lamento solo di questo.


Se tu parlar sapessi, io chiederei:

— Dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? —

[vv. 128 – 132] Se tu potessi parlare, io ti chiederei: “Dimmi: perché ogni animale, giacendo ozioso a suo piacere (a bell’agiosi appaga; mentre la noia (il tedioassale me, se giaccio a riposo?


Forse s’avess’io l’ale

da volar su le nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

più felice sarei, dolce mia greggia,

più felice sarei, candida luna.

[vv. 133 – 138] Forse se io avessi le ali, così da volare sulle nuvole, e contare (noverarle stelle una ad una, oppure, come il tuono, così da passare (errardi vetta in vetta (riferito le cime delle montagne), sarei più felice, mio dolce gregge, sarei più felice, candida luna.


O forse erra dal vero,

mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dì natale.

[vv. 139 – 143] O forse il mio pensiero si allontana dalla verità (erra dal vero), nel giudicare il destino degli altri esseri viventi (l’altrui sorte): forse in qualsiasi forma (qual formae in qualsiasi condizione avvenga, in una tana o dentro una culla (dentro covile o cuna: ovvero sia che la nascita avvenga in un giaciglio di animale, sia che avvenga in una culla umana) il giorno della nascita è portatore di lutto per chi nasce.

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