Parafrasi “Il passero solitario” di Giacomo Leopardi


GIACOMO LEOPARDI

IL PASSERO SOLITARIO

– PARAFRASI DEL TESTO –

D’in su la vetta della torre antica,

passero solitario, alla campagna

cantando vai finché non more il giorno;

ed erra l’armonia per questa valle.

[vv. 1 – 4] Da sopra la vetta dell’antica torre (il riferimento è al campanile di Sant’Agostino a Recanati), tu, passero solitario, vai cantando per la campagna fino al tramonto; e l’armonia si spande (erra: come una cosa viva) per questa valle.


Primavera d’intorno

brilla nell’aria, e per li campi esulta,

sì ch’a mirarla intenerisce il core.

[vv. 5 – 7] Tutt’intorno risplende nell’aria la primavera, ed è talmente rigogliosa nei campi (per li campi esulta: nei campi il trionfo del risveglio della natura è tale) che nel guardarla il cuore si commuove.


Odi greggi belar, muggire armenti;

gli altri augelli contenti, a gara insieme

per lo libero ciel fan mille giri,

pur festeggiando il lor tempo migliore:

[vv. 8 – 11] Si odono le greggi belare e le mandrie (armentimuggire; gli altri uccelli felici, a gara, volano e rivolano per il cielo sgombero, gioendo anch’essi (pur) della loro giovinezza (il lor tempo migliore):


tu pensoso in disparte il tutto miri;

non compagni, non voli,

non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

canti, e così trapassi

dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

[vv. 12 – 16] tu, assorto, guardi il tutto restando in disparte; non ci sono per te ( il verbo è omesso per dare enfasi alla negazione) compagnie, né voli, non ti importa (caledell’allegria, rifuggi i giochi (spassi); canti soltanto, e in questo modo trascorri (trapassi) il più bel periodo dell’anno e della tua vita. 

Oimè, quanto somiglia

al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

della novella età dolce famiglia,

e te, german di giovinezza, amore,

sospiro acerbo de’ provetti giorni,

non curo, io non so come; anzi da loro

quasi fuggo lontano;

[vv. 17 – 23] Oimè, come somiglia al tuo modo di vivere (al tuo costumeil mio (modo di vivere)! Non mi interessano (non curo), chissà come mai (io non so comeil divertimento e le risate (il sollazzo e il riso), dolce compagnia della giovinezza (della novella età dolce famiglia), e non mi curo neanche di te, oh amore, fratello della giovinezza (german di giovinezzae ragione di rimpianti nella vecchiaia (sospiro acerbo de’ provetti giorni); anzi, quasi fuggo lontano da loro;


quasi romito, e strano

al mio loco natio,

passo del viver mio la primavera.

[vv. 24 – 26] e trascorro i migliori anni della mia esistenza (passo del viver mio la primaveraquasi lontano ed estraneo (romito e stranoal mio paese natale.


Questo giorno, ch’omai cede alla sera,

festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

odi spesso un tonar di ferree canne,

che rimbomba lontan di villa in villa.

[vv. 27 – 31] Si usa (si costumanel nostro borgo festeggiare questo giorno che ormai cede il passo alla sera. Si sente, attraverso l’aria (per lo serenoil suono di una campana (squilla), si sente spesso il fragore dei colpi sparati dai fucili (ferree canne), che rimbomba lontano di fattoria in fattoria.


Tutta vestita a festa

la gioventù del loco

lascia le case, e per le vie si spande;

e mira ed è mirata, e in cor s’allegra.

[vv. 32 – 35] Tutta la gioventù del luogo, vestita a festa, esce di casa e si riversa (si spandeper le strade; e guarda e viene guardata, e gioisce nell’animo. 


Io, solitario in questa

rimota parte alla campagna uscendo,

ogni diletto e gioco

indugio in altro tempo; e intanto il guardo

steso nell’aria aprica

mi fère il sol, che tra lontani monti,

dopo il giorno sereno,

cadendo si dilegua, e par che dica

che la beata gioventù vien meno.

[vv. 36 – 44] Io, solitario, uscendo in questa parte isolata (rimotadella campagna, rimando ad un altro momento (indugio in latro tempoogni divertimento e svago (diletto e gioco): e intanto il Sole, che scompare dopo il giorno sereno, tramontando (cadendodietro monti lontaniferisce il mio sguardo (mi fere il guardoche corre lontano nell’aria limpida (steso nell’aria aprica: aprico è aggettivo tipicamente letterario usualmente riferito ai luoghi soleggiati) e (sogg. il sole) sembra che dica che la gioventù (come il giorno) sta finendo.


Tu, solingo augellin, venuto a sera

del viver che daranno a te le stelle,

certo del tuo costume

non ti dorrai; ché di natura è frutto

ogni vostra vaghezza.

[vv. 45 – 49] Tu, uccellino solitario, quando sarai giunto al temine (alla seradi quella vita che il destino ti concederà (le stelle), certamente non ti rammaricherai (non ti dorraidel tuo modo di vivere (del tuo costume); poiché ogni vostro desiderio (vaghezzaè dettato dalla Natura (di natura è frutto).

A me, se di vecchiezza

la detestata soglia

evitar non impetro,

quando muti questi occhi all’altrui core,

e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro

del dì presente più noioso e tetro,

che parrà di tal voglia?

[vv. 50 – 56] A me, se non otterrò (impetrodi evitare l’odioso traguardo (detestata sogliadella vecchiaia (ovvero “se non mi sarà concesso, come chiedo, di morire prima di invecchiare”), quando questi occhi saranno muti per l’animo altrui, (ossia “quando non ci saranno più cenni e sguardi amorosi ricambiati”), e il mondo apparirà loro (agli occhi) privo di illusioni (e lor fia vòto il mondo), e il domani (apparirà loro) più noioso e tetro del giorno presente, cosa sembrerà di questo desiderio? (il desiderio è quello di solitudine e isolamento: il poeta si sta chiedendo, qualora arrivasse a sperimentare le amarezze della vecchiaia, se non si pentirebbe di aver deliberatamente cercato la solitudine in età giovanile).


che di quest’anni miei? che di me stesso?

Ahi! pentirommi, e spesso,

ma sconsolato, volgerommi indietro.

[vv. 57 – 59] Cosa (penserò) di questi miei anni (gli anni della giovinezza trascorsi nella solitudine)? Cosa penserò di me stesso? Ahi, mi pentirò, e spesso, ma mi guarderò indietro sconsolato.


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