Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa, parafrasi


GIACOMO LEOPARDI

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna…

[vv. 1 – 4] La notte è dolce, chiara e senza vento, e la luna placida sta sospesa (posa) sopra i tetti e in mezzo agli orti, e in lontananza, col suo chiarore (serena), svela (rende visibile) il profilo di ogni montagna.


…O donna mia,

giá tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, ché t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

[vv. 4 – 10] O donna mia, tace ormai (già: poiché ormai è notte) ogni sentiero, e attraverso le finestre dei balconi trapela qua e là (rara) la luce della lampada: tu dormi, poiché un sonno facile ti accolse, nelle tue stanze silenziose (chete); e non ti tormenta (morde) nessuna preoccupazione (cura: latinismo); e certo (già) non sai e non immagini quale grande ferita tu mi abbia aperto nel cuore.


Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio,

e l’antica natura onnipossente,

che mi fece all’affanno. — A te la speme

nego — mi disse, — anche la speme; e d’altro

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. —

[vv. 11 – 16] Tu dormi: (mentre) io mi affaccio a salutare questo cielo, che alla vista sembra così benevolo, e (mi affaccio a salutare) l’eterna e onnipotente natura che mi creò destinato a soffrire (all’affanno: il complemento di fine è realizzato con ad + accusativo calcando la costruzione latina). Ella (la Natura) mi disse: “A te nego la speranza, persino la speranza (rafforza l’idea della negazione di ogni tipo di conforto, persino quello della speranza, che non viene negata a nessun uomo)  e che i tuoi occhi non brillino (congiuntivo esortativo/ottativo) se non di pianto”.

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

quanto a viver mi resti, e qui per terra

mi getto, e grido, e fremo…

[vv. 17 – 23] Questo è stato un giorno di festa, ora tu riposi (rivolto alla donna); e forse in sogno ti torna alla mente (ti rimembra) a quanti piacesti oggi, e quanti piacquero a te: ma non ti torno alla mente io, né ho qualche speranza (non già ch’io speri). Nel frattempo io domando quanto tempo ancora mi resti da vivere, e mi getto per terra, e grido e fremo.


…O giorni orrendi

in così verde etate! Ahi! per la via

odo non lunge il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi si stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia…

[vv. 23 – 30] Oh che giorni terribili in un’età così gioiosa (verde: perché giovanile)! Ahi, sulla strada sento, non lontano, il canto solitario dell’artigiano, che ritorna (riede) a notte fonda, dopo il divertimento (sollazzi), alla sua umile dimora (ostello); e ferocemente mi si stringe il cuore, al pensiero di come tutto al mondo passi senza lasciare quasi traccia.


…Ecco è fuggito

il dí festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi, e il fragorìo

che n’andò per la terra e l’oceàno?

[vv. 30 – 37] Ecco, è trascorso velocemente il giorno festivo e ad esso segue (succede) il giorno feriale (volgar), e il tempo trascina via ogni vicenda umana. Ora, dov’è la fama risonante (il suono) di quei popoli antichi? Dov’è la gloria (il grido) dei nostri illustri antenati, e il vasto impero della famosa (quella) Roma, e le armi e il grande fragore che si sparse per la terra e per i mari?


Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

[vv. 38 – 39] Tutto è diventato pace e silenzio e il mondo sta immobile (tutto posa) e di loro (dei popoli antichi) non si parla più.

Nella mia prima età, quando s’aspetta

bramosamente il dì festivo, or poscia

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

premea le piume; ed alla tarda notte

un canto, che s’udìa per li sentieri

lontanando morire a poco a poco,

già similmente mi stringeva il core.

[vv. 40 – 46] Nella fanciullezza, età in cui (quando) si aspetta con impazienza il giorno di festa, non appena questo (il giorno festivo) era terminato, io addolorato, giacevo sul letto vegliando (in veglia premea le piume); e nella tarda notte, un canto che si sentiva scemare poco a poco allontanandosi (lontanando) lungo i sentieri, già allora (nella fanciullezza) mi stringeva il cuore nello stesso modo.

Appunti Correlati: