Parafrasi e Commenti

Parafrasi “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira” di Guido Cavalcanti

CHI È QUESTA CHE VÈN, CH’OGN’OM LA MIRA

PARAFRASI DEL TESTO
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Il tema centrale di questo sonetto di lode è quello dell’ineffabilità delle qualità della donna amata (vale a dire l’impossibilità di esprimere con le parole le qualità della donna amata). L’assunto dal quale prende le mosse la riflessione cavalcantiana è infatti che la donna, in virtù della sua perfezione, non solo trascende la capacità espressiva personale del poeta, ma, ad un livello più generale, si rivela inconoscibile e inattingibile per il complesso delle menti umane. Alla luce di questa considerazione il poeta opta per l’unica soluzione possibile: tacere, e rinunciare alla lode. Questo elemento della rinuncia alla lode, apparentemente paradossale e tuttavia in perfetta sintonia con le qualità soprannaturali attribuite dallo Stilnovo alla donna, costituisce uno sviluppo nuovo ed originale della teoria amorosa stilnovista, destinato a una notevole fortuna tra i successori di Cavalcanti, a partire dallo stesso Dante.

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Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,

che fa tremar di chiaritate l’âre

e mena seco Amor, sì che parlare

null’ omo pote, ma ciascun sospira?

Chi è costei che avanza e che ogni uomo guarda ammirato? Che fa vibrare di luce l’aria, e porta con sé (o in sé) Amore, al punto che nessuno riesce a parlare e tutti sospirano?

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O Deo, che sembra quando li occhi gira,

dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:

cotanto d’umiltà donna mi pare,

ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ ira.

Oh Dio! Cosa sembra quando volge gli occhi, lo dica Amore, perché io non saprei descriverlo (è il topos dell’ineffabilità: impossibilità di descrivere a parole le qualità della donna amata): a tal punto mi appare come signora di benignità (donna, dal lat. DOMINA: signora), che in confronto a lei io definisco “ira” ogni altra donna.

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Non si poria contar la sua piagenza,

ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,

e la beltate per sua dea la mostra.

Non sarebbe possibile descrivere la sua avvenenza, perché dinanzi a lei si inginocchia ogni nobile virtù e la bellezza la addita come sua dea (vale a dire la bellezza addita in lei una perfetta manifestazione di sé).

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Non fu sì alta già la mente nostra

e non si pose ’n noi tanta salute,

che propiamente n’aviàn conoscenza.

Il nostro intelletto (mente) non fu creato profondo abbastanza e in noi non fu posta sufficiente capacità intellettiva da poterne avere una comprensione adeguata.

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