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Parafrasi “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira” di Guido Cavalcanti

GUIDO CAVALCANTI

CHI È QUESTA CHE VÈN, CH’OGN’OM LA MIRA

- PARAFRASI DEL TESTO -
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Il tema centrale di questo sonetto di lode è quello dell’ineffabilità delle qualità della donna amata (vale a dire l’impossibilità di esprimere con le parole le qualità della donna amata). L’assunto dal quale prende le mosse la riflessione cavalcantiana è infatti che la donna, in virtù della sua perfezione, non solo trascende la capacità espressiva personale del poeta, ma, ad un livello più generale, si rivela inconoscibile e inattingibile per il complesso delle menti umane. Alla luce di questa considerazione il poeta opta per l’unica soluzione possibile: tacere, e rinunciare alla lode. Questo elemento della rinuncia alla lode, apparentemente paradossale e tuttavia in perfetta sintonia con le qualità soprannaturali attribuite dallo Stilnovo alla donna, costituisce uno sviluppo nuovo ed originale della teoria amorosa stilnovista, destinato a una notevole fortuna tra i successori di Cavalcanti, a partire dallo stesso Dante.

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Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,

che fa tremar di chiaritate l’âre

e mena seco Amor, sì che parlare

null’ omo pote, ma ciascun sospira?

[vv. 1 – 4] Chi è costei che avanza e che ogni uomo guarda ammirato? Che fa vibrare di luce l’aria, e porta con sé (o in sé) Amore, al punto che nessuno riesce a parlare e tutti sospirano?

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O Deo, che sembra quando li occhi gira,

dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:

cotanto d’umiltà donna mi pare,

ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ ira.

[vv. 5 – 8] Oh Dio! Cosa sembra quando volge gli occhi, lo dica Amore, perché io non saprei descriverlo (è il topos dell’ineffabilità: impossibilità di descrivere a parole le qualità della donna amata): a tal punto mi appare come signora di benignità (donna, dal lat. DOMINA: signora), che in confronto a lei io definisco “ira” ogni altra donna.

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Non si poria contar la sua piagenza,

ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,

e la beltate per sua dea la mostra.

[vv. 9 – 11] Non sarebbe possibile descrivere la sua avvenenza, perché dinanzi a lei si inginocchia ogni nobile virtù e la bellezza la addita come sua dea (vale a dire la bellezza addita in lei una perfetta manifestazione di sé).

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Non fu sì alta già la mente nostra

e non si pose ’n noi tanta salute,

che propiamente n’aviàn conoscenza.

[vv. 12 – 14] Il nostro intelletto (mente) non fu creato profondo abbastanza e in noi non fu posta sufficiente capacità intellettiva da poterne avere una comprensione adeguata.

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