Parafrasi “Ahi lasso, or è stagion de doler tanto” di Guittone d’Arezzo


GUITTONE D’AREZZO

AHI LASSO, OR È STAGION DE DOLER TANTO

– PARAFRASI DEL TESTO –

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto è una canzone di 6 strofe formate da 15 versi endecasillabi e settenari. La fronte di ciascuna strofe è bipartita in due piedi a rime ABBA CDDC. La sirma ha schema EFGgFfE. Il Congedo ripete lo schema della sirma.


Ahi lasso, or è stagion de doler tanto

a ciascun om che ben ama Ragione,

ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,

che morto no l’ha già corrotto e pianto,

vedendo l’alta Fior sempre granata

e l’onorato antico uso romano

ca certo pèr, crudel forte e villano,

s’avaccio ella no è ricoverata:

[vv. 1 – 8] Povero me! E’ arrivato il tempo, per ogni uomo che ami sinceramente la Ragione, di dolersi a tal punto che io mi chiedo meravigliato dove possa egli trovare salvezza e come il lutto e il pianto non lo abbiano già ucciso, vedendo che la nobile Firenze, sempre prospera (granata da granar: mettere chicchi e semi), è certamente destinata a soccombere, insieme all’onorata antica tradizione Romana – fatto molto crudele – a meno che essa non sia subito soccorsa; 


ché l’onorata sua ricca grandezza

e ’l pregio quasi è già tutto perito

e lo valor e ’l poder si desvia.

Ohi lasso, or quale dia

fu mai tanto crudel dannaggio audito?

Deo, com’hailo sofrito,

deritto pèra e torto entri ’n altezza?

[vv. 9 – 15] infatti la sua ricca e onorata grandezza e il suo prestigio si sono estinti ormai quasi del tutto, e virtù e potenza cambiano direzione (vale a dire si allontanano da Firenze). Povero me! In quale giorno mai fu sentita una condanna così crudele? Oh Dio, come hai potuto sopportare che la giustizia (deritto) venga meno (pera: perisca) e che il torto trionfi? (venga n’altezza: giunga in alto).

Altezza tanta êlla sfiorata Fiore

fo, mentre ver’ se stessa era leale,

che ritenëa modo imperïale,

acquistando per suo alto valore

provinci’ e terre, press’o e lunge, mante;

e sembrava che far volesse impero

sì como Roma già fece, e leggero

li era, c’alcun no i potea star avante.

[vv. 16 – 23] Nella Firenze ormai sfiorita (sfiorata Fiore) vi fu una grande nobiltà, fintanto che fu leale verso sé stessa, fintanto che mantenne una condotta imperiale, conquistando grazie al suo grande valore molte (mante: dall’antico francese: molte, numerose) province e città, vicino e lontano (presso o lunge); e sembrava che volesse dar vita ad un impero, così come aveva fatto in precedenza Roma, e le sarebbe stato facile, perché nessuno poteva starle davanti (nessun’altra città poteva tenerle testa).


E ciò li stava ben certo a ragione,

ché non se ne penava per pro tanto,

como per ritener giustizi’ e poso;

e poi folli amoroso

de fare ciò, si trasse avante tanto,

ch’al mondo no ha canto,

u’ non sonasse il pregio del Leone.

[vv. 24 – 30] E ciò (l’egemonia descritta) le toccava senz’altro a buon diritto, perché essa non si affannava in ciò per trarne vantaggio, ma per assicurare giustizia e pace (poso: quiete, pace, riposo). E poiché le risultò piacevole (folli amoroso: le fu piacevole) fare ciò, si spinse tanto avanti che nel mondo non c’è angolo ove non risuonasse l’elogio del Leone (il pregio del Leone: l’elogio delle virtù del Comune di Firenze, rappresentato dal Marzocco, un leone araldico che regge lo scudo con il giglio, l’altro simbolo cittadino).


Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo

tratto l’onghie e li denti e lo valore,

e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,

ed en crudel pregion mis’ a gran reo.

E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono

de la schiatta gentil sua stratti e nati,

che fun per lui cresciuti e avanzati

sovra tutti altri e collocati a bono;

[vv. 31 – 38] Leone – poveretto – ormai non lo è più, perché vedo che gli sono state strappate le unghie, i denti e il valore, e che la sua nobile stirpe è stata uccisa con dolore e che è stato messo in una crudele prigione con grave ingiustizia (a gran reo). E chi è stato a fargli tutto questo? Quelli che sono nati e discesi (stratti: lett. estratti, originati) dalla sua nobile stirpe, che da lui (riferito al Leone, simbolo di Firenze) sono stati  resi grandi e potenti più di tutti gli altri e collocati in una posizione di privilegio (a bono; Guittone si sta riferendo alla classe dirigente ghibellina di Firenze);


e per la grande altezza ove li mise

ennantîr sì, che ’l piagâr quasi a morte.

Ma Deo di guerigion feceli dono,

ed el fe’ lor perdono,

e anche el refedier poi, ma fu forte

e perdonò lor morte:

or hanno lui e soie membre conquise.

[vv. 39 – 45] e questi, in virtù della posizione privilegiata nella quale li collocò (il sogg. è ancora il leone), si innalzarono tanto che lo ferirono quasi a morte (piagar: da piaga, dunque ferire); ma Dio a lui fece dono della guarigione (il riferimento è alla pace tra ghibellini e guelfi del 1251), ed egli concesse loro il perdono; e poi lo ferirono di nuovo (el refedier > lo ri-ferirono: il riferimento è ai nuovi scontri tra guelfi e ghibellini del 1258), ma quello fu forte e risparmiò loro la condanna a morte. Ora (riferito alla definitiva vittoria ghibellina di Montaperti) hanno conquistato lui e le sue membra.


Conquis’è l’alto comun fiorentino,

e col senese in tal modo ha cangiato,

che tutta l’onta e ’l danno, che dato

li ha sempre, como sa ciascun latino,

li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto.

Ché Montalcino av’abattuto a forza,

Montepulciano miso en sua forza,

e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;

[vv. 46 – 53] Il nobile Comune fiorentino è dunque conquistato, ed ha in tal maniera invertito le parti con il Comune di Siena, che questo (il Comune di Siena) ora gli restituisce (li rende) tutta la vergogna e il danno che esso (il Comune di Firenze) gli ha da sempre inflitto, come sa bene ogni italiano, e gli porta via (i tolle) tutto il benessere e l’onore. Infatti ha abbattuto (il sogg. è Siena) con la forza Montalcino, ha ridotto in suo potere Montepulciano e riceve tasse e proventi della terra di Maremma (la cervia: lett. la cerva, simbolo del tributo che i signori di Meremma pagavano a Firenze prima che Siena li riducesse sotto la propria autorità).


Sangimignan, Poggiboniz’ e Colle

e Volterra e ’l paiese a suo tene;

e la campana e le ’nsegne e li arnesi

e li onor tutti presi

ave con ciò che seco avea di bene.

E tutto ciò li avene

per quella schiatta, che più ch’altra è folle.

[vv. 54 – 60] (Siena) tiene come una cosa di sua proprietà (a suo tene) Sangimignano, Poggibonsi e Colle Val d’Elsa, e poi Volterra e il contado (paiese: lett. contado, territorio), e si è presa la campana, le insegne, gli arnesi e tutti gli arredi insieme a tutto ciò che c’era di buono. E tutto ciò gli accade (riferito al Comune fiorentino) a causa di quella stirpe (i ghibellini) che è folle più di ogni altra.

Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,

e l’onor suo fa che vergogna i torna;

e di bona libertà, ove soggiorna

a gran piacer, s’aduce a suo gran danno

sotto segnoria fella e malvagia,

e suo segnor fa suo grand’ enemico.

A voi che siete ora in Fiorenza dico,

che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia.

[vv. 61 – 68] E’ folle chi rifugge il proprio bene e cerca il danno, e fa sì che il suo onore si tramuti in disonore, e (folle è chi) dalla buona libertà, in cui vive con grande piacere, si riduce con suo gran danno sotto un’autorità crudele e malvagia, e fa del suo maggior nemico il proprio signore. Mi rivolgo (dico) a voi che ora siete in Firenze (ai ghibellini dunque), poiché quello che è accaduto, a quanto pare, vi va bene.


E poi che li Alamanni in casa avete,

servitei bene, e faitevo mostrare

le spade lor, con che v’han fesso i visi,

e padri e figli aucisi;

e piaceme che lor dobiate dare,

perch’ebbero en ciò fare

fatica assai, de vostre gran monete.

[vv. 69 – 75] E dal momento che avete in casa gli Alemanni (i tedeschi delle truppe mercenarie di Manfredi venute in aiuto dei ghibellini), serviteli bene, e fatevi mostrare le loro spade, con le quali vi hanno ferito i volti, e vi hanno ucciso i padri e i figli; e mi fa piacere che dobbiate dar loro molti dei vostri soldi, perché nel fare ciò (vale a dire nel ferire e uccidere i vostri concittadini), hanno sostenuto una grave fatica.


Monete mante e gran gioi’ presentate

ai Conti e a li Uberti e a li altri tutti,

ch’a tanto grande onor v’hano condutti,

che miso v’hano Sena in podestate;

Pistoia e Colle e Volterra fanno ora

guardar vostre castella a loro spese;

e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese;

Montalcin sta sigur senza le mura;

[vv. 76 – 83] Portate in dono molte monete e abbondanza di gioielli ai Conti e agli Uberti, e a tutti gli altri che vi hanno guidati verso un onore tanto grande, che hanno messo Siena in vostro potere (il capovolgimento della realtà è ironico). Pistoia e Colle Val d’Elsa e Volterra ora fanno sorvegliare le vostre fortezze a loro spese (altro passaggio di sferzante ironia), e il Conte Rosso (Ildebrandino di Pitigliano) detiene la Maremma e il suo territorio, e Montalcino sta al sicuro senza le mura;


de Ripafratta temor ha ’l pisano,

e ’l perogin che ’l lago no i tolliate,

e Roma vol con voi far compagnia.

Onore e segnoria

adunque par e che ben tutto abbiate:

ciò che disïavate

potete far, cioè re del Toscano.

[vv. 84 – 90] e i Pisani (lett. il Pisano) hanno timore di Ripafratta e i Perugini (hanno timore) che prendiate loro il lago (riferito al lago Trasimeno), e Roma vuole fare un’alleanza con voi. Dunque sembra che abbiate onore, autorità e ogni vantaggio: quello che desideravate ora potete farlo, cioè essere i sovrani (re) del territorio toscano.


Baron lombardi e romani e pugliesi

e tosci e romagnuoli e marchigiani,

Fiorenza, fior che sempre rinovella,

a sua corte v’apella;

che fare vol de sé rei dei Toscani,

da poi che li Alamanni

ave conquisi per forza e i Senesi.

[vv. 91 – 97] Baroni lombardi, romani e pugliesi, e poi toscani, romagnoli e marchigiani, Firenze, il fiore che rifiorisce ogni volta, vi chiama alla sua corte, perché vuole fare di sé la sovrana di Toscana, dopo che ha conquistato con la forza gli Alemanni e i Senesi.


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