Inferno, Canto I (1), parafrasi e commento


INFERNO

CANTO 1

Divina Commedia, Inferno I

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

[vv. 1 – 3] Giunto alla metà del cammino della nostra vita (ossia: “giunto alla metà degli anni della nostra vita di esseri umani”) mi ritrovai in una selva oscura, nella situazione di aver smarrito la retta via.

>>> La durata della vita umana tanto nella Bibbia, quanto nelle teorie di illustri autori medievali come Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, viene stabilita in settanta anni. Che Dante aderisca a queste teorie lo dimostra un passo del Convivio, nel quale Dante stesso indica il punto medio della vita ai 35 anni. Sulla base di questi riscontri è lecito credere che Dante, con la perifrasi al v. 1, stia indicando con esattezza i suoi 35 anni. Ora, poiché Dante nasce nel 1265, il viaggio attraverso i tre mondi va collocato all’anno 1300 – l’ anno del primo Giubileo – e più precisamente, come si svelerà nel corso del racconto, al Venerdì Santo del 1300, corrispondente alla data del 7 aprile.

Versi 4 – 6

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

[vv. 4 – 6] Ah, quanto è difficile descrivere a parole quanto fosse selvaggia ed aspra ed impervia questa selva, al solo ricordo della quale si rinnova in me la paura.

>>> La selva, nella metafora dantesca, non è altro che il peccato; perciò lo smarrimento nella selva indica la presa di coscienza dell’io narrante di trovarsi in uno stato di peccato e di errore.

Versi 7 – 9

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

[vv. 7 – 9] Essa (“la selva”) era tanto amara che la morte lo è appena di più. Ma, al fine di giungere a parlare del bene che io vi trovai (il bene a cui fa riferimento Dante è la via per la salvezza, che si apre con l’arrivo di Virgilio), parlerò delle molte cose che io vidi in quel luogo.

Versi 10 – 12

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

[vv. 10 – 12] Non so raccontare esattamente in che modo io vi entrai, a tal punto ero stordito nel momento in cui abbandonai la retta via.

>>> Il sonno della ragione, lo stordimento e l’ottenebramento della mente sono le figure tipiche del peccato nella Bibbia.

Versi 13 – 15

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto

[vv. 13 – 15] Ma, una volta che fui giunto ai piedi di un colle, lì dove aveva termine quella valle che aveva colmato di paura il mio cuore,

Versi 16 – 18

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

[vv. 16 – 18] guardai verso l’alto e vidi il crinale illuminato dai raggi del pianeta che guida le persone per qualsiasi cammino (ossia: “e vidi il crinale del colle illuminato dai raggi del Sole”)

>>> Il colle che Dante vede è rappresentazione della via (non a caso in salita) che porta dalla presa di coscienza dell’errore alla salvezza, mentre il Sole, che si trova al di là del colle, è simbolo di Dio e dunque indica la salvezza alla fine delle tenebre del peccato e al termine del percorso di purificazione. A questo punto è chiaro come il paesaggio descritto in questo canto (la selva, la piaggia, il colle, il sole alle sue spalle), non appartenga né al mondo terreno né all’Inferno, e sia invece uno spazio completamente astratto e figurato, pura proiezione allegorica degli elementi che caratterizzano la vicenda interiore dell’uomo che prende coscienza di vivere nel peccato e tenta di uscirne. Il Proemio, del resto, che fa da prologo non solo alla prima cantica, ma all’intero poema, ha proprio lo scopo di rappresentare le condizioni ideali che ispirano la Commedia e di introdurne la materia, che verrà trattata a partire dal canto secondo .

Versi 19 – 21

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

[vv. 19 – 21] A quel punto si calmò un po’ quella paura che mi era perdurata nel profondo del cuore per tutta la notte che avevo trascorso in quello stato di angoscia (“la notte” è metafora del buio periodo del traviamento che ha condotto Dante fuori dalla “retta via”).

Versi 22 – 24

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

[vv. 22 – 24] E come colui che, col respiro ansimante, emerso dalle acque del mare e giunto a riva, volge lo sguardo alle acque pericolose e osserva,

Versi 25 – 27

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

[vv. 25 – 27] allo stesso modo il mio animo, che ancora fuggiva, si volse indietro, per osservare quel passaggio che nessuna persona viva si lasciò mai alle spalle.

>>> E’ questa la prima delle molte similitudini che si incontreranno nel corso del poema, e come avverrà di consueto, essa risulta distribuita su due terzine, la prima recante la figura (l’immagine del naufrago scampato al naufragio), la seconda il figurato (la condizione di Dante che si volge indietro, a sua volta metafora dell’uomo che prende coscienza dei suoi errori e guarda alla sua vita passata con spavento).

Versi 28 – 30

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

[vv. 28 – 30] Dopo aver riposato per un po’ il corpo stanco, ripresi il cammino attraverso il declivio deserto, in una maniera che il piede fermo era sempre quello che si trovava più in basso (ossia: “cominciai a camminare alla maniera di chi cammina in salita, muovendomi verso il crinale illuminato dal sole”).

Versi 31 – 33

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

[vv. 31 – 33] Quand’ecco (apparire), subito prima dell’inizio del pendio, una lonza (la “lonza” è un felino del genere del leopardo) agile e molto veloce, che era coperta di pelo maculato;

Versi 34 – 36

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

[vv. 34 – 36] e non mi si toglieva da davanti al volto, anzi, a tal punto impediva il mio cammino, che io mi rigirai più volte con l’intenzione di tornare indietro.

>>> La lonza, felino del genere del leopardo, è il simbolo della lussuria, così come, nei versi successivi, il leone sarà simbolo della superbia e la lupa sarà simbolo dell’avidità. Il fatto che le tre bestie impediscano il cammino di Dante verso il colle, inducendolo a tornare nella selva, non è casuale: tutta la situazione è infatti una rappresentazione allegorica di come le inclinazioni peccaminose impediscano la via dell’uomo verso la salvezza, inducendolo a restare nel peccato.

Versi 37 – 39

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

[vv. 37 – 39] Era l’inizio del mattino e il sole sorgeva in alto, accompagnato da quelle stelle che si trovavano insieme a lui quando l’amore divino

Versi 40 – 42

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

[vv. 40 – 42] mise in moto per la prima volta i corpi celesti (le “stelle” di cui parla Dante sono le stelle della costellazione dell’ariete), per cui erano per me una ragione per sperare per il meglio riguardo a quella belva dalla pelle maculata

Versi 43 – 45

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone

[vv. 43 – 45] l’ora del giorno (ossia: “il mattino”) e la dolce stagione (ossia: “la primavera”), e tuttavia non abbastanza da evitare che la vista di un leone, che mi si fece davanti, mi riempisse di paura.

Versi 46 – 48

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse

[vv. 46 – 48] Questo (ossia: “questo leone”) sembrava avanzare contro di me, con la testa alta e con fame rabbiosa, al punto che sembrava far tremare l’aria.

>>> Nel leone, simbolo della superbia, l’altezza della testa indica l’arroganza e la rabbiosa fame è lo spietato nocimento che la superbia reca all’uomo.

Versi 49 – 51

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame

[vv. 49 – 51] Ed una lupa (ossia: “e l’apparire di una lupa”), che nella sua magrezza sembrava gravata da ogni appetito, e che aveva già fatto vivere malamente molte genti,

>>> L’avidità (la fame insaziabile di ricchezze) rappresentata dalla lupa è per Dante la radice dei mali dei popoli, secondo un’idea che Dante riprende dalla Bibbia.

Versi 52 – 54

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

[vv. 52 – 54] mi causò una tale afflizione, per la paura che il suo aspetto incuteva, che io persi completamente la speranza di riuscire a risalire il colle.

Versi 55 – 57

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista

[vv. 55 – 57] E così come si ritrova colui che accumula con piacere beni di proprietà, allorché sopraggiungono circostanze che gli fanno perdere ciò che ha accumulato, e allora piange e si dispera qualunque cosa si sforzi di pensare,

Versi 58 – 60

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

[vv. 58 – 60] tale e quale (ossia: “egualmente disperato”) rese me quella bestia senza pace, la quale, avanzando nella mia direzione, a poco a poco mi respingeva indietro dove regnava l’oscurità.

>>> Il luogo dove regna l’oscurità non è altro che la “selva oscura”: l’immagine dell’avido, che vuole rappresentare lo stato d’animo di colui che prende atto di aver perso tutto, è la seconda similitudine del testo. Anch’essa, come la precedente e come avverrà con una certa regolarità nella Commedia, è distribuita su due terzine, la prima recante la figura, la seconda il figurato.

Versi 61 – 63

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco

[vv. 61 – 63] Mentre io precipitavo verso il basso, mi si presentò dinanzi agli occhi un uomo che sembrava non aver più voce (fioco → “privo di voce”), tanto a lungo era stato in silenzio.

>>> Si tratta di Virgilio, che nell’opera è il simbolo della ragione umana, per cui il suo essere senza voce è metafora di come la voce della ragione abbia a lungo taciuto nell’uomo che viveva nel peccato.

Versi 64 – 66

Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me”, gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”

[vv. 64 – 66] Appena vidi costui in quella landa desolata gli gridai “Abbi pietà di me! Chiunque tu sia, un’ombra o un uomo in carne ed ossa!”.


Versi 67 – 69

Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui

[vv. 67 – 69] Mi rispose “Non sono un uomo, un uomo lo fui in un altro tempo, e i miei genitori furono lombardi, entrambi mantovani di nascita (Virgilio nacque infatti ad Andes, presso Mantova).

Versi 70 – 72

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

[vv. 70 – 72] Nacqui all’epoca dell’impero di Giulio Cesare, sebbene nella fase terminale di esso, e vissi a Roma, sotto il buon Augusto, nell’età in cui l’uomo credeva in divinità false e bugiarde.

>>> La nascita di Virgilio risale al 70 a.C., anno in cui Cesare ha trent’anni; la carriera poetica di Virgilio si svolge sotto l’impero di Augusto, l’imperatore che gli commissionerà la sua opera più importante, l’Eneide.

Versi 73 – 75

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

[vv. 73 – 75] Fui un poeta e cantai di quel pio figliolo di Anchise che arrivò da Troia, dopo che la superba Ilio (cioè “Troia”, detta anche Ilio, da cui il nome dell’Iliade) fu bruciata.

>>> Il riferimento è ovviamente all’Eneide, che narra del viaggio che porterà sulle coste del Lazio il pio Enea, figlio di Anchise, in fuga da Troia espugnata dagli Achei.

Versi 76 – 78

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?”

[vv. 76 – 78] Ma tu perché torni verso tanto tormento? Perché non risali il monte che dà felicità, e che è principio e causa di ogni gioia?”.

Versi 79 – 81

“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?”,
rispuos’io lui con vergognosa fronte

[vv. 79 – 81] “Dunque tu sei quel grande Virgilio, quella fonte da cui sgorga un così copioso fiume di poesia?”. Gli risposi io, con la fronte china per la vergogna.

Versi 82 – 84

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume

[vv. 82 – 84] “Oh onore e guida (lume, ossia “fiaccola, faro”, è una metonimia da intendere come “guida”) di tutti gli altri poeti, mi valgano ora (sottinteso: “ad ottenere il tuo aiuto”) il lungo studio e il grande amore che mi hanno fatto frugare (ossia: “leggere minuziosamente”) la tua opera.

Versi 85 – 87

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore

[vv. 85 – 87] Tu sei per me un maestro e un’autorità, tu sei colui dal quale io ho derivato quel bello stile che mi ha procurato onore.

Versi 88 – 90

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”

[vv. 88 – 90] Guarda la bestia (riferito alla lupa) a causa della quale io mi sono voltato indietro; soccorrimi da lei, famoso saggio, perché essa mi fa tremare le vene e i polsi”.

Versi 91 – 93

“A te convien tenere altro vïaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

[vv. 91 – 93] “Sarà necessario che tu percorra un’altra strada” rispose dopo avermi visto in lacrime “se vuoi uscire da questo luogo inospitale;

>>> L’altra strada è appunto il viaggio attraverso i tre mondi dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso che sarà oggetto di narrazione nella Commedia; il messaggio è chiaro: all’uomo la via diretta al Paradiso è preclusa, e per raggiungere il cielo gli è necessario un percorso che comprende la conoscenza razionale del peccato, il distacco da esso e la deliberata purificazione. Con quest’ultimo passaggio Dante corona perciò la funzione del suo Proemio: il senso del viaggio attraverso i tre mondi, alla scoperta di dannati, purganti e beati, è ormai svelato: esso non è altro che la rappresentazione del percorso di conoscenza razionale del peccato e del pentimento, il solo percorso che può condurre l’uomo fino alla salvezza.

Versi 94 – 96

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

[vv. 94 – 96] dal momento che questa bestia, a causa della quale tu gridi, non lascia passare nessuno sulla sua strada, ma anzi, lo ostacola fino ad ucciderlo,

Versi 97 – 99

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria

[vv. 97 – 99] ed ha un’indole così malvagia e crudele che non riesce mai a saziare il suo appetito famelico, e dopo aver mangiato ha più fame di prima.

>>> Le parole di Virgilio confermano il rapporto figurato che sussiste tra la lupa e l’avidità, un vizio che, esattamente come la lupa descritta dal poeta, non si sazia mai di accumulare beni e dopo ogni successo è più affamato di prima.

Versi 100 – 102

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

[vv. 100 – 102] Sono molti gli animali a cui assomiglia, e saranno sempre di più, finché non arriverà il veltro (il “veltro” è un cane da caccia), che la farà morire nel dolore.

>>> Con l’immagine del veltro – il cane da caccia – suggerita dalla situazione generale della necessità di cacciare la lupa, Dante intende indicare un personaggio provvidenziale, inviato da Dio a ristabilire l’ordine nel mondo, un personaggio che egli attende e annuncia anche in altri luoghi del poema. Questa figura, difficilmente identificabile, è per alcuni Arrigo VII di Lussemburgo, per altri Cangrande della Scala, per altri ancora un personaggio appartenente agli ordini mendicanti.

Versi 103 – 105

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

[vv. 103 – 105] Questi non si nutrirà né di dominio, né di denaro, ma di sapienza, amore e virtù, e la sua nascita avverrà tra due cieli.

>>> Sapienza, amore e virtù sono i tre valori supremi che corrispondono alle tre persone della Trinità, per cui qui indicano genericamente la devozione del veltro a Dio. Molto più difficile è invece dire cosa intenda Dante con “tra feltro e feltro”. Per molti “feltro” significa “cielo” e l’espressione indica la nascita tra due cieli, immagine del destino del personaggio, celato nel volgersi delle costellazioni. Per altri l’immagine indica una nascita umile, e potrebbe celare un riferimento agli ordini mendicanti e l’augurio di una riforma della Chiesa da parte loro. Per altri ancora i due feltri sono Feltre e Montefeltro, i confini della regione dominata da Cangrande della Scala.

Versi 106 – 108

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute

[vv. 106 – 108] Egli sarà la salvezza di quella misera Italia per la quale morirono a causa delle ferite (ossia: “a causa dei colpi ricevuti in battaglia”) la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso.

>>> Camilla, Eurialo, Turno e Niso sono i giovani eroi che nell’Eneide virgiliana sacrificano la vita nel conflitto tra Troiani e Latini per la supremazia nel Lazio.

Versi 109 – 111

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.

[vv. 109 – 111] Egli la caccerà (ossia: “Il veltro caccerà la lupa”) attraverso tutte le città, fino a quando non l’avrà respinta nuovamente all’inferno, il luogo da dove originariamente la liberò Invidia.

Versi 112 – 114

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno

[vv. 112 – 114] Per cui io, per il tuo bene (me’ → “meglio”), penso e giudico che tu faresti bene a seguirmi, ed io sarò la tua guida, e ti porterò via di qui, attraverso un luogo eterno (“l’Inferno”)

Versi 115 – 117

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;

[vv. 115 – 117] dove ascolterai le grida disperate, vedrai gli antichi spiriti dolenti, che lamentano, gridando, la loro seconda morte (ossia: “la morte dell’anima”);

Versi 118 – 120

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti

[vv. 118 – 120] e vedrai coloro che sono felici di stare nel fuoco (ossia “e vedrai le anime del Purgatorio”) perché sperano di raggiungere, prima o poi, i beati (ossia: “gli spiriti del Paradiso”),

Versi 121 – 123

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

[vv. 121 – 123] tra i quali, se poi tu vorrai salire, arriverà un’anima più degna di me di accompagnarti là: quando mi congederò da te, io ti lascerò in sua compagnia;

>>> Il riferimento è a Beatrice, che interverrà come guida di Dante alla fine del Purgatorio; l’avvicendamento delle due figure nel ruolo di guida ha un preciso significato simbolico: Dante sta dicendo che la ragione umana, rappresentata da Virgilio, non è sufficiente a condurre l’uomo fino al Paradiso, perché ciò avvenga è necessario che la ragione sia soccorsa dalla luce divina, rappresentata appunto da Beatrice.

Versi 124 – 126

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.

[vv. 124 – 126] poiché quell’imperatore (ossia: “Dio”), che regna lassù, dato che io non seguii la sua legge (infatti Virgilio, nascendo prima della venuta di Cristo, non ha potuto essere cristiano), non permette che si giunga nella sua città sotto la mia guida.

Versi 127 – 129

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!”

[vv. 127 – 129] Egli impera in ogni luogo, ma in quel luogo ha il suo regno vero e proprio, lì ha la sua città e il suo trono: oh felice colui che Egli ammette in quel luogo!”.

Versi 130 – 132

E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

[vv. 130 – 132] E io dissi a lui: “Poeta, io ti domando, in nome di quel Dio che tu non conoscesti, affinché io possa sfuggire a questo male e ad uno anche peggiore,

Versi 133 – 135

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti”

[vv. 133 – 135] di condurmi lì dove hai appena detto, affinché io possa vedere la porta di San Pietro e coloro che tu mi descrivi così tristi”.

Versio 136

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

[vv. 136] A questo punto lui si incamminò e io lo seguii.

Da sapere:

Il Canto I dell’Inferno svolge la funzione di Proemio dell’intera Commedia. E’ questa la ragione per cui il canto resta esterno al computo che assegna ad ogni cantica 33 canti ed è questa la ragione per cui le situazioni e gli scenari che vi si affacciano non fanno ancora parte del mondo infernale. L’ambientazione del canto si svolge infatti in una sorta di spazio astratto, un paesaggio onirico che non è il mondo terreno, ma non corrisponde neppure all’inferno, e la cui corretta interpretazione è in termini di luogo allegorico, indicante una condizione dell’esistenza, quella condizione con cui Dante giustificherà l’intero impianto dell’opera.

I primi elementi di questo paesaggio che Dante porta all’attenzione del lettore sono una selva oscura e dall’aspetto orribile (quella in cui il poeta dice di essersi smarrito alla metà della vita), una piaggia, dove il poeta approda emergendo dalla selva, ed un colle illuminato dal sole, al cospetto del quale si ritrova una volta sulla piaggia. La lettura allegorica di questi elementi ci proietta immediatamente nella vicenda interiore che a Dante preme collocare all’origine della sua opera: la vicenda dell’uomo che, smarritosi nel peccato (rappresentato dalla selva), raggiunge la consapevolezza del proprio errore (la piaggia) e vede di fronte a sé il percorso tutto in salita (il colle) per raggiungere la salvezza (il sole alle spalle del colle).

Raccolte le forze Dante tenta dunque l’ascesa al colle (figura come si è detto del percorso verso la salvezza), tuttavia tre fiere sopraggiungono a impedire il suo cammino: dapprima arriva un leopardo, poi un leone e in ultimo una lupa. L’immagine delle tre fiere proviene dalla Scrittura, e per la precisione da un passo di Geremia, nel quale lupo, leone e leopardo sono appunto la rappresentazione delle tre principali inclinazioni peccaminose che impediscono la conversione dell’uomo: lussuria, superbia e avidità (desiderio insaziabile di ricchezza). In maniera equivalente i tre felini impediscono cammino dantesco, cosicché egli si trova costretto a retrocedere fin quasi da rientrare nella selva (figura dello smarrimento nel peccato).

Ma mentre Dante, impedito dalle tre fiere simbolo delle inclinazioni peccaminose, retrocede verso la condizione del peccato rappresentata dalla selva, compare un uomo, che il poeta invoca in suo soccorso. Quell’uomo è Virgilio il grande autore della classicità, che Dante saluta come proprio maestro ideale e modello costante di lingua e di stile. Virgilio, rappresentazione della ragione, indicherà a Dante, incapace di superare le tre fiere con la sola forza della volontà, una via alternativa verso la salvezza. Questa via passerà attraverso la conoscenza razionale del peccato e del pentimento, vale a dire, nell’allegoria dell’opera, attraverso un lungo viaggio in compagnia della ragione (Virgilio) che avrà le sue prime tappe proprio nell’Inferno e nel Purgatorio (per poi continuare con altra guida nel Paradiso). Il Proemio introduce così alla materia del resto dell’opera e ne svela il senso profondo, quello di indicazione di una via per la salvezza, indicazione fondata sul personale percorso dantesco, ma valida per ogni essere umano.

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