Parafrasi e Commenti

Jacopone da Todi, O Signor per cortesia, parafrasi

JACOPONE DA TODI

O SIGNOR PER CORTESIA

- PARAFRASI DEL TESTO -
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Lauda in forma di ballata, con ritornello di 2 versi ottonari a rima baciata (xx)  e strofe di 4 versi di lunghezza variabile (ottonari e novenari) legati tra loro più spesso da assonanze che da rime vere e proprie, secondo uno schema aaax. L’ultima rima della strofe (x) riprende le rime del ritornello.

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O Segnor, per cortesia,

manname la malsania,

[vv. 1 - 2] O Signore, per cortesia, mandami la malattia.

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A me la freve quartana,

la contina e la terzana,

la doppia cotidïana

co la granne etropesia.

[vv. 3 - 6] Che mi venga la febbre quartana, la febbre continua e quella terzana, quella che provoca due attacchi al giorno, con l’idropisia che rende gonfi (granne è riferito per ipallage alla malattia stessa).

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A me venga mal de denti,

mal de capo e mal de ventre,

a lo stomaco dolor pognenti,

e ’n canna la squinanzia.

[vv. 7 - 10] Che mi venga il mal di denti, il mal di testa e il mal di pancia, allo stomaco dolori acuti, e nella gola l’angina.

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Mal degli occhi e doglia de fianco

e l’apostema dal canto manco;

tiseco ma ionga en alco

e d’onne tempo la fernosia.

[vv. 11 - 14] Mal di occhi e dolori ai fianchi e l’ascesso al fianco sinistro; e mi sopraggiunga la tisi nella parte alta (la tisi colpisce i polmoni) e il delirio continuo.

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Aia ’l fecato rescaldato,

la milza grossa, el ventre enfiato,

lo polmone sia piagato

con gran tossa e parlasia.

[vv. 15 - 18] Che io abbia il fegato infiammato, la milza grossa, il ventre gonfio, il polmone sia afflitto da piaghe con grande tosse e paralisi.

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A me vegna le fistelle

con migliaia de carvoncigli,

e li granchi siano quilli

che tutto repien ne sia.

[vv. 19 - 22] Che mi vengano le fistole con migliaia di bubboni, e i tumori siano tanti e che io ne sia tutto pieno.

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A me vegna la podagra,

mal de ciglio sì m’agrava;

la disenteria sia piaga

e le morroite a me se dia.

[vv. 23 - 26] Che mi venga la gotta, il male ai testicoli così mi si aggravi; la dissenteria sia una piaga e che mi si diano le emorroidi.

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A me venga el mal de l’asmo,

iongasece quel del pasmo,

como al can me venga el rasmo

ed en bocca la grancìa.

[vv. 27 - 30] A me venga l’asma, e vi si aggiunga lo spasmo, che mi venga la rabbia come a un cane e in bocca le ulcere.

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A me lo morbo caduco

de cadere en acqua e ’n fuoco,

e ià mai non trovi luoco

che io affritto non ce sia.

[vv. 31 - 34] Che mi venga l’epilessia, (che mi faccia) cadere nell’acqua e nel fuoco, e che io non trovi mai un luogo dove io non stia in affanno.

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A me venga cechetate,

mutezza e sordetate,

la miseria e povertate,

e d’onne tempo en trapparia.

[vv. 35 - 38] Che mi venga la cecità, il mutismo e la sordità, la miseria e la povertà, e il rattrappimento cronico.

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Tanto sia el fetor fetente,

che non sia null’om vivente

che non fugga da me dolente,

posto ’n tanta ipocondria.

[vv. 39 - 42] Sia tanto il fetore che non ci sia nessun uomo vivente che non fugga da me dolente, ridotto a una così grande infermità.

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En terrebele fossato,

ca Riguerci è nomenato,

loco sia abandonato

da onne bona compagnia.

[vv. 43 - 46] Nel terribile fossato, che si chiama Riguerci: che io sia abbandonato là da ogni piacevole compagnia.

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Gelo, granden, tempestate,

fulgur, troni, oscuritate,

e non sia nulla avversitate

che me non aia en sua bailia.

[vv. 47 - 50] Gelo, grandine, tempesta, fulmini, tuoni, oscurità e non ci sia nessuna fenomeno avverso che non mi abbia in sua balia.

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La demonia enfernali

sì me sian dati a ministrali,

che m’essercitin li mali

c’aio guadagnati a mia follia.

[vv. 51 - 54] Che i demoni infernali siano dati a me come servitori, che mi infliggano i mali che mi sono meritato con la mia follia.

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Enfin del mondo a la finita

sì me duri questa vita,

e poi, a la scivirita,

dura morte me se dia.

[vv. 55 - 58] Che fino alla fine del mondo, la mia vita continui così, e poi al momento della morte questa mi sia data dura,

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Aleggome en sepoltura

un ventre de lupo en voratura,

e l’arliquie en cacatura

en espineta e rogaria.

[vv. 59 - 62] mi scelgo (dal lat. eligo) come tomba un ventre di lupo che mi abbia divorato, e le mie reliquie siano ciò che dal lupo sarà stato defecato tra spine e rovi.

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Li miracul’ po’ la morte:

chi ce viene aia le scorte

e le vessazione forte

con terrebel fantasia.

[vv. 63 - 66] I miracoli miei dopo la morte (siano che) chi viene sulla mia tomba abbia le allucinazioni e forti confusioni con terribili visioni.

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Onn’om che m’ode mentovare

sì se deia stupefare

e co la croce signare,

che rio scuntro no i sia en via.

[vv. 67 - 70] Chiunque mi oda menzionare deve inorridire e farsi il segno della croce, in modo da non fare cattivi incontri nel cammino.

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Signor mio, non è vendetta

tutta la pena c’ho ditta:

ché me creasti en tua diletta

e io t’ho morto a villania.

[vv. 71 - 74] Signore mio, non è una espiazione sufficiente questa sofferenza che ho descritto, perché Tu mi hai creato per amore, ed io ti ho ucciso per la mia folle ingratitudine.

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