Parafrasi e Commenti

Paradiso, Canto I (1), parafrasi e commento

CANTO PRIMO

PARAFRASI DEL TESTO

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La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

La gloria di Dio, (colui che tutto move in quanto Dio è fonte del moto universale) penetra nell’universo e risplende più o meno intensamente nelle diverse sue parti.

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Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

Io sono stato in quel cielo (l’Empireo) che più di questa luce risplende e ho visto cose che chi discende di lassù non è in grado di riferire;

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perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.

perché mano a mano che si avvicina al suo supremo desiderio (Dio)il nostro intelletto vi si immerge così profondamente, che la memoria non riesce a stargli dietro.

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Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.

Dunque, quel tanto del regno santo (il Paradiso) che io nella mia mente sono riuscito a trattenere (far tesoro) sarà ora argomento del mio canto.

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O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.

Oh buon Apollo, per quest’ultima fase della mia fatica poetica (l’ultimo lavoro è l’ultima cantica del poema ) riempimi come vaso del tuo valore tanto quanto ne richiedi per concedere l’alloro a te caro (amato in quanto frutto della trasformazione in pianta di Dafne, ninfa amata dal dio).

Apollo: dio della poesia, qui simbolo di potenza espressiva e come tale invocato in proprio soccorso dal poeta. Amò Dafne, ninfa figlia del fiume Peneio. Giove punì il loro amore trasformando la fanciulla in alloro, da allora tale fronda divenne simbolo di eccellenza letteraria.

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Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Fino a questo punto (del poema) una cima del Parnaso mi è stata sufficiente (vale a dire fino a questo punto mi è bastato l’aiuto delle Muse, abitatrici di una delle due cime del monte Parnaso, quella detta Elicona), ma ora, per affrontare l’impresa (aringo) che mi resta mi è necessario (m’è uopo) l’aiuto di entrambe (amendue : ambedue le cime, vale a dire anche di Cirra, la cima abitata dal dio Apollo).

Parnaso: mitico monte della Grecia. Una delle sue due cime, l’Elicona, era abitata secondo la mitologia dalle Muse, l’altra, Cirra, da Apollo.

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Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.

Entra nel mio petto, e ispirami (tue : tu) con la stessa potenza con cui scorticasti vivo Marsia (Marsia traesti de la vagina de le membra sue: Marsia, satiro della Frigia osò sfidare nel canto il dio Apollo che, vintolo, lo punì appendendolo a un albero e scorticandolo vivo).

Marsia: satiro della Frigia. Osò sfidare il dio Apollo nel canto. Apollo lo vinse e lo punì appendendolo ad un albero e scorticandolo vivo.

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O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

Oh divina virtù, se mi ti concedi quel tanto che l’immagine pur offuscata (l’ombra) del beato regno (il Paradiso) impressa nella mia mente (segnata nel mio capo) io possa rappresentare con la mia poesia (io manifesti),

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vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

mi vedrai venire ai piedi dell’albero (legno: metonimia per l’alloro) a te caro e incoronarmi di quelle fronde di cui la materia (l’altezza dell’argomento) e tu (l’efficacia espressiva fornitami dal tuo aiuto) mi renderete degno.

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Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie,

Avviene così raramente, oh padre, che quelle fronde si colgano per celebrare (triunfar : portare in trionfo) condottiero (cesare) o poeta – a causa dei vizi degli uomini –

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che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.

che dovrebbe essere motivo di gioia per la lieta divinità di Delfi (la lieta delfica deità è Apollo stesso, in quanto la sede del suo santuario si trovava a Delfi) il fatto che la fronda peneia (l’alloro, peneia in quanto frutto della trasformazione in albero della ninfa Dafne, figlia del fiume Peneo) susciti il desiderio di qualcuno.

Delfi: isola della Grecia, sede del più celebre santuario dedicato al dio Apollo.

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Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.

Accade che un grande incendio (gran fiamma) segua (seconda) una piccola scintilla: forse, dopo di me, da parte di poeti migliori, si invocherà l’aiuto di Apollo (Cirra è l’altra cima del Parnaso, sede di Apollo).

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Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,

Il sole (la lucerna del mondo) sorge agli occhi dei mortali da diversi punti dell’orizzonte (a seconda delle stagioni); ma allorchè spunta dal punto in cui i quattro cerchi astronomici si intersecano formando tre croci (all’equinozio di primavera),

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con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

il sole esce congiunto con una costellazione più favorevole (l’Ariete) cosicchè maggiormente imprime la sua influenza sulle cose del mondo (la materia terrena).

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Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,

Sorto da quel punto (tal foce), il sole aveva portato di là (nell’emisfero del Purgatorio) il mattino e di qua (nell’emisfero abitato dagli uomini) la sera, ed era quasi interamente illuminato quell’emisfero e nero quest’altro (era cioè quasi Mezzogiorno)

Dall’Eden, posto sulla sommità del Purgatorio, Dante attraversa le sfere dell’aria e del fuoco, verso il cielo della Luna – E’ all’incirca il Mezzogiorno del Mercoledì dopo Pasqua (13 Aprile 1300)

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quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.

quando io vidi Beatrice rivolta verso sinistra nell’atto di fissare il sole: mai (unquanco) aquila (aguglia) non lo fissò (li s’affisse : vi si fissò, si fissò su di esso) tanto intensamente (sì).

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E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,

E come nella rifrazione un secondo raggio si diparte da un primo per risalire in su o come falco pellegrino che risale dopo la picchiata

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così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

altrettanto immediatamente dall’atto suo, penetrato nella mia mente attraverso la vista derivai il mio e fissai (fissi) gli occhi nel sole ben oltre la nostra abitudine.

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Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece.

Alle nostre capacità (i sensi), là (in Paradiso), sono possibili molte cose che qui non sono possibili (non lece < lat. Licet) grazie alle qualità del luogo creato da Dio apposta per la specie umana.

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Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco;

Non lo sopportai a lungo, ma neppure tanto poco che prima non lo vedessi sfavillare tutto intorno come ferro incandescente estratto dal fuoco

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e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno.

e immediatamente mi sembrò che la luce del giorno raddoppiasse di intensità come se Dio (quei che puote : colui che può, l’Onnipotente) avesse ornato il cielo di un secondo sole.

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Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

Beatrice stava immobile con gli occhi fissi nei cieli eternamente rotanti ed io, distoltolo da lassù, fissai su di lei il mio sguardo.

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Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

Tanto mi addentrai nella contemplazione di lei che mi accadde come a Glauco allorchè assaporò l’erba che lo trasformò in dio marino (Glauco, pescatore della Beozia, avendo osservato che i pesci da lui deposti sulla spiaggia tornavano a vivere mangiando una certa erba volle anch’egli assaggiarne e fu trasformato in dio marino).

Glauco: pescatore della Beozia, avendo osservato che i pesci da lui deposti sulla spiaggia tornavano a vivere mangiando una certa erba volle anch’egli assaggiarne e fu trasformato in dio marino.

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Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

Non è possibile esprimere a parole in che cosa consista il transumanare (elevarsi al di sopra della natura umana, trasformarsi in dio), basti perciò l’esempio (di Glauco) a coloro ai quali la Grazia divina riserba un’esperienza diretta del fenomeno.

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S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.

Se io in quel momento sono stato unicamente quella parte che creasti originariamente (l’anima), tu lo sai, oh amore che governi il cielo, che con la luce della tua grazia mi innalzasti.

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Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,

Quando il moto delle sfere rotanti, il cui desiderio di te rende eterno, attirò la mia attenzione con l’armonia che tu moduli e distribuisci

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parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.

mi apparve un così ampio spazio di cielo acceso di luce solare che mai pioggia o fiume formarono un lago tanto esteso.

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La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.

La novità del suono e la grande luce accesero in me un desiderio di conoscerne la causa mai avvertito tanto intenso.

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Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

Per cui lei (Beatrice), che conosceva i miei pensieri tanto quanto me, per placare il mio animo agitato dal dubbio, prima che io potessi porre la domanda, aprì la bocca

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e cominciò: “Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso.

e cominciò “A impedirti di comprendere sei tu stesso con false fantasie che ti impediscono di vedere ciò che vedresti se te le scrollassi di dosso.

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Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi”.

Tu non sei sulla terra, come credi; ma un fulmine, scendendo dal cielo mai si mosse alla velocità con cui ora tu vi sali”.

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S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito

Se le brevi parole dette col sorriso mi sollevarono da questo primo dubbio presto fui ancor più avvinto in uno nuovo

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e dissi: “Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi”.

e dissi: Già soddisfatto dal grande stupore che mi turbava, ma ora mi stupisco di come io possa attraversare, nel salire, questi corpi leggeri”.

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Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,

Per cui lei, dopo un pio sospiro, volse gli occhi verso di me, con quell’espressione che fa una madre nel guardare un figlio delirante

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e cominciò: “Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.

e cominciò: “Tutte le cose sono tra loro ordinate ed è quest’ordine il principio che rende l’universo simile a Dio.

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Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.

In quest’ordine (qui) le creature superiori (quelle dotate di intelletto, come gli uomini) scorgono una traccia della grandezza di Dio (l’etterno valore), il quale è il fine per il quale è stato creato l’ordine (norma) di cui parliamo (toccata : che è l’argomento che tocchiamo).

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Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;

Nell’ordine di cui ti parlo sono inserite tutte le creature, secondo la loro diversa condizione (per diverse sorti), sia quelle più vicine al loro principio (Dio), sia quelle meno vicine;

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onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

in virtù di quest’ordine (onde) esse si muovono verso diversi fini (nella metafora marina porti) nel gran mare dell’universo (l’essere), ciascuna con una sua inclinazione naturale (istinto) che la guida.

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Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;

Tale inclinazione (questi) spinge il fuoco verso l’alto (ver la luna), tale inclinazione determina le azioni degli animali privi di anima immortale, tale inclinazione tiene strette tra loro le varie parti della terra,

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né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
ma quelle c’ hanno intelletto e amore.

né tale regola investe (quest’arco saetta) solo le creature prive di intelligenza, ma anche quelle che hanno intelletto e amore.

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La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta;

La Provvidenza, che crea quest’ordine, con la sua luce appaga (rendendolo immobile) quel cielo (l’Empireo), nel quale ruota il cielo che si muove più velocemente (il Primo Mobile);

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e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.

ed è lì, come a meta predestinata, che ci spinge la forza (virtù) di quell’arco (la corda : metonimia) che ciò che scocca (vale a dire le creature) indirizza verso un bersaglio gioioso (il Paradiso).

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Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda,

Senonchè, come l’opera (forma) molte volte si ribella alla volontà dell’autore (arte), perché la materia è restia alasciarsi plasmare (sorda),

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così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;

così avviene che da questo ordine di tanto in tanto devii una creatura, che ha il potere di volgersi, così, altrove (vale a dire al male);

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e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.

e come capita di osservare la caduta di fuoco da una nube (il fulmine) allo stesso modo l’impulso primitivo può indirizzare verso i beni terreni (atterra), deviato (torto), dall’attrattiva di falsi piaceri.

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Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.

Non devi più stupirti, se ben giudico, del tuo ascendere, non più di quanto di stupiresti vedendo un fiume scendere da monte a valle.

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Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’a terra quïete in foco vivo”.

Dovresti piuttosto meravigliarti se, liberato dal peccato (privo di impedimento), fossi rimasto fermo laggiù, come meraviglierebbe una fiamma che si adagiasse immobile a terra”.

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Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

Poi rivolse di nuovo lo sguardo verso il cielo.






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