Parafrasi e Commenti

Paradiso, Canto I (1), parafrasi e commento

PARADISO

CANTO PRIMO

dalla DIVINA COMMEDIA di DANTE ALIGHIERI
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- PARAFRASI DEL TESTO -

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La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

[vv. 1 – 3] La luce (gloria sta per “luce gloriosa, luce divina, raggio divino”) di Dio, (colui che tutto move in quanto Dio è fonte del moto universale) penetra nell’universo e risplende più o meno intensamente nelle diverse parti di esso.

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Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

[vv. 4 – 6] Io sono stato in quel cielo (l’Empireo) che maggiormente risplende della luce di Dio, e ho visto cose che chi discende di lassù non è in grado di riferire (topos dell’ineffabilità);

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perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.

[vv. 7 – 9] perché mano a mano che si avvicina al suo supremo desiderio (Dio) il nostro intelletto vi si immerge così profondamente, che la memoria non riesce a stargli dietro.

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Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.

[vv. 10 – 12] Tuttavia (Veramente = lat. Verum), quel tanto del regno santo (il Paradiso) che io sono riuscito a trattenere (far tesoro) nella mia mente, sarà ora argomento del mio canto.

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O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.

[vv. 13 – 15] Oh buon Apollo, per quest’ultima fase della mia fatica poetica (l’ultimo lavoro è l’ultima cantica del poema), riempimi come un vaso del tuo valore, nella misura in cui tu richiedi per concedere l’alloro a te caro (amato in quanto frutto della trasformazione in pianta di Dafne, ninfa amata dal dio).

Apollo è il dio della poesia, qui simbolo di potenza espressiva, e come tale invocato in proprio soccorso dal poeta. Apollo amò la ninfa Dafne, figlia del fiume Peneio, ma Giove punì il loro amore trasformando la fanciulla in alloro. Da quel momento la fronda dell’alloro divenne simbolo di eccellenza letteraria e premio per poeti.

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Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

[vv. 16 – 18] Fino a questo punto (del poema) una cima del Parnaso mi è stata sufficiente (vale a dire “fino a questo punto mi è bastato l’aiuto delle Muse, abitatrici di una delle due cime del monte Parnaso, quella detta Elicona”), ma ora, per affrontare l’impresa (aringo: letteralmente è “lo spazio che resta da percorrere”) che mi resta, mi è necessario (m’è uopo) l’aiuto di entrambe (amendue: ambedue le cime, ossia l’Elicona abitato dalle Muse, e Cirra abitata da Apollo).

Il Parnaso è un mitico monte della Grecia. In base alle conoscenze di Dante esso aveva due cime: una, chiamata Elicona e abitata dalle Muse, l’altra, chiamata Cirra e abitata da Apollo. In realtà, nel mito classico le cime del Parnaso si chiamano Cirra e Nisa e l’Elicona è un monte a parte.

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Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.

[vv. 19 – 21] Entra nel mio petto, e ispirami (tue: tu) con la stessa potenza con cui scorticasti vivo Marsia (Marsia traesti de la vagina de le membra sue: letteralmente “nella stessa maniera in cui estraesti Marsia dall’involucro delle sua membra”)

Marsia nel mito è un satiro della Frigia che osò sfidare il dio Apollo nel canto. Apollo lo vinse e lo punì appendendolo ad un albero e scorticandolo vivo.

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O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

[vv. 22 – 24] Oh divina virtù (ancora rivolto ad Apollo), se mi ti concedi quanto necessario perché io possa rappresentare con la mia poesia (io manifesti), l’immagine pur offuscata (l’ombra) del beato regno (il Paradiso) impressa nella mia mente (segnata nel mio capo)

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vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

[vv. 25 – 27] mi vedrai venire ai piedi dell’albero (legno, per metonimia, indica l’alloro) a te caro (in quanto frutto della trasformazione dell’amata Dafne) e incoronarmi di quelle fronde di cui la materia (ossia “l’altezza dell’argomento sacro”) e tu (ossia l”’efficacia espressiva fornitami dal tuo aiuto”) mi renderete degno.

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Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie,

[vv. 28 – 30] Avviene così raramente, oh padre (ancora rivolto ad Apollo), che quelle fronde (le fronde dell’alloro) si colgano per celebrare (triunfar: portare in trionfo) un condottiero (cesare per antonomasia) o un poeta – colpa dei vizi degli uomini! –

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che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.

[vv. 31 – 33] che dovrebbe essere motivo di gioia per la lieta divinità di Delfi (la lieta delfica deità è Apollo stesso, che viene definito così perché la sede del suo santuario si trovava a Delfi) il fatto che la fronda peneia (la fronda peneia è l’alloro, detto peneio in quanto frutto della trasformazione in albero della ninfa Dafne, figlia del fiume Peneo) susciti il desiderio di qualcuno.

Delfi è un’isola della Grecia, che nell’antichità ospitava il più celebre santuario dedicato al dio Apollo.

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Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.

[vv. 34 – 36] Accade che un grande incendio (gran fiamma) faccia seguito (seconda) ad una piccola scintilla: forse, dopo di me, da parte di poeti migliori, si invocherà l’aiuto di Apollo (Cirra è per Dante la cima del Parnaso in cui risiede Apollo).

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Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,

[vv. 37 – 39] Il sole (per metafora la lucerna del mondo) sorge agli occhi dei mortali da diversi punti dell’orizzonte (a seconda delle stagioni); ma allorché spunta dal punto in cui i quattro cerchi astronomici si intersecano formando tre croci (ossia “allorché sorge nell’equinozio di primavera”),

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con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

[vv. 40 – 42] il sole esce congiunto con una costellazione più favorevole (l’Ariete) ed imprime maggiormente  la sua influenza (positiva) sulle cose del mondo (la materia terrena).

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Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,

[vv. 43 – 45] Sorto da quel punto (tal foce), il sole aveva portato di là (nell’emisfero del Purgatorio) il mattino e di qua (nell’emisfero dove si trova Dante mentre scrive, l’emisfero abitato dagli uomini) la sera, e quell’emisfero era quasi interamente illuminato, mentre quest’altro era buio (era cioè quasi Mezzogiorno)

Quando riparte il racconto della terza cantica, è all’incirca il Mezzogiorno del Mercoledì dopo Pasqua (13 Aprile 1300), e dall’Eden, posto sulla sommità del Purgatorio, Dante e Beatrice si apprestano ad attraversare le sfere dell’aria e del fuoco, per salire al cielo della Luna, primo cielo del Paradiso.

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quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.

[vv. 46 – 48] quando io vidi Beatrice rivolta verso sinistra nell’atto di fissare il sole: mai (unquanco) un’aquila (aguglia) lo fissò (li s’affisse: vi si fissò, si fissò su di esso) altrettanto intensamente ().

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E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,

[vv. 49 – 51] E come nella rifrazione un secondo raggio si diparte da un primo per risalire in su o come un falco pellegrino che risale dopo la picchiata,

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così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

[vv. 52 – 54] altrettanto immediatamente dall’atto suo, penetrato nella mia mente attraverso la vista, io derivai il mio e fissai (fissi) gli occhi nel sole ben oltre quanto siamo soliti fare (noi umani).

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Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece.

[vv. 55 – 57] Alle nostre capacità (i sensi), (nel Paradiso terrestre), sono possibili molte cose che qui non sono possibili (non lece < lat. Licet), grazie alle qualità del luogo creato da Dio apposta per la specie umana (prima che Adamo ed Eva ne fossero cacciati).

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Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco;

[vv. 58 – 60] Non lo sopportai a lungo (ossia “non sopportai a lungo la vista del sole”), ma neppure tanto poco che prima non lo vedessi sfavillare tutto intorno come ferro incandescente estratto dal fuoco;

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e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno.

[vv. 61 – 63] e immediatamente mi sembrò che la luce del giorno raddoppiasse di intensità, come se Dio (quei che puote: colui che può, l’Onnipotente) avesse ornato il cielo di un secondo sole.

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Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

[vv. 64 – 66] Beatrice stava immobile, con gli occhi fissi nei cieli eternamente rotanti, ed io, distolto il mio sguardo da lassù (dal sole), lo fissai su di lei .

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Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

[vv. 67 – 69] Tanto mi addentrai nella contemplazione di lei che mi accadde lo stesso che accadde a Glauco allorché assaporò l’erba che lo trasformò in dio marino.

Glauco, nel mito ovidiano è un pescatore della Beozia, il quale, avendo osservato che i pesci da lui deposti sulla spiaggia tornavano a vivere mangiando una certa erba, volle anch’egli assaggiarne, e fu trasformato in dio marino.

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Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

[vv. 70 – 72] Non è possibile esprimere a parole in che cosa consista il “trasumanare” (ossia l’elevarsi al di sopra della natura umana, trasformarsi in dio), basti perciò l’esempio (di Glauco) a coloro ai quali la Grazia divina riserba un’esperienza diretta del fenomeno.

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S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.

[vv. 73 – 75] Se io in quel momento ero unicamente quella parte che creasti per ultima (l’anima), tu lo sai (rivolto a Dio), oh amore che governi il cielo, che con la luce della tua grazia mi innalzasti.

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Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,

[vv. 76 – 78] E quando il moto delle sfere rotanti, che il desiderio di te rende eterno, attirò la mia attenzione con l’armonia che tu moduli e distribuisci,

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parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.

[vv. 79 – 81] mi apparve un così ampio spazio di cielo acceso di luce solare, che mai pioggia o fiume formarono un lago altrettanto esteso.

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La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.

[vv. 82 – 84] La novità del suono e la grande luce accesero in me un desiderio di conoscerne la causa più intenso di ogni altro desiderio che io avessi mai avvertito.

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Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

[vv. 85 – 87] Per cui lei (Beatrice), che conosceva i miei pensieri tanto quanto me, per placare il mio animo agitato dal dubbio, prima che io potessi porre la domanda, aprì la bocca

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e cominciò: “Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso.

[vv. 88 – 90] e cominciò (a dire): “A impedirti di comprendere sei tu stesso con false fantasie che ti impediscono di vedere ciò che vedresti se te le scrollassi di dosso.

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Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi”.

[vv. 91 – 93] Tu non sei (più) sulla terra, come credi; ma un fulmine, scendendo dal cielo, mai si mosse alla velocità con cui ora tu vi sali (ossia “mai si mosse con la velocità con cui tu ora sali verso il cielo”)”.

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S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito

[vv. 94 – 96] Se quelle brevi parole, dette col sorriso, mi sollevarono da questo primo dubbio, presto fui ancor più irretito in uno nuovo (in un nuovo dubbio)

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e dissi: “Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi”.

[vv. 97 – 99] e dissi: “Già mi sentivo appagato e libero dal grande stupore che mi turbava, ma ora mi stupisco di come io possa attraversare, nel salire, questi corpi leggeri” (in altre parole Dante si chiede come possa egli, appesantito dal corpo, muoversi verso l’alto).

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Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,

[vv. 100 – 102] Per cui lei, dopo un pio sospiro, volse gli occhi verso di me, con quell’espressione che fa una madre nel guardare un figlio delirante,

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e cominciò: “Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.

[vv. 103 – 105] e cominciò (a dire): “Tutte le cose sono tra loro ordinate ed è quest’ordine il principio che rende l’universo simile a Dio.

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Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.

[vv. 106 – 108] In quest’ordine (qui) le creature superiori (quelle dotate di intelletto, come gli uomini) scorgono una traccia della grandezza di Dio (l’etterno valore), il quale è il fine per il quale è stato creato l’ordine (norma) di cui ti parlo (toccata: che è l’argomento che tocchiamo).

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Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;

[vv. 109 – 111] Nell’ordine di cui ti parlo sono inserite tutte le creature, secondo la loro diversa condizione (per diverse sorti), sia quelle più vicine al loro principio (Dio), sia quelle meno vicine;

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onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

[vv. 112 – 114] in virtù di quest’ordine (onde) esse si muovono verso diversi fini (porti nella metafora marina) nel gran mare dell’universo (l’essere), ciascuna con una sua inclinazione naturale (istinto) che la guida.

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Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;

[vv. 115 – 117] Tale inclinazione (questi) spinge il fuoco verso l’alto (ver la luna), tale inclinazione determina le azioni degli animali privi di anima immortale, tale inclinazione tiene strette tra loro le varie parti della terra,

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né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
ma quelle c’ hanno intelletto e amore.

[vv. 118 – 120] né tale regola dà una direzione (quest’arco saetta) solo alle creature prive di intelligenza, ma (ne dà una) anche a quelle che hanno intelletto e amore.

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La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta;

[vv. 121 – 123] La Provvidenza, che crea quest’ordine, rende immobile quel cielo (l’Empireo), nel quale ruota il cielo che si muove più velocemente (il Primo Mobile);

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e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.

[vv. 124 – 126] ed è lì, come a meta predestinata, che ci spinge la forza (la virtù) di quell’arco (la corda per metonimia)  che indirizza tutto ciò che scocca (vale a dire “ogni creatura”) verso un bersaglio gioioso (il bene, e quindi il Paradiso).

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Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda,

[vv. 127 – 129] Senonché, come l’opera (forma) molte volte si ribella alla volontà dell’artista (arte), perché la materia è restìa a lasciarsi plasmare (sorda),

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così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;

[vv. 130 – 132] così avviene che da questo ordine di tanto in tanto devii una creatura, che ha il potere di volgersi, così, altrove (vale a dire “al male”);

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e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.

[vv. 133 – 135] e come capita di osservare la caduta di un fuoco da una nube (come nel caso del fulmine) allo stesso modo l’impulso primitivo può indirizzare verso i beni terreni (atterra), deviato (tortodall’attrattiva di falsi piaceri.

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Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.

[vv. 136 – 138] Non devi più stupirti, se ben giudico, del tuo ascendere, non più di quanto di stupiresti vedendo un fiume scendere da monte a valle.

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Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’a terra quïete in foco vivo”.

[vv. 139 – 141] Dovresti piuttosto meravigliarti se, liberato dal peccato (privo di impedimento), fossi rimasto fermo laggiù, come meraviglierebbe sulla terra una fiamma che si adagiasse immobile”.

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Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

[v. 142] Poi rivolse di nuovo lo sguardo verso il cielo.

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