Paradiso, Canto III (3), parafrasi e commento


PARADISO

CANTO 3

Divina Commedia, Paradiso III

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO


INTRODUZIONE:

All’apertura del Canto III del Paradiso, Dante, che ha appena ascoltato dalle parole di Beatrice la spiegazione sulla vera natura delle  macchie lunari (l’episodio è narrato nel Canto II), si accinge a ringraziare la sua guida, ma viene distratto dall’apparizione di un gruppo di anime pronte a parlargli. Si tratta delle prime anime del Paradiso che Dante ha l’occasione di vedere, ed esse gli appaiono come figure umane dai contorni molto sbiaditi. Invitato da Beatrice a parlare con loro, Dante si rivolge all’anima che più gli sembra desiderosa di colloquiare. Dal colloquio, il poeta apprende che l’anima appartiene a Piccarda Donati, una donna fiorentina che egli ha conosciuto in prima persona. Piccarda dapprima racconta a Dante di trovarsi nel cielo della Luna per non aver portato a termine un voto fatto, quindi spiega al poeta come la beatitudine possa vere dei differenti gradi pur essendo in ogni caso perfetta e completa, infine procede al racconto della propria triste vicenda di monaca strappata con la forza dalla vita monastica. Prima di congedarsi, Piccarda presenta a Dante l’anima che le sta al fianco, dicendo che si tratta dell’imperatrice Costanza d’Altavilla, anch’ella monaca tolta con la forza dal convento. Al termine del colloquio Piccarda si allontana cantando l’Ave Maria.

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PARAFRASI:

Versi 1 – 33: Primo incontro con i beati del Paradiso

La sequenza narrativa iniziale del Canto III ha per oggetto la descrizione del primo incontro tra Dante e i beati. Dante solleva il capo per ringraziare Beatrice, che gli spiegato la vera natura delle macchie lunari (l’episodio è narrato nel Canto II), ma la sua attenzione viene rapita dalla visione di alcune figure sbiadite e indistinte. Il poeta crede che quelle figure così indefinite siano dei riflessi, per cui si volta indietro, per vedere chi sia a proiettare l’immagine reale, ma non scorge nessuno. Beatrice, sorridendo, spiega a Dante che quelle che vede sono anime del Paradiso e lo invita a parlare con loro.


Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;

Beatrice, che in passato (pria), come un sole, aveva scaldato d’amore il mio cuore (petto è una metonimia), mi aveva svelato il piacevole aspetto di una bella verità (Beatrice ha appena rivelato a Dante la vera natura delle macchie lunari, l’episodio è narrato nel Canto II), dimostrandomi il vero (provando) e confutando il mio errore (e riprovando);

>>> Nella Vita Nuova Dante narra di aver incontrato per la prima volta Beatrice all’età di nove anni, e di essersi immediatamente innamorato di lei. Pertanto l’avverbio pria va letto come un riferimento a quell’incontro. La metafora Beatrice-sole, si fonda sull’idea che, come il sole emana calore e scalda i corpi, così Beatrice ha scaldato il cuore del poeta, suscitando in lui l’amore.


e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;

ed io, per dichiarare me stesso corretto dall’errore e convinto della verità (certo), sollevai il capo in alto, tanto quanto era necessario per parlare (a proferer);


ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.

ma (davanti a me) apparve una visione che attirò così fortemente la mia attenzione, non appena la vidi (per vedersi), che io mi dimenticai della dichiarazione che stavo per fare.

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,

Come da vetri trasparenti e ben puliti, oppure da acque limpide e calme, e non profonde al punto che i fondali risultino invisibili (persi),


tornan d’i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;

ritornano a noi (ossia: “si riflettono”) i lineamenti (le postille, letteralmente: “i contorni”) dei nostri volti, sbiaditi al punto che una perla posta sopra una fronte candida, arriva ai nostri occhi non meno debolmente (ossia: “sbiaditi e indistinti all’incirca quanto l’immagine di una perla bianca su una fronte di carnagione molto chiara”),


tali vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.

altrettanto indistinte apparvero di fronte a me più facce pronte a parlare, cosicché io caddi nell’errore contrario dell’errore che causò l’amore tra un uomo (Narciso) e uno specchio d’acqua (nel mito, Narciso cade nella fonte perché crede reale la sua immagine riflessa nell’acqua; Dante all’opposto, crede riflesse le immagini delle anime beate, che sono reali).


Subito sì com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;

Non appena io mi accorsi di loro, ritenendo che quelle facce fossero immagini riflesse, volsi lo sguardo indietro, per vedere a chi appartenessero (ossia: “per vedere da chi si proiettassero le immagini che producevano quei riflessi”);


e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

ma non vidi nulla, così volsi gli occhi di nuovo in avanti, fissandoli negli occhi della mia dolce guida (Beatrice), la quale, sorridendo (sorridendo dell’ingenuità di Dante), faceva ardere di santità i suoi occhi santi.

“Non ti maravigliar perch’io sorrida”,
mi disse, “appresso il tuo püeril coto,
poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,

(Beatrice) Mi disse: “Non meravigliarti del fatto che io sorrida, per via del tuo pensiero puerile (coto è derivato dal latino cogito), poiché il piede del tuo intelletto non poggia ancora sulla verità,


ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.

ma, come è già accaduto, ti fa procedere invano (ossia: “ti indirizza nella direzione sbagliata, verso supposizioni errate): quelle che vedi sono anime “reali” (ossia: “non sono immagini riflesse, bensì anime”), relegate in questo cielo (qui: nel primo cielo, il cielo della Luna), per non aver portato a compimento i loro voti (ossia: “per non aver tenuto fede ai voti pronunciati nel corso della loro vita terrena”):


Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi”.

Perciò parla con esse, ascoltale e credi fermamente a ciò che ti diranno: perché la luce della verità che le illumina, appagando il loro desiderio (la verace luce, che risplendendo alle anime appaga il loro desiderio, è Dio), non permette che esse si allontanino dal vero (ossia: “le anime, immerse nella luce di Dio, che è verità, non possono dire nulla che non sia vero”).

>>> Rispetto a quanto narrato nella prima sequenza del Canto III, va osservato che:

 

1. Le parole di Beatrice possono risultare fortemente fuorvianti: le anime del Paradiso non risiedono nei cieli, ma si trovano tutte nell’Empireo; esse appaiono a Dante nelle varie stelle per adeguarsi all’intelletto umano di lui, che ha bisogno di partire dal “sensato”, per arrivare a capire l’ineffabile. Inoltre, dal punto di vista narrativo, l’adozione del sistema “dei cieli” permette a Dante di costruire il Paradiso in maniera simmetrica all’Inferno e al Purgatorio e di affrontare meglio specifiche tematiche teologiche, più facili da trattare all’interno di una struttura “a livelli” (come la questione dei diversi gradi di beatitudine, o la questione degli influssi astrali, ecc.).

 

2. Ogni beato appare a Dante nel cielo dal quale ha ricevuto l’influsso durante la vita: per Dante infatti, ogni uomo nasce sotto una stella, che ne influenza l’operato (sebbene l’uomo, col suo libero arbitrio, possa opporsi all’influsso astrale). Nel cielo della Luna, Dante incontra le anime degli incostanti, resi volubili dall’influsso della Luna, mai uguale a se stessa.

 

3. I beati del Paradiso appaiono a Dante come nuvole di luce; a questa regola fanno eccezione solo:

– le anime di questo cielo, che appaiono al poeta con lineamenti umani, seppur sbiaditi;

– le anime del secondo cielo, che appaiono al poeta come luci da cui emergono figure umani appena distinguibili.

La parziale visibilità è un’allegoria della parziale imperfezione di questi spiriti: nei primi due cieli, infatti, Dante incontra anime che non sono state del tutto perfette, per la loro fragilità quelle del primo cielo, e per il desiderio di gloria terrena quelle del secondo cielo.

Alla fine del racconto, nell’Empireo, Dante vedrà i beati nella loro figura corporea.

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Versi 34 – 120: Colloquio tra Dante e Piccarda Donati


Versi 34 – 57: Piccarda si presenta

Dante, si rivolge all’anima che gli appare più desiderosa di parlare, e la invita a presentarsi e ad illustrare la condizione che le è stata assegnata in Paradiso. L’anima dichiara di essere Piccarda Donati, una donna che Dante ha conosciuto durante la sua vita, e di trovarsi nel cielo della Luna, per non aver portato a termine un voto.


E io a l’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:

Allora io mi rivolsi all’anima che sembrava più desiderosa di parlare, e cominciai a dire, alla maniera di chi fa fatica ad esprimersi per il troppo desiderio di parlare (cui troppa voglia smaga: letteralmente significa “che è confuso, che non è pienamente padrone di sé, a causa di una smania troppo forte”):


“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,

“O spirito ben creato (ben creato ha il valore di “buono” perché letteralmente significa “creato da Dio per compiere il bene, e quindi destinato alla salvezza”), che, illuminato dalla luce della vita eterna, assapori quella dolcezza (ossia: “la dolcezza della beatitudine”), che non può essere compresa da chi non l’ha sperimentata in prima persona (la dolcezza della beatitudine è infatti al di là dell’umana capacità di immaginare),


grazïoso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte”.
Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:

sarà (fia ha sempre il valore di futuro di essere) per me cosa gradita, se mi accontenterai rivelandomi qual è il tuo nome e qual è la condizione del gruppo di anime di cui fai parte. Allora quell’anima, prontamente e con gli occhi gioiosi,


“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.

(disse): “La nostra carità (la carità – tecnicamente – è il sentimento che spinge colui che ama ad adeguarsi spontaneamente alla volontà della persona amata), non chiude le porte a un desiderio onesto (ossia: “non si rifiuta di soddisfare un desiderio onesto”), non diversamente da quanto fa quella carità (la carità di Dio) che vuole simili a sé, tutti gli spiriti beati che formano la sua corte (anche Dio, infatti, per sua carità, ascolta le preghiere dei fedeli, e pretende che alla stessa maniera di comportino le anime dei beati).


I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella,

Io durante la mia vita mortale (nel mondo) fui una suora, e se la tua memoria cerca attentamente dentro di sé (ossia: “se fai uno sforzo di memoria”), il fatto che io sia diventata più bella (la beatitudine rende più belle tutte le anime), non ti impedirà di riconoscermi,


ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.

e ti renderai conto che io sono Piccarda, che, collocata qui con questi altri spiriti beati, sono un’anima beata del cielo della Luna, il cielo più lento tra tutti.

>>> IL PERSONAGGIO DI PICCARDA

Storicamente, Piccarda Donati è la sorella di:

– Forese Donati,  poeta amico di Dante;

– Corso Donati, capo di parte Nera e acerrimo nemico di Dante.

Durante la sua vita, Piccarda prende i voti di monaca clarissa, ma il fratello Corso, per convenienza politica, la porta via con la forza dal convento, e ne fa la sposa di Rossellino della Tosa, un importante esponente dei Guelfi Neri.

 

Nel contesto del Canto III, Piccarda è il simbolo:

1. dei “deboli” ossia dei “giusti traditi dalla loro fragilità”: coloro che hanno avuto la fede, ma non la forza per difendere quella fede a qualsiasi prezzo (il che determina la loro imperfezione);

2. della carità: la gioia di fare la felicità del prossimo, mettendo al secondo posto la propria volontà.

 

Coerentemente con i valori che Piccarda è chiamata a rappresentare, Dante connota il suo personaggio con i caratteri:

– della bellezza;

– della bontà (Piccarda è incapace di astio anche quando ricorda i suoi rapitori: perché imperfetta è la sua forza, ma non il suo amore);

– della letizia (Piccarda è l’anima più ansiosa di parlare con Dante e soddisfare le sue curiosità, e risponde a Dante con gli occhi pieni di gioia: perché Piccarda è piena di carità, e la gioia di Dante è la sua gioia).

 

>>> IL CIELO DELLA LUNA

Per capire perché Piccarda definisce il cielo della Luna “il più lento dei cieli” bisogna conoscere la struttura del cosmo dantesco. Dante immagina che l’universo abbia una struttura “a cipolla” con la Terra al centro e i cieli tutt’attorno, uno dentro l’altro, fino ad arrivare all’Empireo: il cielo che contiene tutti gli altri e nel quale ha sede Dio. Il moto dei cieli per Dante ha origine dal Primo Mobile, il nono cielo, che ruotando trasmette il moto a tutti i cieli che esso contiene dentro di sé; più un cielo è lontano dal Primo Mobile, più la spinta alla rotazione si indebolisce: perciò la Luna, che è il Primo cielo e il più lontano dal Primo Mobile, è anche il cielo che ruota più lentamente di tutti.


Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.

I sentimenti di noi anime, che si infiammano di felicità solo se soddisfano il piacere (ossia: “se compiono la volontà”) dello Spirito Santo, provano gioia nel conformarsi all’ordine voluto da Lui (ossia: “voluto dallo Spirito Santo”).


E questa sorte che par giù cotanto,
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto”.

E questa condizione, che appare così “bassa” (ossia: “che appare bassa se paragonata alla condizione delle anime collocate nei cieli superiori”), ci è stata assegnata per questa ragione: perché i nostri voti furono disattesi e quindi non si compirono del tutto.

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Versi 58 – 90: Piccarda spiega i gradi della beatitudine

Dante chiede a Piccarda se lei e le altre anime collocate nel cielo della Luna, non desiderino forse un più alto grado di beatitudine. Piccarda spiega a Dante che un aspetto costitutivo della condizione della beatitudine è desiderare solo e soltanto ciò che anche Dio desidera: per questa ragione ogni anima, nell’occupare la posizione che Dio le ha assegnato, trova la perfetta felicità.


Ond’io a lei: “Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:

Per cui, io le dissi: “Nei vostri volti meravigliosi risplende qualcosa di indefinibile e divino, che vi rende diversi da come vi ricorda chi vi ha conosciuto durante la vita terrena (letteralmente “che vi fa apparire diversi dall’idea di voi rimasta nella memoria di chi vi ha visto quand’eravate vivi”):


però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.

è questa la ragione per cui io non sono stato veloce nel ricordare (ossia: “è questa la ragione che mi ha impedito di riconoscerti immediatamente”); ma ora, mi aiuta ciò che tu mi dici, per cui, per me è più facile riconoscerti.


Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?”.

Tuttavia dimmi, voi che siete beati in questo luogo (qui: nel cielo della Luna), desiderate forse un luogo più alto, per poter godere meglio della visione di Dio e per sentirvi più intimi (amici) con Lui?”


Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:

Ella (Piccarda) dapprima sorrise per un po’ con le altre anime che si trovavano con lei; poi mi rispose con una tale gioia, che sembrava ardere della fiamma dello Spirito Santo (lo Spirito Santo è chiamato spesso “primo amore” nella Divina Commedia):


“Frate, la nostra volontà quïeta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

“O fratello, appaga pienamente la nostra volontà (quieta: letteralmente “placa”), la virtù della carità, la quale ci fa desiderare unicamente ciò che abbiamo e non suscita in noi alcun altro desiderio (perché la carità è il sentimento che spinge colui che ama, in questo caso le anime, a desiderare ciò che desidera la persona amata, in questo caso Dio).


Se disïassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;

Se desiderassimo essere collocate più in alto, i nostri desideri sarebbero in contrasto con la volontà di Colui (Dio) che ci vuole qui nel cielo della Luna,


che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.

e sarai tu stesso a renderti conto che questa cosa (ossia: questa discordanza di volontà) non si può verificare (non capere: non può aver luogo) in Paradiso (in questi giri), se ricorderai che qui è necessario vivere in carità (con Dio) e se ti soffermerai a riflettere su cos’è la carità (ossia: se terrai presente che la carità è adeguare la propria volontà alla volontà di chi si ama, in questo caso Dio).


Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;

Anzi, è un aspetto sostanziale della nostra condizione di beati (è formale: letteralmente “è parte costitutiva dell’essere anime beate”) mantenersi all’interno della volontà di Dio, per cui le nostre volontà diventano una sola;


sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com’a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.

Stando così le cose, il modo in cui ci troviamo distribuiti di cielo in cielo (di soglia in soglia letteralmente: “di gradino in gradino”) per questo regno (ossia: “nel Paradiso”), piace a tutti gli abitanti del regno (ossia: “piace a tutti i beati”), e allo stesso modo piace al re (a Dio), che ci fa desiderare ciò che Egli desidera.


E ’n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella crïa o che natura face”.

E la nostra pace consiste proprio nell’uniformarci alla Sua volontà. Essa (la volontà di Dio) è come un mare verso il quale si muovono tutte le cose, sia quelle create dalla volontà divina stessa (ossia: sia le cose che la volontà divina crea in via diretta: gli angeli, i cieli, ecc.), sia quelle che nascono dalla Natura (ossia: sia le cose che la volontà di Dio crea servendosi della Natura come strumento: l’uomo, le altre creature, ecc.).


Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.

Allora (ossia: “al termine della risposta fornita da Piccarda”), mi fu chiaro come nel cielo ogni luogo è Paradiso (ossia: “mi fu chiaro come la dolcezza goduta dai beati è perfetta e completa in ogni punto del cielo”), anche se la grazia di Dio (Dio è il sommo bene), non scende, come pioggia, in misura uguale in tutti i luoghi.

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Versi 91– 108: Piccarda narra la sua storia

Come terza ed ultima domanda, Dante chiede a Piccarda qual è il voto da lei non portato a compimento. Piccarda spiega di essere venuta meno al giuramento fatto al momento dell’entrata nelle Clarisse (l’Ordine fondato da Santa Chiara d’Assisi), essendo stata strappata dal convento con la violenza. Piccarda non fa il nome di chi l’ha tolta alla vita di monaca, ma da altre fonti si sa che a farlo fu il fratello Corso Donati.


Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,

Ma, così come capita, se un cibo sazia e resta invece il desiderio d’un altro cibo, che si ringrazia per il primo e si chiede ancora un po’ del secondo,


così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.

la medesima cosa feci io, con il gesto e con le parole (e porsi una seconda domanda) per sapere da lei di quale tela non trasse la spola fino al capo (ossia, fuor di metafora: “quale fu il voto che non condusse a termine”).


“Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù”, mi disse, “a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,

Mi rispose: “Una vita perfettamente vissuta (ossia: “una vita dedicata interamente a cose spirituali”), e i grandi meriti acquistati (ossia: “i grandi meriti acquistati per mezzo di quella vita perfettamente vissuta”), hanno condotto in un cielo più alto (inciela più su) una donna secondo la cui regola, giù nel vostro mondo (nel mondo terreno), si prende l’abito e il velo monacale,

>>> La donna dalla vita perfetta e dagli alti meriti, alla quale Piccarda si riferisce, è Santa Chiara: la santa assisiate seguace di San Francesco, che nell’anno 1212, per volontà di lui, fonda l’Ordine delle monache Clarisse.


perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.

con lo scopo di dormire e vegliare, fino alla morte (ossia: “con lo scopo di vivere ogni singolo momento della propria vita, giorno e notte”), con quello sposo (Cristo) che accetta ogni voto che l’amore di Dio rende confacente al suo piacere (ossia: “che accetta ogni voto espresso con il desiderio di fare la volontà di Dio”).


Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.

Ancora giovinetta, per seguire l’esempio di Santa Chiara, mi allontanai dalla vita mondana (dal mondo fuggi’mi), presi l’abito del suo Ordine religioso, e feci voto di seguire la regola delle Clarisse (la sua setta: l’Ordine di Santa Chiara, le Clarisse).


Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

Successivamente, alcuni uomini, più abituati a fare il male che il bene, mi trassero via con la forza fuori dal dolce chiostro (il chiostro è il cortile porticato dei conventi): Dio sa quale (qual ha il significato di “quanto drammatica”), fu la mia vita da allora in avanti.

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Versi 109 – 120: Piccarda presenta Costanza d’Altavilla

Prima di congedarsi da Dante, Piccarda presenta l’anima che si trova alla sua destra, dicendo che si tratta dell’imperatrice Costanza d’Altavilla, e dichiarando che anche lei è una suora strappata con la forza dalla vita monacale.

 


E quest’altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,

E quest’altro spirito lucente, che si mostra a te dalla mia destra, e che risplende di tutta la luce del cielo della Luna,


ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.

Potrebbe dire di sé, ciò che io dico di me (letteralmente: “ciò che io dico di me, lo considera detto di sé”): anche lei fu suora, e la copertura (l’ombra) del sacro velo monacale, le fu strappata dal capo nello stesso modo violento (così).


Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.

Ma anche dopo che, contro la sua volontà, e contro ogni buon costume, fu ricondotta alla vita mondana, ella non si separò mai dal velo del suo cuore (ossia: “nel suo cuore rimase sempre fedele al voto pronunciato”).


Quest’è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò ’l terzo e l’ultima possanza”.

Questa è l’anima luminosa della grande Costanza, che dal secondo vento di Svevia (ossia: “che da Enrico VI, secondo imperatore di Svevia”; il primo fu Federico Barbarossa) generò la terza ed ultima potenza (ossia: “mise al mondo il terzo ed ultimo imperatore della casata Sveva: Federico II”)”.


>>> COSTANZA D’ALTAVILLA

Costanza d’Altavilla è la principessa normanna, erede al trono di Sicilia, che Federico I di Svevia, detto Barbarossa, riesce a far avere in sposa a suo figlio Enrico VI. Dal matrimonio tra Costanza ed Enrico VI nasce Federico II di Svevia, il futuro imperatore.

Costanza non è realmente una monaca tratta via dal convento. Questa diceria viene messa in circolazione durante il Duecento, quando, nel contesto delle lotte tra Federico II e i papi,  per alimentare la fama di Federico come Anticristo, la propaganda filopapale diffonde questa falsa notizia.

Nel contesto del Canto III, Costanza è, come Piccarda, simbolo della fede non accompagnata dalla forza: non è un caso che Dante collochi in questo canto due donne, poiché la medesima fragilità sarebbe apparsa meno scusabile in una figura maschile.

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121 – 130: Piccarda va via

Al termine del colloquio con Dante, Piccarda si allontana cantando l’Ave Maria. Dante si volge nella direzione di Beatrice, pronto a parlare, ma Beatrice lo abbaglia con la sua luce, al punto che il poeta, accecato dal fulgore, non riesce a porre la domanda che vorrebbe porle.


Così parlommi, e poi cominciò ’Ave,
Maria’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.

Così mi parlò Piccarda, quindi cominciò a cantare “Ave Maria” e cantando si dileguò, come si dilegua un oggetto pesante cadendo nell’acqua profonda.


La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio

Il mio sguardo, che la seguì fintanto che fu possibile, dopo che l’ebbe persa di vista, si rivolse a guardare l’oggetto del mio più grande desiderio (con questa perifrasi Dante si riferisce a Beatrice),


e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non sofferse

e si concentrò totalmente su Beatrice: ma lei risplendette in maniera così intensa di fronte a me (ossia: “emanò una luce così sfolgorante”) che in un primo momento io ne rimasi accecato.


e ciò mi fece a dimandar più tardo.

e ciò mi rese più lento nel porle la domanda che volevo porle.


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