Paradiso, Canto VI (6), parafrasi e commento


PARADISO

CANTO 6

Divina Commedia, Paradiso VI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO
PREMESSA:

NEL CANTO 5 SUCCEDE CHE: Dante, dal cielo della Luna, si sposta nel cielo di Mercurio. Qui gli vengono incontro oltre mille anime, dall’aspetto di bagliori luminosi contenenti figure umane appena distinguibili. Ad uno degli spiriti, Dante pone due domande, chiedendo:

chi egli sia;

per quale ragione sia stato assegnato al cielo di Mercurio.

A questo punto il Canto 5 si conclude. Il Canto 6 si apre perciò con le parole con cui lo spirito fornisce a Dante la risposta alla prima domanda.

Torna su

PARAFRASI:
Versi 1 – 27: Giustiniano si presenta

Giustiniano risponde alla prima domanda di Dante, rivelando la propria identità, attraverso un esteso discorso nel quale ripercorre la propria storia:

Versi 1 – 3

Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,

Dopo che Costantino spinse l’aquila in direzione contraria al movimento del sole, che l’aquila aveva seguito con colui che sposò Lavinia (ossia: “Dopo che l’imperatore Costantino, spostò la sede dell’Impero di Roma, di cui l’aquila imperiale è il simbolo, da Roma a Bisanzio, e cioè da Occidente verso Oriente, in senso contrario al movimento del sole, che invece l’aquila imperiale aveva seguito quando in origine, con Enea, sposo di Lavinia, era venuta da Troia nel Lazio, muovendosi da Oriente a Occidente”).

1. Lo spostamento della capitale dell’Impero Romano da Roma a Bisanzio è un fatto storico reale, che avviene nel 330 d.C. ad opera dell’imperatore Costantino.

2. L’aquila imperiale è il simbolo dell’impero di Roma e figura negli stemmi imperiali, nelle insegne militari, ecc.: nel corso del Canto VI del Paradiso, Dante fa costantemente riferimento all’impero designandolo con il suo simbolo, l’aquila.

3. Enea viene indicato come il primo “portatore” dell’aquila, perché, in base alla mitologia romana, è con la partenza di Enea da Troia che si mettono in moto gli eventi che conducono alla fondazione di Roma, pertanto Enea è considerato l’autentico progenitore di Roma e dei romani.

4. Lavinia, figlia di Latino, re del Lazio, è la donna che Enea sposa una volta giunto in Lazio.

Versi 4 – 6

cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

l’uccello caro a Dio (ossia: “l’aquila”, “cara a dio” perché rappresenta l’impero di Roma, che per Dante è l’istituzione che Dio vuole alla guida del mondo), rimase per oltre duecento anni nell’estremità orientale dell’Europa (cioè a Bisanzio), non lontano da quei monti dai quali si era mosso in origine (ossia: “non lontano dai monti di Troia, da dove l’aquila era partita con Enea”);

In realtà la capitale dell’Impero Romano resta a Bisanzio per 197 anni, dal 330 d.C. al 527 d.C., ma Dante non dispone di date esatte e perciò dà una cifra errata.

Versi 7 – 9

e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

E sotto l’ombra delle sue ali sante, (sottinteso: “l’aquila imperiale”, ossia “l’impero di Roma”) governò il mondo da lì (ossia: “da Bisanzio”), passando da una mano all’altra (ossia, per metonimia: “passando da un imperatore all’altro”), e così facendo, giunse nelle mie mani.

Versi 10 – 12

Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

Sono stato imperatore (Cesare fui), e sono Giustiniano: colui che, per volere dello Spirito Santo (il “primo amore” è lo Spirito Santo), del quale ora (ossia: “ora che mi trovo in Paradiso”) assaporo la dolcezza, dal complesso delle leggi romane, fece togliere le norme non necessarie (il troppo: le ripetizioni, le norme ridondanti) e quelle ormai inutili (il vano: le leggi divenute col tempo, anacronistiche e superate).

>>> Giustiniano regge l’Impero Romano dal 526 d.C. al 568 d.C., rimanendo nella storia essenzialmente per:

1. le campagne militari contro i barbari;

2. l’opera di “sfrondamento” e riorganizzazione delle leggi romane, che con i secoli si erano fatte caotiche a causa delle molte norme ridondanti, delle norme divenute anacronistiche, delle sentenze in contraddizione tra loro, ecc. Giustiniano affida l’opera ad una commissione di giuristi, guidata dall’illustre Triboniano. Al termine del lavoro la commissione rilascia il Corpus Iuris Civilis, che resterà un pilastro fondamentale del diritto per tutto il Medioevo.

Dante sceglie Giustiniano come voce del Canto 6 del Paradiso perché il poeta ritiene che l’età di Giustiniano sia un momento esemplare nella storia dell’Impero Romano, perché:

1. Giustiano sconfigge i Goti e riporta l’Italia sotto l’Impero: pertanto egli è l’esempio che anche gli imperatori dell’epoca di Dante dovrebbero seguire, mentre invece essi si interessano solo alle vicende di Germania e non si curano del fatto che la penisola è in stato di abbandono.

2. Giustiniano governa l’impero in pieno accordo con l’autorità religiosa: pertanto, anche sotto questo punto di vista, egli è per Dante un esempio che gli imperatori della sua epoca dovrebbero seguire.

3. Giustiniano riordina le leggi che sono il fondamento del vivere civile.

Versi 13 – 15

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;

Prima di dedicarmi a quell’opera (ossia: “prima di intraprendere l’opera di riordinamento delle leggi”), ero convinto che in Cristo ci fosse una sola natura, ed ero soddisfatto di ciò in cui credevo (Giustiniano aveva aderito all’eresia del monofisismo, che aveva avuto origine dal predicatore Eutiche: il monofisismo sosteneva che Cristo avesse unicamente natura divina, e non divina e umana insieme);

Versi 16 – 18

ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

ma il benedetto Agapito, che fu sommo pontefice, con le sue parole, mi convertì alla vera fede (ossia: “mi convinse della doppia natura divina e umana di Cristo”. Agapito è il papa che guida la Chiesa dal 533 d.C. al 536 d.C.; Giustiniano lo incontra quando il papa si reca a Costantinopoli per trattare la pace tra Goti e l’Impero d’Oriente).

Versi 19 – 21

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.

Io ebbi fiducia in lui: e ciò di cui egli era convinto (ossia: “e il fatto che in Cristo ci fossero due nature, come Agapito sosteneva”), ora (ossia: “ora che mi trovo in Paradiso”) mi sembra tanto evidente, quanto a te che sembra evidente che, tra due cose in contraddizione tra loro, necessariamente una dev’essere vera e l’altra falsa.

Versi 22 – 24

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;

Appena cominciai a camminare con la Chiesa di Roma (ossia: “non appena abbandonai l’eresia monofisista e mi allineai alla dottrina sostenuta dalla Chiesa di Roma”), a Dio piacque, per Sua grazia, di suggerirmi quel grande lavoro (l’opera di riordinamento delle leggi) ed io mi dedicai totalmente ad esso;

Versi 25 – 27

e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

e delegai tutte le faccende militari al mio Belisario (Belisario è il principale generale dell’esercito imperiale nell’epoca di Giustiniano), nei confronti del quale il cielo (la destra del ciel) fu così favorevole, che per me fu il segnale che io dovessi astenermi dalle azioni belliche e dedicarmi alle opere di pace (nella realtà storica il rapporto tra Giustiniano e Belisario ebbe un epilogo infelice, e Belisario concluse i suoi giorni in carcere).

Torna su

Versi 28 – 33: Giustiniano spiega le ragioni della digressione sull’impero

A questo punto Giustiniano dichiara che la risposta alla prima domanda posta da Dante potrebbe considerarsi conclusa. Tuttavia, l’imperatore afferma che, l’aver fatto riferimento all’aquila imperiale, lo spinge a spendere qualche parola su quanto iniquamente agiscano verso quel simbolo, sia i Guelfi sia i Ghibellini, i primi combattendolo, i secondi cercando di appropriarsene illegittimamente.

Versi 28 – 30

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,

A questo punto termina (s’appunta) la mia risposta alla tua prima domanda; ma la natura della risposta che ti ho dato, mi induce ad andare avanti con qualche aggiunta,

Versi 31 – 33

perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

dimodoché tu comprenda con quale diritto (l’affermazione è ironica: Giustiniano vuole in realtà dire “quanto ingiustamente, quanto a torto”) agiscono nei confronti del sacro simbolo dell’aquila imperiale, sia coloro che vorrebbero appropriarsene (ossia: “i Ghibellini”), sia coloro che lo combattono (“i Guelfi”).

>>> Il senso del riferimento ai Guelfi e ai Ghibellini è il seguente:

Il discorso che si apre a questo punto, costituisce una riaffermazione, in forma poetica, della teoria “dei due soli” che Dante espone in maniera compiuta nell’opera Monarchia.

L’idea di Dante è che l’Impero di Roma è l’autorità che Dio vuole alla guida dell’umanità, come dimostra il fatto che, nella storia dell’Impero di Roma si riconosce un corso provvidenziale degli eventi, e Dio ha affidato ad un tribunale romano il compito di mandare a morte Cristo, cancellando così il peccato originale.

Se le cose stanno in questo modo, ed è ciò che il discorso di Giustiniano mira a confermare, sbagliano clamorosamente sia i Guelfi, che osteggiano l’imperatore come un nemico, senza comprendere che egli è un’autorità provvidenziale e voluta da Dio, sia i Ghibellini, che si fregiano di sostenere l’imperatore, ma in realtà portano avanti solo interessi politici di partito.

Torna su

Versi 34 – 96: Giustiniano ripercorre la storia dell’aquila imperiale

A questo punto Giustiniano avvia una lunga digressione a metà tra il mito e la storia, nel corso della quale ripercorre le tappe essenziali della storia dell’Impero di Roma, dalla preistoria della città, fino all’epoca di Carlomagno. Questa digressione ha la forma di una rassegna di imprese, che il poeta attribuisce simbolicamente all’aquila imperiale. Lo scopo della digressione è mettere in evidenza il carattere provvidenziale dell’impero di Roma, ossia la sua natura di istituzione voluta da Dio alla guida del mondo.

Da questo momento, perciò, il discorso di Giustiniano diventa una successione ininterrotta di riferimenti a fatti ed episodi tratti dalla storia di Roma o narrati nei miti sulle origini della città.

Versi 34 – 36

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.

Considera quanto valore (ossia: “considera il valore di quanti uomini”: generali, soldati e leader politici) ha reso degno di reverenza il simbolo dell’aquila imperiale; esso (ossia: “quel valore”, intendendo “la storia di quel valore”) ebbe inizio nel momento in cui Pallante morì perché l’aquila potesse dominare.

>>> L’excursus di Giustiniano comincia dalle primissime fasi del mito: Pallante è il giovane figlio del re Evandro, che perde la vita combattendo in favore di Enea contro Turno; per Giustiniano egli è la prima vita che si sacrifica perché Roma possa esistere ed essere grande, il punto iniziale di una lunga storia di sacrifici e atti di valore che fanno parte di un preciso progetto di Dio, mirato a fornire l’umanità di un’istituzione che garantisca la pace e il benessere sulla Terra.

Versi 37 – 39

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

Tu sai che esso (ossia: “il simbolo dell’aquila imperiale”) fissò la sua sede in Albalonga per più di trecento anni, fino al giorno in cui i tre Orazi e i tre Curiazi combatterono, di nuovo (ancora, ossia: “come nel caso di Pallante”), per la gloria dell’aquila imperiale.

>>> Alla morte di Enea, Roma non esiste ancora, ma il figlio di Enea, Ascanio, fonda una città, Albalonga, nella cui stirpe regnante si continua la stirpe di Enea. Per questa ragione Dante afferma che “l’aquila”, in origine, ha sede in Albalonga. Dopo circa trecento anni dalla fondazione di Albalonga, all’epoca del re Numitore, Romolo e Remo, due giovani appartenenti alla stirpe reale di Albalonga, fondano una nuova città: Roma.

A distanza di un mezzo secolo, sotto il regno di Tullo Ostilio, Roma ed Albalonga entrano in guerra. Per evitare eccessivi spargimenti sangue i sovrani delle due città scelgono di risolvere il conflitto con uno scontro tra rappresentanti scelti. Per Roma vengono scelti i tre fratelli Orazi, per Albalonga i tre gemelli Curiazi. Con la vittoria degli Orazi, Albalonga perde l’egemonia sul Lazio, e Roma guadagna una posizione dominante. Ecco perché Giustiniano presenta il sacrificio degli Orazi e dei Curiazi come “necessario” per il dominio di Roma.

Versi 40 – 42

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.

e sai quello che esso (ossia: “il simbolo dell’aquila imperiale”) fece nel periodo che va dal ratto delle Sabine, fino al lutto di Lucrezia, sotto i sette re, riportando successi militari su tutte le popolazioni confinanti.

>>> In questa terzina Giustiniano ricorda sinteticamente i circa due secoli in cui Roma è una monarchia e si estende nei territori del Lazio a danno delle città limitrofe. Di questa fase Giustiniano cita due momenti salienti, uno rappresentativo dell’inizio, uno rappresentativo dell’epilogo, infatti:

1. Il rapimento delle donne dei Sabini, è un’iniziativa del primo re, Romolo, che ha lo scopo di portare delle donne a Roma, garantendo alla città le basi per la sopravvivenza.

2. Lucrezia, moglie di Collatino, si toglie la vita dopo essere stata violata da Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, e nel mito, la sua morte è la causa scatenante della cacciata dell’ultimo re di Roma.

Versi 43 – 45

Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;

Conosci le imprese che esso (ossia: “il simbolo dell’aquila imperiale”) compì quando fu portato dal patriziato Romano contro Brenno, contro Pirro, e contro le altre monarchie e le altre repubbliche (principi e collegi);

>>> In questa terzina il racconto arriva ai fatti della prima fase repubblicana della storia di Roma:

1. Brenno è il condottiero dei Galli che, nell’anno 390 a.C., mette a sacco il Campidoglio.

2. Pirro è il re dell’Epiro che, nel 280 a.C. giunge in Italia in soccorso dei Tarentini, in guerra con Roma.

3. Le “guerre contro regni e repubbliche” sono le molte guerre che Roma conduce in questi anni: contro i popoli italici, i Sanniti, e in Sicilia.

Versi 46 – 48

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.

dalle quali imprese (onde) Torquato, Quinzio – che ricevette il suo soprannome (Cincinnato) per via della capigliatura trascurata e poi i Deci e i Fabi, ricevettero la fama alla quale, ora, io rendo volentieri onore (mirro: letteralmente vuol dire “cospargo di mirra”, e poiché la mirra era un pregiato conservante, l’espressione è una metafora che vuol dire “rendo immortale”).

>>> I personaggi ricordati in questa terzina sono effettivamente gli “eroi” delle guerre della prima età repubblicana di Roma:

1. “Torquato” è Tito Manlio Torquato, generale dell’esercito romano, vincitore di Galli e Latini.

2. “Quinzio” è Lucio Quinzio, detto Cincinnato per la chioma arruffata, dittatore romano, che nel 458 a.C. riporta la fondamentale vittoria del Monte Algido, sugli Equi.

3. I “Deci” sono i due omonimi Publio Decio Mure, padre e figlio, morti entrambi nel corso delle guerre contro i Sanniti.

4. I “Fabi” sono una tra le principali famiglie del patriziato romano dell’epoca repubblicana: nel 477 a.C., trecento Fabii sacrificarono le loro vite nella battaglia del Cremera, per proteggere Roma dai Veienti.

Versi 49 – 51

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Esso (ossia: “il simbolo dell’aquila imperiale”) prostrò l’arroganza dei Cartaginesi (Arabi, per anacronismo), i quali, al seguito di Annibale, attraversarono le rocciose cime alpine dalle quali tu, o Po, discendi.

>>> Con questa terzina il racconto giunge al periodo delle guerre Puniche: Annibale attraversa le Alpi passando dal Monginevro, nell’anno 218 a.C., dando inizio alla Seconda Guerra Punica.

Versi 52 – 54

Sott’ esso giovanetti trïunfaro
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

Sotto di esso (sotto il simbolo dell’aquila imperiale, ossia “sotto le insegne dell’aquila imperiale”) celebrarono i loro trionfi, ancora giovinetti, Scipione (l’Africano) e Pompeo; e per quel colle sotto al quale tu nascesti (il colle di Fiesole, presso Firenze), non fu piacevole.

>>> In questa terzina Giustiniano accosta due figure che vivono a distanza di oltre un secolo l’una dall’altra:

1. Scipione l’Africano, è il generale che conclude la Seconda Guerra Punica, vincendo sul campo di Zama nell’anno 202 a.C.

2. Gneo Pompeo riporta i suoi trionfi (in Spagna su Sertorio, in Oriente, sui pirati del mare, sui gladiatori ribelli) durante il I sec. a.C.

3. Il riferimento al colle di Fiesole si giustifica col fatto che, tra le imprese militari a cui partecipa Pompeo, c’è anche la guerra contro Catilina (63 – 62 a.C.), nell’ambito della quale avviene la distruzione della cittadina di Fiesole, ubicata su un colle molto vicino a dove sarebbe successivamente sorta Firenze.

Versi 55 – 57

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.

Poi, all’avvicinarsi del momento stabilito dal cielo per rendere il mondo sereno come lo è il cielo (a suo modo sereno: “pacificato, in pace”, alla maniera del cielo), Cesare per volere di Roma (ossia, per metonimia: “per volere del popolo di Roma”), lo prende nelle proprie mani (ossia: “si impossessa del segno dell’aquila imperiale”, diventa cioè il primo imperatore).

>>> Il momento stabilito dal cielo per rendere il mondo “a suo modo sereno” è l’epoca di Augusto, durante la quale l’impero vive un momento di pace assoluta (la pax augustea), tanto che nel 28 a.C. a Roma vengono chiuse le porte del tempio di Giano. Nella visione provvidenziale dantesca, di cui Giustiniano è il portavoce, questa pace prepara la venuta di Cristo, che nasce nell’anno 0, sotto l’impero di Ottaviano, ed è preparata a sua volta dalla creazione dell’impero, che nasce con il colpo di stato che Cesare compie con l’appoggio dei popolari.

Versi 58 – 60

E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.

E le imprese che esso (ossia: “il simbolo dell’aquila imperiale”) compì nei territori che vanno dal fiume Varo (fiume della Gallia occidentale) al fiume Reno (fiume della Gallia Settentrionale), le videro l’Isère, la Loira e la Senna (tre fiumi della Gallia) e tutte quelle valli che con i loro corsi d’acqua alimentano il Rodano (tutta la terzina ha il valore di una lunga metonimia: i fiumi indicano, per metonimia, le regioni che bagnano e le regioni indicano, per estensione, gli abitanti).

>>> In questa terzina, Giustiniano celebra le imprese di Cesare nelle Gallie, quelle che Cesare stesso ricorda nei Commetarii De Bello Gallico.

Versi 61 – 63

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.

E ciò che esso (ossia: “il segno dell’aquila imperiale”) fece dopo che uscì da Ravenna e varcò il Rubicone (ossia durante il periodo delle guerre civili tra Cesare e Pompeo), fu così rapido e grandioso, che la lingua e la penna si rivelerebbero incapaci di descriverlo.

>>> Nell’anno 50 a.C., Cesare invia da Ravenna la celebre lettera al senato, con la quale dà il suo ultimatum al ceto senatorio di Roma. L’anno successivo (49 a.C.), Cesare esce con l’esercito da Ravenna e passa il Rubicone in direzione di Roma, pronunciando la celebre frase “il dado e tratto” e dando ufficialmente inizio alla guerra civile, mentre i senatori e Pompeo abbandonano la capitale e si imbarcano per l’Oriente a Brindisi.

In questa terzina, perciò, Giustiniano ricorda i fatti che aprono la guerra civile che porterà alla fine della Repubblica e alla nascita dell’Impero.

Versi 64 – 66

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

Esso (“il segno dell’aquila imperiale”) dapprima indirizzò l’esercito verso la Spagna, poi verso Durazzo, quindi colpì con tale durezza Farsàlo, che il dolore raggiunse le calde acque del Nilo (“il Nilo” è una metonimia con cui Dante si riferisce all’Egitto).

>>> In questa terzina Giustiniano ricorda i momenti essenziali della guerra tra Cesare e Pompeo.

Dopo essere passato da Roma, abbandonata dalla classe nobiliare e da Pompeo, Cesare:

1. Prima punta verso la Spagna, dove colpisce i pompeiani Petrio, Afranio e Varrone;

2. Quindi attacca Pompeo in Grecia, sbarcando a Durazzo,

3. Infine, ottiene la vittoria definitiva su Pompeo nelle acque di Farsalo;

Pompeo, sconfitto, cerca rifugio presso il re dell’Egitto Tolomeo, ma viene ucciso a tradimento da costui.

Versi 67 – 69

Antandro e Simoenta, onde si mosse,
rivide e là dov’ Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Esso (“il segno dell’aquila”) rivide il fiume Simeonta (fiume vicino alla città di Troia) e la città di Antandro (la località portuale da cui salpa Enea nel viaggio che lo condurrà in Lazio), i luoghi dai quali partì in origine, e rivide il luogo in cui giace il cadavere di Ettore quindi ripartì, per sfortuna di Tolomeo

>>> In questa terzina Giustiniano ricorda i fatti immediatamente successivi alla vittoria di Cesare a Farsàlo: secondo i cronachisti, Cesare, dopo aver sconfitto Pompeo a Farsàlo si reca in Troade, per visitare le rovine di Troia, quindi, da lì, si imbarca per l’Egitto, e quando vi giunge, depone il re Tolomeo per aver ucciso Pompeo e al suo posto mette Cleopatra.

Versi 70 – 72

Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.

Da quei luoghi (ossia: “dall’Egitto”) esso (“il segno dell’aquila imperiale”) si abbatté come una folgore su Giuba, quindi puntò di nuovo nel vostro occidente (in Spagna), dove sentiva risuonare la tromba di guerra dei pompeiani.

>>> In questa terzina Giustiniano ricorda i momenti conclusivi della guerra civile, e cioè:

1. la vittoria di Cesare a Tapso, nel 46 a.C., sul re della Mauritania Giuba, che aveva appoggiato Pompeo.

2. la vittoria di Cesare a Munda, in Spagna, nel 45 a.C. su Sesto e Gneo Pompeo, i figli di Pompeo, che tentavano di riorganizzarsi appoggiati da Lusitani e Celtiberi.

Con questa terzina si esaurisce il racconto della guerra civile.

Versi 73 – 75

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Di ciò che esso (ossia: “il simbolo dell’aquila imperiale”) fece quando fu nelle mani del portatore (baiulo significa “portatore”) successivo (ossia Ottaviano Augusto, successore di Cesare alla guida dell’Impero) Bruto e Cassio si lamentano anche adesso che sono nell’Inferno, e Modena e Perugia dovettero soffrire.

>>> In questa terzina comincia la rievocazione dell’epoca di Augusto:

Nell’anno 44 a.C. un gruppo di congiurati, guidati da Bruto e Cassio, uccidono Cesare. Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, stabilisce di vendicarne l’uccisione, e nel 42 a.C., a Filippi, sconfigge Bruto e Cassio. La vittoria di Filippi è pertanto “l’impresa che l’aquila compie nelle mani di Ottaviano”, della quale Bruto e Cassio si lamentano anche a distanza di secoli nell’Inferno.

Negli stessi anni, Ottaviano porta avanti la guerra contro Marco Antonio, e nell’ambito degli scontri con gli eserciti di Marco Antonio e del fratello Lucio Antonio, assale Modena e Perugia.

Versi 76 – 78

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Ne piange ancora oggi la sventurata Cleopatra, la quale, per sfuggirgli, si dette una morte immediata e terribile con un serpente.

>>> Dopo la costituzione del secondo triumvirato, Marco Antonio si ritira in Egitto, dove avvia una relazione con la regina Cleopatra. Nel 31 a.C., Ottaviano sconfigge Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio, e l’anno successivo, invade l’Egitto. Quando Ottaviano entra ad Alessandria, Antonio, non avendo vie di scampo, si uccide; e a distanza di pochi giorni, anche Cleopatra, per non finire nelle mani del vincitore, si toglie la vita, facendosi mordere da un aspide.

Versi 79 – 81

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.

Insieme a costui (ossia: insieme ad Ottaviano Augusto) esso (“il simbolo dell’aquila imperiale”) corse fino a raggiungere il Mar Rosso (lito rubro); e insieme a costui, ridusse il mondo in tale stato di pace, che furono chiuse le porte del tempio di Giano.

>>> A seguito della morte di Cleopatra, Ottaviano prende possesso dell’Egitto, portando i confini dell’Impero sulle coste del Mar Rosso.

A questo punto, nell’Impero regna la pace, e nell’anno 28 a.C., a Roma, le porte del tempio di Giano bifronte, sempre aperte in tempo di guerra, vengono chiuse, cosa che non avveniva da secoli.

Nella prospettiva “provvidenziale” dantesca, questa pace è l’approdo di oltre mille anni di storia, la condizione che Dio ha creato attraverso l’Impero di Roma, per far venire al mondo il proprio figlio: ed infatti Cristo nasce durante questa pace (nell’anno zero).

Versi 82 – 84

Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

Ma tutto quello che il segno (“il segno dell’aquila imperiale”) che mi induce a parlare (ossia: “che è la ragione del mio discorso”), aveva fatto in precedenza e avrebbe fatto in seguito, in favore del mondo terreno che ad esso è soggetto,

Versi 85 – 87

diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;

appare di poco conto e oscuro, se si considera con occhio attento e con animo privo di pregiudizi, ciò che esso fece quando si trovò nelle mani del terzo imperatore (Tiberio, il successore di Ottaviano Augusto);

Versi 88 – 90

ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.

poiché la vera giustizia che mi ispira a parlare (ossia: “la giustizia di Dio”, che ispira le parole di Giustiniano), concedette all’aquila imperiale, quando fu giunta nelle mani di colui che ho menzionato, l’onore di vendicare l’ira di Dio.

>>> Durante l’impero di Tiberio avviene l’episodio fondamentale di tutta la storia della cristianità: Cristo muore sulla croce, e, pagando con la sua vita per la colpa di Adamo, placa l’ira di Dio e cancella il peccato originale che grava sulla razza umana.

Nella visione provvidenziale dantesca, ha particolare significato il fatto che la crocifissione di Cristo sia stabilita da un tribunale romano, che rappresenta l’autorità imperiale (il tribunale di Ponzio Pilato), perché per il poeta questa è ala massima prova della funzione provvidenziale dell’Impero Romano, ossia della sua natura di strumento di Dio.

Versi 91 – 93

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.

Ed ora, a questo punto (ossia: “a questo punto del discorso”), meravigliati per ciò che sto per aggiungere: più tardi, insieme all’imperatore Tito, esso (“il simbolo dell’aquila imperiale”) corse a punire la punizione del peccato originale.

>>> Nell’anno 70 d.C., l’imperatore Tito, figlio di Vespasiano, in qualità di comandante delle forze romane impegnate a sedare una violenta ribellione scoppiata in Giudea, espugna Gerusalemme e ne distrugge il Tempio. Nella visione provvidenziale dantesca, di cui Giustiniano è il portavoce, l’episodio assume il significato di una punizione che Dio, servendosi di nuovo dell’Impero Romano come strumento, impartisce ai Giudei che hanno ucciso suo figlio Cristo.

Versi 94 – 96

E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

E quando i Longobardi, con i loro denti, azzannarono la Chiesa di Roma, Carlo Magno, sotto le insegne dell’aquila imperiale, li sconfisse e la soccorse.

>>> Questa è l’ultima terzina dell’excursus storico di Giustiniano e fa riferimento alla vittoria di Carlo Magno su Desiderio.

Nell’anno 772 d.C. sul soglio pontificio sale il papa anti-longobardo Adriano I. Alla sua politica ostile, l’allora re dei Longobardi, Desiderio, risponde con una forte pressione militare sui territori della Chiesa. In favore del papa interviene però Carlo Magno (che per la verità all’epoca è solo re dei Franchi, perché il Sacro Romano Impero viene fondato solo nell’anno 800 d.C.). Nel 774 d.C. Carlo Magno sconfigge Desiderio e mette fine al dominio longobardo in Italia. Per Dante, questo episodio assume il significato di un ulteriore momento in cui l’Impero (in questo caso il Sacro Romano Impero) si dimostra lo strumento del quale Dio si serve per operare sulla terra (proteggendo la Chiesa di Roma dai barbari).

Torna su

Versi 97 – 111: Giustiniano attacca i Guelfi e i Ghibellini

A questo punto Giustiniano riprende il discorso contro i Guelfi e i Ghibellini che ha avviato in apertura dell’excursus sulla funzione provvidenziale dell’impero, e pronuncia una violenta invettiva; nel corso dell’invettiva l’imperatore biasima aspramente la condotta di entrambi i partiti:

– dei Guelfi, per aver sostenuto Carlo d’Angiò schierandosi contro l’Impero;

– dei Ghibellini, per aver abbracciato la causa imperiale per mero tornaconto politico, ignorando che la reale funzione dell’autorità imperiale è garantire la pace e il benessere alla razza umana.

Versi 97 – 99

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.

A questo punto sei in grado di formulare da solo un giudizio, in merito a coloro che io ho accusato all’inizio del mio discorso (ossia: “in merito ai i Guelfi e ai Ghibellini), e in merito ai loro crimini, che sono la fonte di tutti i vostri mali.

Versi 100 – 102

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

L’uno (ossia: “il partito dei Guelfi”), oppone a quel simbolo universale (pubblico segno: il simbolo dell’aquila imperiale, pubblico perché rappresenta un’istituzione che Dio ha scelto per garantire il bene di tutti gli esseri umani) i gigli d’oro (emblema della famiglia d’Angiò), l’altro (ossia: “il partito dei Ghibellini”) si appropria del simbolo dell’aquila facendone un’insegna di partito, cosicché risulta difficile stabilire chi sia maggiormente nel torto.

>>> Per capire il senso del discorso di Giustiniano bisogna conoscere la situazione degli scontri tra papato e impero e tra i rispettivi sostenitori (i Guelfi e i Ghibellini), nell’epoca di Dante:

Nel 1250 muore Federico II. Di lì a poco, suo figlio Manfredi, appoggiato dal partito Ghibellino, cerca di riprendersi il meridione italiano. Il papa Clemente IV, che per ragioni d’interesse non vuole che il meridione torni nelle mani degli Svevi, incorona re di Napoli e di Sicilia, il francese Carlo I d’Angiò. Carlo I (il cui simbolo sono i gigli a cui fa riferimento Giustiniano) diventa così il leader del partito Guelfo, e il capo della lotta contro gli eredi dell’Imperatore Federico II. Di fatto, Carlo porta a termine con successo questa lotta, mettendo fuori gioco prima Manfredi, e poi suo fratello Corradino, ultimo possibile erede di Federico II.

Carlo resta perciò re di Napoli e Sicilia e alla sua morte, il regno passa ai suoi successori Carlo II prima e Roberto D’Angiò, i quali ereditano anche il ruolo di leader del partito guelfo.

Per l’impero comincia invece una fase di crisi profonda, che si accompagna ad un particolare disinteresse dei nuovi imperatori per la situazione italiana, troppo complessa e intricata per destare interesse.

Di questa situazione Dante si lamenta fortemente in molte sue pagine, perché, come spiega nella Monarchia, il poeta considera l’Impero un’autorità necessaria per il benessere del genere umano e uno strumento di Dio; per cui, in riferimento a questi fatti, con l’invettiva di Giustiniano, Dante vuole:

– rimproverare i Guelfi, per non aver compreso che Impero è uno strumento di Dio e per averlo contrastato sostenendo un uomo qualsiasi: Carlo d’Angiò prima, e i suoi eredi poi.

– rimproverare i Ghibellini, per aver appoggiato gli imperatori per mera convenienza politica e per ostilità alla Chiesa di Roma, e non perché avessero realmente capito l’importanza dell’impero come strumento di Dio e garante della pace nel mondo.

Versi 103 – 105

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;

I Ghibellini portino pure avanti i loro progetti sotto un altro simbolo (ossia: “I Ghibellini si trovano un altro simbolo per portare avanti la loro battaglia contro la Chiesa di Roma”), perché è da sempre un cattivo seguace dell’aquila imperiale chi separa l’impero dalla giustizia.

Versi 106 – 108

e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.

e non si illuda di poter abbattere l’aquila imperiale codesto giovane Carlo (il novello Carlo è Carlo II d’Angiò, che nel 1285 succede al padre e ne eredita il titolo di re di Napoli e Sicilia e il ruolo di capo del partito antimperiale: i Guelfi) insieme ai Guelfi suoi sostenitori: piuttosto, abbia timore di quegli artigli (gli artigli dell’aquila imperiale), che strapparono il vello a leoni ben più grandi di quanto egli non sia.

Versi 109 – 111

Molte fïate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

Già molte volte i figli scontarono piangendo le colpe dei loro padri (la minaccia è che Carlo II si trovi a pagare per le colpe di Carlo I), e che nessuno pensi che Dio abbia intenzione di cambiare la sua insegna (cioè: l’insegna dell’aquila imperiale) per i gigli degli Angioini! (ossia: “che nessuno pensi che Dio abbia intenzione togliere all’Impero la funzione di istituzione garante della pace universale, per darla agli Angioini di Francia”).

Torna su

Versi 112 – 126: Giustiniano illustra la condizione delle anime del cielo di Mercurio

A questo punto Giustiniano risponde alla seconda domanda che Dante gli ha posto (nel Canto 5) e spiega per quale ragione si trova nel cielo di Mercurio. L’imperatore dichiara che nel cielo di Mercurio trovano le anime degli spiriti attivi, ossia di coloro che durante la vita sono stati laboriosi per desiderio di emergere sugli altri (Mercurio presso i romani è infatti il protettore dei commercianti), quindi chiarisce a Dante come l’ambizione di gloria terrena, oscurando l’amore per le cose spirituali, determini un merito minore nella scala della beatitudine.

Versi 112 – 114

Questa picciola stella si correda
d’i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:

Questa piccola stella (il pianeta di Mercurio, da cui prende il nome il cielo nel quale Giustiniano è venuto incontro a Dante), si adorna dei valenti spiriti che (durante la vita terrena) sono stati operosi, con l’intenzione di lasciare dietro di sé (nel senso di “per essere ricordati con”) onore e fama;

Versi 115 – 117

e quando li disiri poggian quivi,
sì disvïando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.

e quando i desideri dell’agire umano si fondano su queste ambizioni, deviando in questa maniera, è inevitabile che i raggi dell’amore per Dio si innalzino verso l’alto con meno energia (ossia: “quando le anime hanno un’ambizione così forte per il conseguimento della gloria terrena, necessariamente il loro amore per le cose spirituali risulta più debole”)

Versi 118 – 120

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.

Ma un aspetto costitutivo (ossia: una parte essenziale) della gioia che godiamo in quanto beati, consiste proprio nel confrontare i nostri premi (gaggi) con i nostri meriti e riscontrarli né inferiori, né superiori (ossia: “un aspetto essenziale della beatitudine è il godere nel vedere i nostri premi perfettamente corrispondenti ai nostri meriti”)

Versi 121 – 123

Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.

Perciò, il sentimento della divina giustizia (ossia: “questo sentimento di giustizia, che ci fa gioire non dell’avere il più possibile, come accade sulla terra, ma dell’avere esattamente il giusto”) rende il nostro animo sereno, cosicché esso non si può mai volgere a nessun tipo di cattivo sentimento (come lo sarebbe, ad esempio, l’invidia per una condizione più alta),

Versi 124 – 126

Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.

(Sottinteso: nel canto corale) diverse voci producono dolci armonie (gli “accordi”); ed allo stesso modo, nell’aldilà (in nostra vita), diverse sedi di beatitudine (scanni: “sedili”), producono una dolce armonia tra questi cieli rotanti.

Torna su

Versi 127 – 142: Giustiniano narra la storia di Romeo di Villanova

Nell’ultima parte del canto Giustiniano presenta l’anima di Romeo di Villanova, anch’essa beata nel cielo di Mercurio.

Versi 127 – 129

E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.

E all’interno di questa gemma (margarita, che in latino vuol dire “gemma”, significa per metafora “stella” ed indica la stella di Mercurio), brilla anche l’anima luminosa di Romeo (Romeo di Villanova), il cui servizio, importante e generoso, non fu apprezzato.

>>> Romeo di Villanova, fu primo ministro del conte di Provenza, Raimondo Berengario. Nell’ambito del suo incarico, Romeo, che la leggenda voleva forestiero e approdato per caso alla corte di Raimondo, mise a segno obiettivi molto importanti per il conte, ottenendo, tra l’altro, che tutte le quattro figlie di Raimondo, diventassero spose di re o comunque di personaggi di primo piano del panorama politico europeo del primo Duecento. Nonostante ciò, quando, per invidie di corte, i cortigiani screditarono Romeo agli occhi del conte, Raimondo non lo difese e preferì credere ai cortigiani: così Romeo, abbandonò la corte del conte, vecchio e povero. Nella figura di Romeo, uomo giusto ma non apprezzato e costretto all’esilio, Dante riconosce ovviamente se stesso.

Versi 130 – 132

Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.

Ma quei provenzali che tramarono contro di lui, non hanno riso (ossia: “non hanno ottenuto nulla di buono con la loro malvagità”); infatti, non fa molta strada (mal cammina) colui che considera il ben fare degli altri come un danno per sé.

Versi 133 – 135

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.

Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, e ciascuna divenne regina: e a permettergli di ottenere ciò, fu Romeo, persona di umili origini e per di più straniero.

Versi 136 – 138

E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,

E poi (ossia: “e nonostante ciò, nonostante il conte avesse ricevuto simili benefici da Romeo”), le parole invidiose (le parole biece: “le falsità dette dagli altri membri della corte”) spinsero il conte (il mosser) a chiedere il resoconto della sua amministrazione, a quest’uomo giusto, che per lui aveva trasformato un dieci in un dodici (ossia: “che aveva accresciuto il patrimonio del conte, del venti percento”).

Versi 139 – 141

indi partissi povero e vetusto;
e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto

Da lì (ossia: “dalla Provenza”) Romeo se ne andò povero e vecchio; e se il mondo sapesse la forza d’animo (il cor: l’animo, per metonimia) che egli ebbe mendicando il pane (sua vita è un’altra metonimia: il necessario per la vita) un tozzo alla volta,

Verso 142

assai lo loda, e più lo loderebbe.

lo loda già abbastanza, ma lo loderebbe ancora di più.

Appunti Correlati: