Parafrasi A qualunque animale alberga in terra


FRANCESCO PETRARCA

A QUALUNQUE ANIMALE ALBERGA IN TERRA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Il componimento A qualunque animale alberga in terra risponde al tipo metrico della sestina. Il testo è formato da 6 stanze di 6 endecasillabi ciascuna. Ogni strofa è priva di rime al proprio interno, ma tutte le 6 parole finali di verso si ripropongono, seguendo un preciso meccanismo di rotazione, nelle 5 strofe successive e infine nel congedo di 3 versi (3 in posizione interna e 3 in rima). I modelli a cui Petrarca si rifà in questo testo sono il trovatore provenzale Arnaut Daniel, inventore del metro, e Dante, l’autore a cui si deve il primo trapianto della sestina in Italia e la canonizzazione dell’uso dei soli endecasillabi. Una serie di richiami presenti nel testo rinviano alle situazioni caratteristiche delle albe provenzali (descrizioni di incontri notturni tra amanti, interrotti con disappunto dall’arrivo dell’alba). La scelta delle parole-rima è tutt’altro che casuale, e risponde a precisi criteri di contrapposizione o di relazione (terra è opposto a sole e giorno è opposto a stelle; sole è in rapporto metonimico con stelle, e così pure alba con giorno e selva con terra).


A qualunque animale alberga in terra,

se non se alquanti ch’ànno in odio il sole,

tempo da travagliare è quanto è ‘l giorno;

ma poi che ‘l ciel accende le sue stelle,

qual torna a casa et qual s’anida in selva

per aver posa almeno infin a l’alba.

[vv. 1 – 6] Per tutti gli esseri viventi che abitano la terra, con l’eccezione dei pochi che sono animali notturni (lett.: che non sopportano la luce del sole) il tempo delle fatiche corrisponde alla durata del giorno; ma quando il cielo accende le sue stelle, qualcuno torna a casa (l’uomo, l’animale domestico), qualcun altro si rintana nei boschi (la fiera), in modo da godere del riposo almeno sino all’arrivo dell’alba.

Et io, da che comincia la bella alba

a scuoter l’ombra intorno de la terra

svegliando gli animali in ogni selva,

non ò mai triegua di sospir’ col sole;

pur quand’io veggio fiammeggiar le stelle

vo lagrimando, et disïando il giorno.

[vv. 7 – 12] Quanto a me, a partire dall’istante in cui l’alba comincia ad erodere l’ombra intorno alla terra, svegliando gli animali selvatici nei boschi, non smetto di sospirare per tutta la durata della giornata (finché risplende il sole); e anche dopo, quando vedo brillare le stelle, continuo a piangere e desidero l’arrivo del giorno.


Quando la sera scaccia il chiaro giorno,

et le tenebre nostre altrui fanno alba,

miro pensoso le crudeli stelle,

che m’ànno facto di sensibil terra;

et maledico il dí ch’i’ vidi ‘l sole,

e che mi fa in vista un huom nudrito in selva.

[vv. 13 – 18] Quando la sera scaccia il luminoso giorno, e le tenebre, giungendo nella nostra porzione di globo (le nostre tenebre), portano l’alba dall’altro capo del mondo, io contemplo, dolente, le stelle crudeli che mi hanno fatto nascere uomo (facto di sensibil terra: che mi hanno plasmato di materia sensibile, ossia che mi hanno fatto nascere creatura sensibile alla passione amorosa). E maledico il giorno in cui per la prima volta ho visto il sole (il giorno della nascita), quel sole che con la sua luce rivela il mio aspetto selvatico (un huom nudrito in selva : mi fa apparire un uomo allevato nei boschi. E’ l’aspetto determinato dalla solitudine causata dall’amore).


Non credo che pascesse mai per selva

sí aspra fera, o di nocte o di giorno,

come costei ch’i ‘piango a l’ombra e al sole;

et non mi stancha primo sonno od alba:

ché, bench’i’ sia mortal corpo di terra,

lo mi fermo desir vien da le stelle.

[vv. 19 – 24] Non credo abbia mai pascolato in una selva, né di notte, né di giorno, una fiera tanto crudele quanto lo è costei (Laura) che io piango sia nelle ore di luce, che nelle ore di buio (a l’ombra e al sole); e non mi fa smettere di piangere il sopraggiungere dell’ora del sonno, né l’arrivo dell’alba, poiché, benché io sia un corpo mortale, il mio irremovibile desiderio discende dalle stelle (ossia la mia sofferenza d’amore è un destino imposto dagli influssi celesti).

Prima ch’i’ torni a voi, lucenti stelle,

o torni giú ne l’amorosa selva,

lassando il corpo che fia trita terra,

vedess’io in lei pietà, che ‘n un sol giorno

può ristorar molt’anni, e ‘nanzi l’alba

puommi arichir dal tramontar del sole.

[vv. 25 – 30] (Se solo) prima di ritornare tra voi, oh stelle lucenti, (ossia prima di morire e tornare in Paradiso) o prima di precipitare nella selva amorosa (il riferimento è alla virgiliana selva dei mirti, ove dimorano le anime di coloro che furono vittime di un amore infelice), lasciando sulla terra il corpo che diverrà polvere, io potessi scorgere in lei quella pietà che in un giorno solo mi potrebbe ripagare delle pene di molti anni, e farmi felice dal tramonto del sole fino all’arrivo dell’alba (per una notte d’amore: è la situazione tipica delle albe provenzali).


Con lei foss’io da che si parte il sole,

et non ci vedess’altri che le stelle,

sol una nocte, et mai non fosse l’alba;

et non se transformasse in verde selva

per uscirmi di braccia, come il giorno

ch’Apollo la seguia qua giú per terra.

[vv. 31 – 36] (Se solo) io potessi stare con lei a partire dall’ora del tramonto, veduti da nessuno fuorché dalle stelle, solo per una notte, e potesse l’alba non giungere mai; e potesse ella non trasformarsi in lauro per sottrarsi alle mie braccia, come nel giorno in cui Apollo la inseguiva quaggiù sulla terra (il riferimento è al mito di Dafne che, per sfuggire ad Apollo, si trasformò in lauro; l’identificazione Dafne-Laura è consueta nel Canzoniere).


Ma io sarò sotterra in secca selva

e ‘l giorno andrà pien di minute stelle

prima ch’a sí dolce alba arrivi il sole.

[vv. 37 – 39] Ma prima accadrà che io sia morto e sepolto nella secca selva e che le stelle brillino in pieno giorno, piuttosto che il sole porti un’alba tanto dolce (doppio adynaton).


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