Parafrasi A se stesso


GIACOMO LEOPARDI

A SE STESSO

– PARAFRASI DEL TESTO –

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

[vv. 1 – 5] Finalmente riposerai per sempre, mio cuore esausto. È finito l’ultimo inganno, che io avevo creduto eterno (l’inganno creduto eterno e risoltosi in delusione è l’amore per Fanny Targioni Tozzetti, cui è dedicato il gruppo di poesie noto come “Ciclo di Aspasia”). È finito. Sento chiaramente ormai, che in noi (noi: in un immaginario dialogo con il proprio cuore) è estinta (spenta) non solo la speranza (speme), ma anche il desiderio dei dolci inganni (ovvero delle illusioni d’amore).


Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

[vv. 6 – 10] Riposa per sempre. Hai palpitato abbastanza. Non c’è cosa al mondo che meriti (non val cosa nessuna) i tuoi turbamenti, e la terra non è degna di sospiri (i sospiri che derivano dal tormento d’amore). La vita è dolore e noia, null’altro mai; e il mondo è fango.

T’acqueta omai. Dispera

l’ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanitá del tutto.

[vv. 11 – 16] Trova finalmente pace (omai: ormai, una buona volta). Rinuncia per l’ultima volta alla speranza (dispera l’ultima volta: rinuncia definitivamente alle illusioni). Al genere umano (il gener nostro) il destino non ha donato nient’altro che la morte. Disprezza ormai te stesso (in quanto cosa destinata soltanto a morire), disprezza la Natura – quella turpe forza che, restando nascosta, regna volendo il male del genere umano e disprezza l’infinita vanità del tutto.


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