Parafrasi A Silvia


GIACOMO LEOPARDI

A SILVIA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltá splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventú salivi?

[vv. 1 – 6] O Silvia, ricordi ancora quel tempo della tua vita terrena, in cui  la bellezza splendeva nei tuoi occhi ridenti e schivi (fuggitivi: che rifuggono lo sguardo altrui), e tu allegra ma pensierosa (lieta e pensosa: immagine di una gioia compunta, forse trattenuta dal presagio della morte prematura) varcavi allora la soglia della giovinezza?


Sonavan le quiete

stanze, e le vie dintorno,

al tuo perpetuo canto,

allor che all’opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

cosí menare il giorno.

[vv. 7 – 17] Le stanze (altrimenti) silenziose, e le strade tutt’intorno, risuonavano del tuo canto ininterrotto, mentre sedevi intenta nei lavori femminili, sufficientemente soddisfatta del bel futuro (vago avenir) che immaginavi. Era il profumato mese di maggio (odoroso: per via del risvegliarsi primaverile della natura): e tu eri solita trascorrere (menare: condurre, trascorrere) così la giornata.

Io, gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

[vv. 18 – 25] Io, lasciando ogni tanto i dolci studi e le carte che pretendono fatica (sudate carte: le pagine impegnative della letteratura), sulle quali si consumavano la mia giovinezza (il tempo mio primo) e le mie risorse migliori (la miglior parte), dai balconi della casa paterna tendevo le orecchie al suono della tua voce e al rumore prodotto dalla mano che veloce percorreva la laboriosa tela.


Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno.

[vv. 26 – 30] Contemplavo il cielo sereno, le vie rischiarate dal sole (vie dorate) e gli orti, e da una parte il mare lontano, dall’altra la montagna. Nessuna espressione umana può descrivere quello che io provavo nel mio cuore.


Che pensieri soavi,

che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

[vv. 31 – 34] Che pensieri dolci! Quali speranze e quali sentimenti (cori, ovvero cuori, e, per sineddoche, sentimenti, emozioni), oh mia Silvia! Come ci sembrava bella a quel tempo la vita terrena e il destino!


Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi?

[vv. 35 – 42] Quando mi ricordo di tutta quella speranza, un sentimento (un affetto) acerbo e sconsolato mi assale (mi preme, dal lat. opprimo: tormentare, aggredire, assalire) e ritorno a dolermi della mia sventura. Oh Natura, oh Natura, perché non concedi nell’età adulta (poi) ciò che prometti durante la giovinezza (allor)? Perché inganni così (di tanto) i tuoi figli?


Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi;

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

né teco le compagne ai dí festivi

ragionavan d’amore.

[vv. 43 – 51] Tu (riferito a Silvia), prima che l’inverno giungesse a seccare l’erba, aggredita e sconfitta da un irrimediabile male (chiuso morbo: malattia incurabile), morivi, poveretta. E non giungevi a vedere il meglio della tua gioventù; non arrivò mai a lusingare il tuo animo (molceva il core: dal lat. mulcere, carezzare) il dolce elogio ora dei tuoi capelli scuri, ora dei tuoi sguardi seducenti e schivi; né le amiche giunsero mai a discorrere con te dell’amore nei giorni festivi.

Anche pería fra poco

la speranza mia dolce: agli anni miei

anche negâro i fati

la giovanezza. Ahi, come,

come passata sei,

cara compagna dell’etá mia nova,

mia lacrimata speme!

[vv. 52 – 59] Poco dopo si sarebbe spenta anche la mia dolce speranza: anche alla mia vita il destino (i fati) negò la giovinezza. Ahimè come sei passata, cara compagna della mia giovinezza (età nova), mia rimpianta speranza!


Questo è quel mondo? questi

i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,

onde cotanto ragionammo insieme?

questa la sorte dell’umane genti?

All’apparir del vero

tu, misera, cadesti: e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano.

[vv. 60 – 67] È dunque tutto qui (questo) il mondo? Sono queste le gioie, gli amori, le opere, i fatti dei quali (onde) abbiamo tanto parlato insieme? È questa la sorte degli esseri umani? Quando apparve la vera realtà delle cose tu (rivolto alla Speranza), misera, venisti meno: e con la mano da lontano indicavi la morte fredda e una tomba squallida.


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