Parafrasi Canto I (1) – Inferno


CANTO PRIMO

PARAFRASI DEL TESTO


Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

[vv. 1 – 3] Giunto alla metà del cammino della nostra vita (la nostra vita di esseri umani) mi ritrovai in una selva oscura, nella situazione di aver smarrito la retta via.


Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

[vv. 4 – 6] Ah quanto è difficile descrivere a parole quanto fosse selvaggia ed aspra ed impervia questa selva, al solo ricordo della quale si rinnova in me la paura.


Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

[vv. 7 – 9] Essa (la selva) era tanto amara che la morte lo è appena di più. Ma, al fine di giungere a parlare del bene che io vi trovai (il bene è la via per la salvezza, che si apre con l’arrivo di Virgilio), parlerò delle molte cose che io vidi in quel luogo.


Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

[vv. 10 – 12] Non so raccontare esattamente in che modo io vi entrai, a tal punto ero stordito nel momento in cui abbandonai la retta via.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto

[vv. 13 – 15] Ma, una volta che fui giunto ai piedi di un colle, lì dove aveva termine quella valle che aveva colmato di paura il mio cuore,


guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.

[vv. 16 – 18] guardai verso l’alto e vidi il crinale (del colle) illuminato dai raggi del pianeta che guida le persone per qualsiasi cammino (il Sole)


Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m’era durata

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

[vv. 19 – 21] A quel punto si calmò un po’ quella paura che mi era perdurata nel profondo del cuore per tutta la notte che avevo trascorso in quello stato di angoscia (metafora del buio periodo del traviamento).


E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge a l’acqua perigliosa e guata,

[vv. 22 – 24] E come colui che col respiro ansimante, emerso dalle acque del mare e giunto a riva, volge lo sguardo alle acque pericolose e osserva,


così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.

[vv. 25 – 27] allo stesso modo il mio animo, che ancora fuggiva, si volse indietro, per osservare quel passaggio, che nessuna persona viva si lasciò mai alle spalle.


Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

[vv. 28 – 30] Dopo aver riposato per un po’ il corpo stanco, ripresi il cammino attraverso il declivio deserto, di modo che il piede fermo era sempre quello che si trovava più in basso (come accade quando si cammina in salita).


Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

[vv. 31 – 33] Quand’ecco che (vidi), subito prima dell’inizio del pendio, una lonza (felino del genere del leopardo) agile e molto veloce, che era coperta di pelo maculato;


e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ’mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

[vv. 34 – 36] e non mi si toglieva da davanti al volto, anzi a tal punto impediva il mio cammino, che io mi rigirai più volte con l’intenzione di tornare indietro.


Temp’era dal principio del mattino,

e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino

[vv. 37 – 39] Era l’inizio del mattino e il sole sorgeva in alto, accompagnato da quelle stelle (la costellazione dell’ariete) che si trovavano insieme a lui quando l’amore divino


mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle

[vv. 40 – 42] mise in moto per la prima volta i corpi celesti (quelle cose belle, vale a dire stelle e pianeti), cosicché erano per me una ragione per sperare per il meglio riguardo a quella belva dalla pelle maculata


l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone

[vv. 43 – 45] l’ora del giorno (il mattino) e la dolce stagione (la primavera), e tuttavia non abbastanza da evitare che la vista di un leone, che mi si fece davanti, mi riempisse di paura.

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne tremesse

[vv. 46 – 48] Questo (riferito al leone) sembrava avanzare contro di me, con la testa alta e con fame rabbiosa, al punto che sembrava far tremare l’aria.


Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame

[vv. 49 – 51] Ed una lupa, che nella sua magrezza sembrava gravata da ogni appetito, e che aveva già fatto vivere malamente molte genti,


questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

[vv. 52 – 54] mi causò una tale afflizione, per la paura che il suo aspetto incuteva, che io persi completamente la speranza di riuscire a risalire il colle.


E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ’l tempo che perder lo face,

che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

[vv. 55 – 57] E come colui (l’avido), che compra volentieri, finché non sopraggiungono circostanze (‘l tempo) che gli fanno perdere ciò che ha acquistato, e allora piange e si dispera qualunque cosa pensi,


tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ’ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ’l sol tace.

[vv. 58 – 60] uguale a lui (all’avido) mi rese la bestia senza pace, la quale, avanzando nella mia direzione, a poco a poco mi respingeva indietro dove regnava l’oscurità.


Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco

[vv. 61 – 63] Mentre io precipitavo verso il basso, mi si presentò dinanzi agli occhi un uomo che sembrava non aver più voce (sembrava fioco), tanto a lungo era stato in silenzio.


Quando vidi costui nel gran diserto,

“Miserere di me”, gridai a lui,

“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”

[vv. 64 – 66] Appena vidi costui in quella landa desolata gli gridai “Abbi pietà di me! Chiunque tu sia, un’ombra o un uomo in carne ed ossa!”.


Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui

[vv. 67 – 69] Mi rispose “Non sono un uomo, un uomo lo fui in un altro tempo, e i miei genitori furono lombardi, entrambi mantovani di nascita (Virgilio nacque infatti ad Andes, presso Mantova).


Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

[vv. 70 – 72] Nacqui all’epoca dell’impero di Giulio Cesare, sebbene fosse troppo tardi, e vissi a Roma, sotto il buon Augusto, nell’età in cui l’uomo credeva in divinità false e bugiarde.


Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

[vv. 73 – 75] Fui un poeta e cantai di quel pio figliolo di Anchise che arrivò da Troia, dopo che la superba Ilio (cioè Troia, detta anche Ilio, da cui il nome dell’Iliade) fu bruciata.


Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?”

[vv. 76 – 78] Ma tu perché torni verso tanto tormento? Perché invece non sali sul monte che dà felicità, che è principio e causa di ogni gioia?”.


“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?”,

rispuos’io lui con vergognosa fronte

[vv. 79 – 81] “Dunque tu sei quel grande Virgilio, quella fonte da cui sgorga un così copioso fiume di poesia?”. Gli risposi io, con la fronte china per la vergogna.


“O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

che m’ ha fatto cercar lo tuo volume

[vv. 82 – 84] “Oh onore e guida (lume, fiaccola) di tutti gli altri poeti, mi valgano (ad ottenere il tuo aiuto) ora il lungo studio e il grande amore che mi hanno fatto frugare (leggere minuziosamente) la tua opera.


Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ ha fatto onore

[vv. 85 – 87] Tu sei per me un maestro e un’autorità, tu sei il solo dal quale io ripresi quel bello stile che mi ha procurato onore.


Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”

[vv. 88 – 90] Vedi la bestia (riferito alla lupa) a causa della quale io mi voltai indietro, soccorrimi da lei, famoso saggio, perché quella mi fa tremare le vene e i polsi”.


“A te convien tenere altro vïaggio”,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

[vv. 91 – 93] “Sarà necessario che tu percorra un’altra strada” rispose dopo avermi visto in lacrime “se vuoi uscire da questo luogo selvaggio;


ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

[vv. 94 – 96] dal momento che questa bestia, a causa della quale tu gridi, non lascia passare nessuno sulla sua strada, ma anzi lo ostacola fino ad ucciderlo,


e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ’l pasto ha più fame che pria

[vv. 97 – 99] ed ha un’indole così malvagia e crudele che non riesce mai a saziare il suo appetito famelico, e dopo aver mangiato ha più fame di prima.


Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ’l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

[vv. 100 – 102] Sono molti gli animali a cui assomiglia, e saranno sempre di più, finché non arriverà il veltro (cane da caccia), che la farà morire nel dolore.


Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

[vv. 103 – 105] Questi non si nutrirà né di dominio, né di denaro, ma di sapienza, amore e virtù e la sua nascita avverrà tra due cieli.


Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute

[vv. 106 – 108] Egli sarà la salvezza di quella misera Italia per la quale morirono a causa delle ferite (riportate in battaglia) la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso.


Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,

là onde ’nvidia prima dipartilla.

[vv. 109 – 111] Egli la caccerà (riferito alla Lupa) attraverso tutte le città, fino a quando non l’avrà respinta nuovamente all’inferno, il luogo da dove originariamente la liberò Invidia.


Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno

[vv. 112 – 114] Per cui io, per il tuo bene (lett. il tuo meglio), penso e giudico che tu faresti bene a seguirmi, ed io sarò la tua guida, e ti porterò via di qui, attraverso un luogo eterno (l’Inferno)


ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch’a la seconda morte ciascun grida;

[vv. 115 – 117] dove ascolterai le grida disperate, vedrai gli antichi spiriti dolenti, che lamentano gridando la loro seconda morte (la morte dell’anima);


e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti

[vv. 118 – 120] e vedrai coloro che sono felici di stare nel fuoco (ossia le anime del Purgatorio) perché sperano di raggiungere, prima o poi, i beati (del Paradiso),


A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;

[vv. 121 – 123] tra i quali, se poi tu vorrai salire, arriverà un’anima più degna di me per svolgere quel compito: quando me ne andrò ti lascerò in sua compagnia;


ché quello imperador che là sù regna,

perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,

non vuol che ’n sua città per me si vegna.

[vv. 124 – 126] poiché quell’imperatore (Dio), che regna lassù, dato che io non seguii la sua legge (Virgilio, nascendo prima della venuta di Cristo non poté essere cristiano), non permette che si giunga nella sua città sotto la mia guida.


In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!”

[vv. 127 – 129] Egli impera in ogni luogo e in quel luogo ha il suo regno vero e proprio, lì ha la sua città e il suo trono: oh felice colui che ammette in quel luogo!”.


E io a lui: “Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

acciò ch’io fugga questo male e peggio,

[vv. 130 – 132] E io dissi a lui: “Poeta, io ti domando, in nome di quel Dio che tu non conoscesti, affinché io possa sfuggire a questo male e ad uno anche peggiore,


che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti”

[vv. 133 – 135] di condurmi lì dove hai appena detto, affinché io possa vedere la porta di San Pietro e coloro che tu mi descrivi così tristi”.


Allor si mosse, e io li tenni dietro.

[vv. 136] A questo punto lui si incamminò e io lo seguii.


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