Parafrasi Già mai non mi conforto


RINALDO D’AQUINO

GIÀ MAI NON MI CONFORTO

– PARAFRASI DEL TESTO –

Già mai non mi conforto è una canzonetta di 8 stanze composte da due coppie di ottonari seguite da tre settenari e un senario, il tutto secondo lo schema: ab ab cd cd.


Già mai non mi conforto

né mi voglio ralegrare.

Le navi son giunte a porto

e or vogliono collare.

Vassene lo più gente

in terra d’oltramare

ed io, lassa dolente,

come degio fare?

[vv. 1 – 8] Ormai non trovo più conforto, né desidero rallegrarmi. Le navi (riferito alle navi dei crociati) sono  andate (giute, da gire: andare) nel porto e stanno per issare le vele (colare da colla, la fune utilizzata per issare e ammainare le vele). Il più nobile degli uomini (lo più gente: dal provenzale gent: nobile, cortese, gentile) se ne va nella Terra d’Oltremare (la Terrasanta) ed io, triste e addolorata (per la partenza dell’amato), cosa devo fare?


Vassene in altra contrata

e no lo mi manda a diri

ed io rimagno ingannata:

tanti sono li sospiri,

che mi fanno gran guerra

la notte co la dia,

nè ‘n celo ned in terra

non mi par ch’io sia.

[vv. 9 – 16] Egli se ne va in un altra terra (contrata: terra, regione, paese) senza mandare qualcuno a dirmelo, ed io resto ingannata: i sospiri sono così tanti (per il dolore), che mi tormentano sia di giorno, che di notte, non mi sembra di stare né in cielo né in terra (perifrasi per indicare uno stato di smarrimento tra la vita e la morte).

Santus, santus, santus Deo

che ’n la Vergine venisti,

salva e guarda l’amor meo,

poi da me la dipartisti.

Oit alta potestade

temuta e dattata,

la mia dolze amistade

chi sia acomandata!

[vv. 17 – 24] Santo, santo, santo Iddio, che ti sei incarnato nella Vergine Maria, salva e proteggi il mio amore (l’amato in procinto di partire per la crociata), dal momento che lo hai separato da me. O Signore potentissimo (alta potestate: lett. alta autorità), temuto e ossequiato (dotata, dal provenzale dobtar: indica un atteggiamento di timore e devozione), ti raccomando il mio dolce amore.


La croce salva la gente

e me face disviare,

la croce mi fa dolente

e non mi val Dio pregare.

Oi croce pellegrina,

perchè m’hai sì distrutta?

Oimè, lassa tapina,

chi ardo e ‘ncendo tutta!

[vv. 25 – 32] Quella stessa croce che salva la gente a me fa invece perdere la retta via; la croce mi fa soffrire e a nulla mi vale pregare Dio. O croce dei pellegrini (peregrina perché portata in Terrasanta), perché mi hai distrutta in questa maniera? Ahimè, misera e infelice, che ardo d’amore!


Lo ‘mperadore con pace

tutto lo mondo mantene

ed a meve guerra face,

ché m’ha tolta la mia spene.

Oit alta potestate

temuta ed dotata,

la mia dolze amistate

vi sia acomandata!

[vv. 33 – 40] L’imperatore governa tutto il mondo nella pace, e invece a me fa la guerra, poiché mi ha tolto la mia speranza (l’innamorato)! O Signore potentissimo (alta potestate: lett. alta autorità), temuto e ossequiato (dotata, dal provenzale dobtar: indica un atteggiamento di timore e devozione), ti raccomando il mio dolce amore.


Quando la croce pigliao,

certo no lo mi pensai,

quelli che tanto m’amao

ed illu tanto amai,

chi eo ne fui battuta

e messa in pregionia

e in celata tenuta

per la vita mia!

[vv. 41 – 48] Certo non pensai che sarei stata picchiata e messa in prigione e tenuta in cella per tutta la vita, quando colui che tanto mi amò e che io tanto amai, prese la croce (vale a dire si fece crociato)

Le navi sono collate,

in bonor possan andare

con elle la mia amistate

e la gente che v’ha andare!

Oi padre criatore

a porto le conduci,

ché vanno a servidore

de la santa cruci.

[vv. 49 – 56] Le navi sono sul punto di issare le vele (la colla, nel gergo marinaresco, è la fune utilizzata per issare e ammainare le vele) – possano esse andare con vento favorevole (in bonor) – e raccolgono (colle) il mio amato e la gente che deve andare.  O Padre creatore, guidale verso il porto, dal momento che vanno a servire la Santa Croce.


Però ti prego, Duccetto,

tu che sai la pena mia,

che me ne faci un sonetto

e mandilo in Soria.

Ch’io non posso abentare

la notte nè la dia:

in terra d’otremare

sta la vita mia!

[vv. 57 – 64] Perciò ti prego, Dolcetto (va inteso come vezzeggiativo del nome dell’autore, Rinaldo: è la fanciulla che si rivolge al poeta per invitarlo a mettere in rima la sua vicenda), tu che conosci il mio dolore, tirane fuori un componimento e mandalo in Siria. Perché io non posso trovar pace (abentare, da abento: lett. pace, requie, riposo), né di giorno, né di notte: in Terra d’Oltremare, sta la vita mia!


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