Parafrasi Il Carbonaio di Niversa


JACOPO PASSAVANTI

IL CARBONAIO DI NIVERSA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Questo racconto compare, con funzione di exemplum, all’interno del trattato dal titolo Specchio di vera penitenza, nel quale Passavanti rielabora in forma di dissertazione sistematica le prediche in volgare tenute durante la Quaresima dell’anno 1354. La vicenda narrata descrive le orribili sofferenze che le anime di due amanti adulteri sono condannate a patire, dopo la morte, per espiare il loro peccato. Il racconto, come avviene di consueto nelle narrazioni riconducibili alla tipologia dell’exemplum, è del tutto subordinato alla trasmissione dell’insegnamento contenuto nella morale conclusiva. La convinzione che Passanti vuole infondere nel pubblico è in questo caso l’importanza dell’assolvimento delle pratiche penitenziali in vita, come strumento per evitare i terribili tormenti del Purgatorio.


Leggesi scritto da Elinando, che nel contado di Niversa fu uno povero uomo, il quale era buono e temeva Iddio, ed era carbonaio e di quell’arte si viveva.

Possiamo leggere nell’opera di Elinando che nel territorio di Nivers visse un pover’uomo, che era probo e timorato di Dio, faceva il carbonaio e con questo mestiere si guadagnava da vivere.


E avendo egli accesa la fossa de’ carboni, una volta, istando la notte in una sua cappannetta a guardia della accesa fossa, sentì in su l’ora della mezzanotte, grandi strida.

Una sera il carbonaio, avendo acceso una fossa piena di legname per la produzione del carbone, ed essendo rimasto per la notte in una capanna di sua proprietà al fine di fare la guardia del legname che ardeva, sentì, intorno alla mezzanotte, delle forti grida.

Uscì fuori per vedere che  fusse, e vide venire in verso la fossa correndo e stridendo una femmina iscapigliata e ignuda, e dietro le veniva uno cavaliere in su uno cavallo nero, correndo, con uno coltello ignudo in mano: e dalla bocca e dagli occhi, e dal naso del cavaliere e del cavallo usciva una fiamma di fuoco ardente.

Allora uscì fuori per vedere chi fosse a gridare, e vide arrivare verso la fossa, correndo e gridando, una donna nuda e scapigliata; e dietro di lei vide arrivare di corsa un cavaliere su un cavallo nero, che impugnava un pugnale sguainato; e dalla bocca, dagli occhi, e dal naso sia del cavallo che del cavaliere uscivano lingue vive di fuoco.


Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva di gittarsi, ma, correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correva: la quale, traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente la ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano.

Quando la donna fu giunta al limitare della fossa che ardeva non avanzò oltre, né osò gettarvisi dentro, cominciò invece a correre lungo il perimetro del buco e fu raggiunta dal cavaliere che la inseguiva: e mentre ella emetteva forti grida, questi la la afferrò per i capelli che svolazzavano e la pugnalò crudelmente al centro del petto con il pugnale che teneva in mano.


E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, sì la riprese per l’insanguinati capelli e gittolla nella fossa de’ carboni ardenti: dove, lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutta focosa e arsa la ritolse, e ponèndolasi davanti in su il collo del cavallo, correndo se ne andò per la via onde era venuto.

E dopo che ella fu caduta a terra, versando molto sangue, egli la sollevò afferrandola per i capelli insanguinati e la gettò nella fossa dove si trovava il legname in fiamme: e dopo aver lasciato che rimanesse lì per un po’ di tempo, la tirò fuori tutta bruciata e avvolta nel fuoco, e, sistematala davanti a sé sulla parte anteriore del cavallo, andò di corsa nella stessa direzione dalla quale era arrivato.

E così la seconda e terza notte vide il carbonaio simile visione. Onde, essendo egli dimestico del conte di Niversa, tra per l’arte sua de’ carboni e per la bontà sua la quale il conte, ch’era uomo d’anima, gradiva, venne al conte, e dissegli la visione che tre notti avea veduta.

E la stessa visione si ripresentò al carbonaio la notte successiva e ancora quella seguente. Così il carbonaio, poiché  aveva un certa familiarità con il Conte di Nivers, sia per via del suo mestiere di carbonaio, sia per il suo senso di giustizia, che il Conte, essendo un uomo generoso, apprezzava, si recò dal Conte e gli raccontò della visione cui aveva assistito per tre notti consecutive.


Venne il conte col carbonaio al luogo della fossa. E vegghiando il conte e il carbonaio insieme nella capannetta, nell’ora usata venne la femmina stridendo, e il cavaliere dietro, e feciono tutto ciò che il carbonaio aveva veduto. Il conte, avvegna ché per l’orribile fatto che aveva veduto fosse molto spaventato, prese ardire.

Allora il Conte si recò insieme al carbonaio nel luogo dove si trovava il fossato, e, mentre Conte e carbonaio vegliavano insieme all’interno della piccola capanna, all’ora abituale, arrivò la donna gridando, e dietro di lei arrivò il cavaliere e fecero tutto quello che il carbonaio aveva già visto. Il Conte, sebbene fosse molto spaventato per la scena orribile alla quale aveva assistito, raccolse il coraggio.


E partendosi il cavaliere ispietato con la donna arsa, attraversata in su ‘l nero cavallo, gridò iscongiurandolo che dovesse ristare, e isporre la mostrata visione.

E mentre lo spietato cavaliere stava andando via, con la donna bruciata sistemata di traverso sul cavallo nero, il conte gli gridò di fermarsi e di spiegare il significato dell’episodio cui avevano assistito.


Volse il cavaliere il cavallo e, fortemente piangendo, rispuose e disse: – Da poi, conte, che tu  vuoi sapere i nostri martirî, i quali Dio t’ha voluto mostrare, sappi ch’io fui Giuffredi tuo cavaliere, e in tua corte nutrito. Questa femmina contro alla quale io sono tanto crudele e fiero, è dama Beatrice, moglie che fu del tuo caro cavaliere Berlinghieri.

Il cavaliere voltò indietro il cavallo, e piangendo accoratamente rispose dicendo: “Dal momento che tu, oh Conte, vuoi conoscere la nostra punizione, che Dio ha voluto mostrarti, sappi che io fui Giuffredi, un tuo cavaliere, cresciuto nella tua corte. E questa donna, nei confronti della quale io sono tanto crudele e feroce, è dama Beatrice, e fu la moglie del tuo amato cavaliere Berlinghieri.


Noi, prendendo piacere di disonesto amore l’uno dell’altro, ci conducemmo a consentimento di peccato, il quale a tanto condusse lei che, per potere più liberamente fare il male, uccise il suo marito.

Io e lei, trascinati dalle lusinghe di un amore adultero, ci spingemmo a cedere al peccato, e il peccato portò lei al punto di uccidere suo marito pur di poter praticare in piena libertà l’adulterio.


E perseverammo nel peccato insino alla infermitade della morte, ma nella infermitade della morte, in prima ella e poi io, tornammo a penitenzia; e, confessando il nostro peccato, ricevemmo misericordia da Dio, il quale mutò la pena eterna dello inferno in pena temporale di purgatorio.

E perseverammo nel peccato fino a quando sopraggiunse la malattia che causò la nostra morte, ma quando ci trovammo malati e prossimi alla morta, dapprima lei, e poi io, ci pentimmo di fronte al Signore. E, confessando il nostro peccato, ottenemmo la misericordia di Dio, che trasformò la nostra punizione eterna da consumarsi all’Inferno, in espiazione da scontare in Purgatorio.


Onde sappi che non siamo dannati, ma facciamo in cotale guisa, come hai veduto, per nostro purgatorio, e averranno fine, quando che sia, i nostri gravi tormenti -.

Quindi devi sapere, che noi non siamo anime dannate, ma ci comportiamo nella maniera che hai visto per compiere l’espiazione del nostro peccato, e i nostri tormenti, prima o poi avranno termine”.


E domandando il conte che gli desse ad intendere le loro pene più specificatamente, rispuose con lacrime e con sospiri e disse:

E quando il Conte chiese una spiegazione più dettagliata delle ragioni di quella singolare punizione, il cavaliere rispose tra le lacrime e i sospiri:


– Imperò che questa donna per amore di me uccise il marito suo, le è data questa penitenzia, che, ogni notte, tanto quanto ha istanziato la divina iustizia, patisca per le mie mani duolo di penosa morte di coltello.

“Dal momento che questa donna, spinta dall’amore per me, uccise suo marito, le è stata data la punizione che ogni notte, per tanto tempo quanto ha fissato la Divina Giustizia, assapori il dolore della morte per pugnale inferta dalle mie mani.


E imperò ch’ella ebbe verso di me ardente amore di carnale concupiscenzia, per le mie mani ogni notte è gittata ad ardere nel fuoco, come nella visione vi fu mostrato.

E, dal momento che lei nutrì nei miei confronti un ardente amore, che scaturiva dal desiderio carnale, ogni notte viene gettata dalle mie mani a bruciare nel fuoco, come vi è stato mostrato nella visione cui avete assistito.


E come già ci vedemmo con grande disio e con piacere di grande diletto, così ora ci veggiamo con grande odio e ci perseguitamo con grande sdegno.

E, all’opposto di come per lungo tempo ci vedemmo con grande desiderio e con grande piacere, ora ci vediamo con grande odio e ci perseguitiamo con ferocia.


E come l’uno fu cagione all’altro d’accendimento di disonesto amore, così l’uno è cagione all’altro di crudele tormento; ché ogni pena ch’io fo patire a lei, sostengo io, ché il coltello di che io la ferisco tutto è fuoco che non si spegne; e gittandola nel fuoco e traèndonela e portandola, tutto ardo io di quello medesimo fuoco che arde ella.

E così come fummo l’uno per l’altro fonte di un amore peccaminoso, ora siamo l’uno per l’altro fonte di un crudele tormento: perché infatti, ciascun dolore che io procuro a lei, lo provo a mia volta dentro di me, perché il pugnale con il quale io la trafiggo è un fuoco che brucia nelle mie mani e mentre io la getto nel fuoco e poi la riprendo e la porto via, io brucio dello stesso fuoco che brucia lei.


Il cavallo è uno dimonio, al quale noi siamo dati, che ci ha a tormentare. Molte altre sono le nostre pene. Pregate Iddio per noi, e fate limosine e dire messe, acciò che Dio alleggeri i nostri martirî -.

E il cavallo altro non è che un demonio, cui siamo stati affidati affinché ci tormenti. E molte altre sono le pene che soffriamo. Pregate Dio in nostro favore, e fate elemosine e fate dire messe in nostro suffragio, affinché Dio possa alleviare i nostri martirii”.


E, detto questo, sparirono come fussono una saetta.

E dopo aver detto queste parole scomparvero, alla velocità di un fulmine.


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