Parafrasi La follia di Orlando


LUDOVICO ARIOSTO

LA FOLLIA DI ORLANDO

da ORLANDO FURIOSO – Canto 23, Ottave 100 – 136; Canto 24, Ottave 1 – 14

PARAFRASI DEL TESTO
Canto 23, Ottave 100 – 136

Ottava 100

Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
né lo trovò, né poté averne spia.

[vv. 1 – 4] L’imprevedibile percorso, che il cavallo del saraceno (ossia: “di Mandricardo”) compì attraverso il bosco privo di sentieri (senza via), fece sì che Orlando vagò per due giorni inutilmente (in fallo), senza riuscire a trovare Mandricardo, né poterne reperire alcuna traccia (spia).

Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.

[vv. 5 – 8] Egli (Orlando) giunse ad un ruscello (così limpido) che sembrava di cristallo, sulle cui sponde fioriva un bel prato, ridente e variopinto dei colori della natura (nativo color), e adorno di molti begli alberi.

Ottava 101

Il merigge facea grato l’orezzo
al duro armento ed al pastore ignudo;
sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.

[vv. 9 – 12] L’ora del mezzogiorno (il merigge) rendeva gradita l’ombra (l’orezzo) al bestiame resistente alla fatica (duro armento) e al pastore svestito; cosicché (quell’0mbra) tanto meno dispiacque ad Orlando, che indossava la corazza, l’elmo e lo scudo.

Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
e più che dir si possa empio soggiorno,
quell’infelice e sfortunato giorno.

[vv. 13 – 16] Egli penetrò nell’ombra (quivi) per riposare all’interno di essa, e vi trovò una dolorosa e crudele ospitalità (albergo), ed un soggiorno più funesto di quanto sia possibile dire, in quell’infelice e sfortunato giorno.

Ottava 102

Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.

[vv. 17 – 20] Lì, guardandosi intorno, vide, lungo l’ombreggiata riva del fiume, molti alberelli incisi con delle scritte. Non appena vi ebbe soffermato con più attenzione (fermi v’ebbe … e fitti) lo sguardo, fu sicuro che (sottinteso: “quelle scritte”) fossero di mano della sua amata (ossia: “di Angelica”).

Questo era un di quei lochi già descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.

[vv. 21 – 24] Questo era uno di quei luoghi, di cui abbiamo raccontato in precedenza, dove spesso Angelica, la bella sovrana del Catai, si recava insieme a Medoro dalla vicina casa del pastore.

Ottava 103

Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.

[vv. 25 – 28] Egli (Orlando) vede, in cento luoghi diversi, i nomi di Angelica e Medoro intrecciati insieme con cento nodi. E quante sono le lettere incise, altrettanti sono i chiodi con cui Amore gli trafigge e gli ferisce (fiede) il cuore.

Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

[vv. 29 – 32] Cerca in mille modi con l’immaginazione di non credere a ciò che, suo malgrado (al suo dispetto), è portato a credere: si sforza di credere che sia un’altra Angelica quella che ha inciso il suo nome su quella corteccia (scorza).

Ottava 104

Poi dice: “Conosco io pur queste note:
di tal’io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette”.

[vv. 33 – 36] Poi dice tra sé e sé: “Eppure io conosco questo genere di scritte (note): tante volte io ne ho viste e lette di simili. Angelica può essersi inventata questo Medoro: forse attribuisce a me questo soprannome (cognome)”.

Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a sé medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.

[vv. 37 – 40] Ingannando (usando fraude) sé stesso con queste ipotesi tanto distanti del vero, l’infelice Orlando riesce a mantenere quel tanto di speranza che riesce a procurare a sé stesso.

Ottava 105

Ma sempre più raccende e più rinuova,
quanto spenger più cerca, il rio sospetto:

[vv. 41 – 42] Tuttavia, quanto più egli cerca di soffocare il crudele (rio) sospetto, tanto più egli lo riaccende e lo ravviva:

come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.

[vv. 43 – 46] proprio come l’incauto uccello che si ritrova catturato in una rete o in una trappola di vischio, e quanto più sbatte le ali e prova a liberarsi (disbrigar), tanto più strettamente si invischia in essa.

Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.

[vv. 47 – 48] Orlando giunge dove il monte s’incurva, simile ad un arco, su di una limpida sorgente (ossia: “Orlando giunge all’ingresso di una grotta”).

Ottava 106

Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.

[vv. 49 – 52] Edere e viti rampicanti (erranti) avevano adornato l’ingresso del luogo per mezzo dei loro fusti intrecciati (coi piedi storti). Qui i due felici amanti (Angelica e Medoro) avevano l’abitudine di stare abbracciati quando il sole era più cocente.

V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

[vv. 53 – 56] Essi vi avevano scritto i propri nomi, all’interno e tutt’intorno, più che in qualsiasi altro luogo circostante, a volte con il carbone, a volte con il gesso, e altre volte ancora l’avevano inciso con la punta di un coltello.

Ottava 107

Il mesto conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.

[vv. 57 – 60] Qui il triste conte (ossia: “Orlando”) smontò da cavallo e, all’ingresso della grotta, vide molte parole, che Medoro aveva tracciato (distese) di suo pugno e che sembravano essere state scritte allora (allotta).

Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenzia in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra tale il senso:

[vv. 61 – 64] Medoro aveva tradotto in versi questa considerazione riguardo al grande piacere che aveva provato in quella grotta. Io suppongo che essa fosse espressa in uno stile elegante (culta) nella lingua di Medoro (ossia: “in arabo”); e, nella nostra lingua, il senso era questo:

Ottava 108

“Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;

[vv. 65 – 69] “O liete piante, erbe verdi, limpide acque, grotta buia (spelunca opaca) e gradevole per via delle fresche ombre, in cui la bella Angelica, figlia di Galafrone, amata invano da molti, ha spesso riposato nuda tra le mie braccia;

de la commodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso, che d’ognor lodarvi:

[vv. 70 – 72] io, umile Medoro, per la dolce ospitalità di cui ho goduto qui, non posso ricompensarvi in altro modo se non lodandovi senza sosta

Ottava109

e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o Fortuna;

[vv. 73 – 76] e pregando ogni nobile amante, e i cavalieri e le dame, e ogni persona, del posto o straniera, che la propria volontà o il caso conduca (meni) qui,

ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia”.

[vv. 77 – 80] di augurare alle erbe, alle ombre, alla grotta, al ruscello, alle piante: possano esservi benevoli il sole e la luna, e che il coro delle ninfe possa avere cura (proveggia) del fatto che nessun pastore conduca mai il gregge in questo luogo”.

Ottava 110

Era scritto in arabico, che ‘l conte
intendea così ben come latino:
fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;

[vv. 81 – 84] Tutto ciò era scritto in arabo, che il conte Orlando comprendeva tanto bene quanto il latino (ossia: “tanto bene quanto la sua stessa lingua”): fra le numerose lingue che il paladino parlava fluentemente (avea pronte), di quella era espertissimo;

e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popul saracino:
ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.

[vv. 85 – 88] inoltre (sottinteso: “la conoscenza dell’arabo”) gli aveva evitato (schivò) più volte danni ed umiliazioni, quando egli si era trovato tra gente saracena: ma non si faccia egli vanto del fatto che un tempo (già) trasse vantaggio da tale conoscenza (n’ebbe frutto), perché ora ne riceve un danno in grado di fargli scontare tutti i (precedenti) benefici.

Ottava 111

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:

[vv. 89 – 92] Quell’infelice lesse tre, quattro, sei volte la poesia, e sempre cercando invano di non leggervi quello che in effetti vi era scritto; e, tuttavia, lo vedeva sempre più chiaro e palese:

ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.

[vv. 93 – 96] ed ogni volta sentiva, in mezzo al petto angosciato, il cuore venire stretto da una gelida mano. Alla fine rimase con gli occhi e la mente fissi sulla roccia, egli stesso non dissimile dalla roccia (ossia: “impietrito egli stesso”).

Ottava 112

Fu allora per uscir del sentimento
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n’ha fatto esperimento,
che questo è ‘l duol che tutti gli altri passa.

[vv. 97 – 100] In quel momento Orlando fu sul punto di uscire di senno, tanto completamente egli si abbandonò (si lassa) al dolore. Prestate fede a chi l’ha sperimentato (ossia: “prestate fede a me, che l’ho sperimentato”): questo è un dolore che supera (passa) tutti gli altri.

Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
né poté aver (che ‘l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.

[vv. 101 – 104] Il mento gli era caduto sul petto, e la fronte stava rivolta in basso, priva di energia; ed egli non riuscì a dare voce ai suoi lamenti (querele), né a dare lacrime (umore) al suo pianto, tanto era pieno di dolore.

Ottava 113

L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiàn restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;

[vv. 105 – 108] L’impetuosa sofferenza gli rimase dentro, poiché voleva uscire tutta insieme, troppo in fretta. Allo stesso modo vediamo l’acqua restare bloccata dentro un’anfora che abbia il ventre largo ed il collo stretto,

che nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.

[vv. 109 – 112] tale che, quando viene capovolta, l’acqua che vorrebbe defluire si riversa così velocemente (tanto s’affretta) da ingorgarsi (s’intrica) nell’angusto passaggio, e perciò ne fuoriesce a fatica, goccia a goccia.

Ottava 114

Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,

[vv. 113 – 116] Poi Orlando torna un po’ in sé, e pensa a come possa darsi che quella faccenda non sia vera: (pensa) che qualcuno intenda in quel modo calunniare il nome della sua donna, e lo crede e lo desidera e lo spera,

o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.

[vv. 117 – 120] oppure (pensa che qualcuno intenda) gravare lui di un fardello (some) di gelosia così insopportabile, da farlo soccombere (che se ne pera); e pensa che quel qualcuno, chiunque sia stato, abbia imitato molto bene la grafia di Angelica.

Ottava 115

In così poca, in così debol speme
sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando già il sole alla sorella loco.

[vv. 121 – 124] In una pur così scarsa e tenue speranza (speme), Orlando risveglia il suo spirito, e lo rinfranca un poco; quindi sale in groppa (il dosso preme) al suo Brigliadoro, mentre il sole cede ormai il posto alla luna (ossia: “mentre il sole tramonta”).

Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.

[vv. 125 – 128] Non fa molta strada, che già vede il fumo uscire dai comignoli (vie supreme) dei tetti, sente i cani abbaiare e il bestiame (armento) muggire: arriva ad una fattoria (villa) e vi prende alloggio.

Ottava 116

Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n’abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d’oro
gli leva, altri a forbir va l’armatura.

[vv. 129 – 132] Smonta fiacco da cavallo, e affida Brigliadoro ad uno zelante ragazzo (discreto garzon) perché ne abbia cura; un altro ragazzo gli toglie le armi, un altro gli rimuove gli sproni d’oro, un altro va a lucidare (forbir) l’armatura.

Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.

[vv. 133 – 136] Questa era la casa in cui Medoro aveva soggiornato da ferito, e in cui aveva goduto grande fortuna (alta aventura, ossia: “in cui aveva avuto la grande fortuna di essere amato da Angelica”). Orlando chiese di andare a dormire senza cenare, sazio di dolore e di nessun altro cibo.

Ottava 117

Quanto più cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova più travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.

[vv. 137 – 140] Quanto più egli cerca di trovare pace, tanto più trova tormento e angoscia, perché vede ogni parete, ogni porta, ogni finestra ricoperta da quelle odiate scritte.

Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

[vv. 141 – 144] Orlando vorrebbe chiedere chiarimenti in merito, poi però tiene la bocca chiusa (labra chete), poiché teme che possa finire col risultare troppo evidente, troppo chiara, la cosa che egli cerca di mantenere nell’incertezza, affinché lo faccia soffrire meno.

Ottava 118

Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.

[vv. 145 – 146] Tuttavia gli serve a poco ingannare (usar fraude) sé stesso, dal momento che, anche senza che egli chieda nulla in proposito, c’è chi gliene parla.

Il pastor che lo vede così oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto a dire:

[vv. 147 – 152] Il pastore, che lo vede così afflitto dalla tristezza, volendogliela alleviare (levarla), incomincia senza alcuna reticenza (senza rispetto) a raccontagli la storia, a lui ben nota, di quei due amanti, storia che (il pastore) raccontava spesso a chi voleva ascoltarla, e che per molti era stata piacevole da udire:

Ottava 119

come esso a prieghi d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente; e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dì guarilla:

[vv. 153 – 156] (il pastore narrò) come egli stesso, alle preghiere della bella Angelica, avesse condotto presso la propria fattoria (villa) Medoro, che era ferito gravemente; e (poi narrò) che ella gli aveva curato la ferita, e l’aveva guarita in pochi giorni:

ma che nel cor d’una maggior di quella
lei ferì Amor; e di poca scintilla
l’accese tanto e sì cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco:

[vv. 157 – 160] ma (narrò) anche che Amore aveva ferito al cuore Angelica con una ferita assai più grave di quella da lei guarita; e che, da una piccola scintilla, (Amore) aveva incendiato la donna con un fuoco così grande e cocente che ella ne bruciava tutta e non trovava scampo (loco):

Ottava 120

e sanza aver rispetto ch’ella fusse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante.

[vv. 161 – 164] quindi, senza avere alcun riguardo per il fatto di essere la figlia del più importante re d’Oriente, spinta da quel grandissimo amore, Angelica si era spinta fino a diventare la sposa di un povero soldato.

All’ultimo l’istoria si ridusse,
che ‘l pastor fe’ portar la gemma inante,
ch’alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.

[vv. 165 – 168] Il racconto ebbe per epilogo (si ridusse) che il pastore fece portare davanti a Orlando (inante) il gioiello che Angelica, alla propria partenza, gli aveva offerto, come ricompensa (per mercede) per la sua ospitalità.

Ottava 121

Questa conclusion fu la secure
che ‘l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.

[vv. 169 – 172] Questa conclusione fu la scure che troncò la testa ad Orlando in un sol colpo, dopo che Amore aguzzino (manigoldo) fu sazio di avergli inflitto innumerevoli colpi.

Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

[vv. 173 – 176] Orlando prova a celare il proprio dolore, ma il dolore lo tormenta con forza, ed egli riesce a stento a nasconderlo (male asconder pòllo): è inevitabile (convien) che alla fine, volente o nolente, esso erompa (scocchi) dalla bocca e dagli occhi, sotto forma di sospiri e lacrime.

Ottava 122

Poi ch’allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giù dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:

[vv. 177 – 180] E quando Orlando infine può allentare il freno al dolore, essendo rimasto da solo e senza il pudore provocato dalla presenza di altri (senza altrui rispetto), egli riversa dagli occhi un fiume di lacrime che, rigandogli le guance, gli cadono sul petto:

sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di là tutto cercando il letto;
e più duro ch’un sasso, e più pungente
che se fosse d’urtica, se lo sente.

[vv. 181 – 184] sospira e geme, e, rivoltandosi di continuo (con spesse ruote), si muove di qua e di là per tutto il letto, cercando pace; e lo sente sotto di sé più duro di un sasso, e più pungente dell’ortica.

Ottava 123

In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l’ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo più volte esser doveva.

[vv. 185 – 188] In un così amaro tormento, gli viene in mente (soccorre) che anche l’ingrata Angelica doveva essersi sdraiata più volte col suo amante (drudo) in quel medesimo letto.

Non altrimenti or quella piuma abborre,
né con minor prestezza se ne leva,
che de l’erba il villan che s’era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

[vv. 189 – 192] Pertanto ora detesta anche quel letto (piuma), e da esso si solleva con rapidità non minore del contadino il quale, messosi a dormire sull’erba, si veda vicino un serpente.

Ottava 124

Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l’albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla più oscura frasca;

[vv. 193 – 198] Quel letto, quella casa, quel pastore gli vengono immediatamente (immantinente) in un tale odio, che Orlando, senza aspettare la luna, o che spunti l’alba (albore) che precede il nuovo giorno, afferra l’armatura e il cavallo ed esce fuori, inoltrandosi dove la boscaglia è più fitta e buia (alla più oscura frasca);

e quando poi gli è aviso d’esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.

[vv. 199 – 200] e quando poi gli pare (gli è aviso) di essere solo, dà sfogo al dolore con grida ed urla.

Ottava 125

Di pianger mai, mai di gridar non resta;
né la notte né ‘l dì si dà mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.

[vv. 201 – 204] Non smette (resta) un istante di piangere, né di gridare, né si dà mai pace, giorno o notte. Evita le città e i villaggi, e dorme sul duro terreno, all’addiaccio nella foresta.

Di sé si meraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé così nel pianto:

[vv. 205 – 208] Si meraviglia del fatto che in testa abbia una sorgente di acqua (ossia: “di lacrime”) così inesauribile (sì vivace), e di come riesca a sospirare tanto; e spesso, nel pianto, dice a sé stesso così:

Ottava 126

“Queste non son più lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.

[vv. 209 – 212] “Queste, che verso (stillo) dagli occhi tanto abbondanti, non sono più lacrime. Le lacrime non sono state sufficienti (non suppliron) al mio dolore: si sono esaurite quando il dolore era appena a metà.

Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
ed è quel che si versa, e trarrà insieme
e ‘l dolore e la vita all’ore estreme.

[vv. 213 – 216] Ora la linfa (umore) vitale, spinta dal fuoco (d’amore), fuoriesce attraverso quella via che conduce agli occhi (ossia: “attraverso i condotti lacrimali”); ed è la linfa vitale, e non le lacrime, ad essere versata, ed essa condurrà sia il dolore che la vita alla loro fine (ore estreme).

Ottava 127

Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir sono tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che ‘l petto mio men la sua pena esali.

[vv. 217 – 220] Questi, che sono i segni (indizio fan) del mio tormento, non sono sospiri: i sospiri sono fatti in questo modo. I sospiri ogni tanto si calmano; io, invece, non sento mai che il mio petto esali in misura minore la mia pena.

Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che ‘n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

[vv. 221 – 224] Amore, che mi arde il cuore, produce questi aliti (vento) mentre batte le sue ali intorno al fuoco. O Amore, per mezzo di quale miracolo riesci a tenere il cuore (il tienghi) nel fuoco, senza che esso si consumi mai?

Ottava 128

Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.

[vv. 225 – 228] Non sono io, non sono io quello che appaio in volto: colui che era Orlando è morto ed è sottoterra; la sua ingratissima donna lo ha ucciso: così, col mancargli di fedeltà (), gli ha mosso guerra.

Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra,
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza.»

[vv. 229 – 232] Io sono lo spirito suo, separato da lui, che vaga tormentandosi in questo inferno, affinché (acciò) con la sua ombra, che sola resta (avanza), io sia d’esempio a chi ripone la propria speranza in Amore”.

Ottava 129

Pel bosco errò tutta la notte il conte;
e allo spuntar de la diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte
dove Medoro isculse l’epigramma.

[vv. 233 – 236] Il conte vagabondò nel bosco tutta la notte; poi, al sorgere del sole, il suo destino lo riportò presso la fonte dove Medoro aveva scolpito i versi d’amore.

Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sì, ch’in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò, che trasse il brando fuore.

[vv. 237 – 240] Vedere il proprio disonore inciso sulla roccia lo infiammò a tal punto, che in lui non restò nulla (dramma) che non fosse odio, rabbia, ira e furore; ed egli non indugiò più, e sguainò la spada (brando).

Ottava 130

Tagliò lo scritto e ‘l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!

[vv. 241 – 244] Distrusse l’incisione e la roccia, e fece volare fino al cielo le minuscole schegge. Sventurata quella grotta, e sventurato ogni albero (stelo) su cui si legge di Angelica e Medoro!

Così restar quel dì, ch’ombra né gielo
a pastor mai non daran più, né a gregge:
e quella fonte, già sì chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;

[vv. 245 – 248] Quel giorno essi furono ridotti (restar) in tale stato, che non offriranno mai più ombra, né frescura, ad alcun pastore o gregge: e neppure quella fonte, prima tanto chiara e limpida, fu al riparo da una collera così grande:

Ottava 131

che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sì turbolle
che non furo mai più chiare né monde.

[vv. 249 – 252] infatti Orlando non smise di scagliare rami, ceppi, tronchi, sassi e zolle in quelle belle acque, finché non le intorbidì dalla superficie al fondo (da sommo ad imo … turbolle), al punto che non furono mai più limpide, né pulite.

E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.

[vv. 253 – 256] Alla fine, stanco e madido (molle) di sudore, quando le forze ormai esauste (la lena vinta) non risposero più allo sdegno e al profondo odio e all’ira ardente, egli cadde sul prato e sospirò rivolto al cielo.

Ottava 132

Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
che ‘l sole esce tre volte e torna sotto.

[vv. 257 – 260] Afflitto e stremato cadde infine sull’erba, e fissò i suoi occhi al cielo, senza proferire parola (motto). Per tre giorni e tre notti se ne stette così, senza mangiare e senza dormire.

Di crescer non cessò la pena acerba,
che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.

[vv. 261 – 264] L’amara sofferenza non smise di crescere, finché non l’ebbe condotto fuori di senno. Il quarto giorno, sconvolto da una immane follia, si strappò di dosso sia le maglie e che le piastre dell’armatura.

Ottava 133

Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.

[vv. 265 – 268] L’elmo finì da una parte e lo scudo da un’altra, le armi (arnesi) lontane e la corazza (usbergo) ancor più lontana: per farla breve, insomma, tutte le sue armi avevano una diversa collocazione (sparse) per il bosco.

E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre e tutto ‘l petto e ‘l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda.

[vv. 269 – 272] Successivamente Orlando si squarciò le vesti e denudò il ventre irsuto e tutto il petto e la schiena; e cominciò la sua grande follia, così terribile che nessuno sentirà mai raccontare (non sarà mai ch’intenda) di una follia più grande di questa.

Ottava 134

In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.

[vv. 273 – 276] Egli montò in una rabbia, in un furore tanto grandi, che ogni suo senso ne venne annebbiato. Non gli venne in mente di prendere in mano la spada, altrimenti penso che con essa avrebbe fatto cose incredibili.

Ma né quella, né scure, né bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
ch’un alto pino al primo crollo svelse:

[vv. 277 – 280] Ma al suo immenso vigore non era necessaria né quella, né una scure, né un’ascia a due lame (bipenne). A questo punto egli compì alcune delle sue imprese più notevoli (prove eccelse), infatti, con un solo strattone (crollo), sradicò (svelse) un alto pino:

Ottava 135

e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.

[vv. 281 – 284] e, dopo quel primo pino, ne sradicò molti altri, come fossero stati finocchi, sambuchi o aneti; poi fece lo stesso con querce e antichi olmi, con faggi, orni, lecci (illici) e abeti.

Quel ch’un ucellator che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
facea de cerri e d’altre piante antiche.

[vv. 285 – 288] Ciò che fa un cacciatore con i giunchi, le erbacce e le ortiche, allo scopo di sgomberare (s’apparecchi … mondo) il campo per collocarvi le reti (per la caccia), Orlando lo faceva con le querce e con altri alberi secolari.

Ottava 136

I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.

[vv. 289 – 292] I pastori, che avevano sentito quel frastuono, lasciando le greggi sparse per il bosco, corsero chi da una parte e chi dall’altra tutti in quel luogo, per vedere che cosa stesse accadendo.

Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo’ più tosto diferire,
che v’abbia per lunghezza a fastidire.

[vv. 293 – 296] Ma io sono giunto a quel punto superato il quale (s’io passo) la mia storia potrebbe annoiarvi; dunque io la voglio rimandare, piuttosto che far sì che vi risulti fastidiosa per via dell’eccessiva lunghezza.

Canto 24, Ottave 1 – 14

Ottava 1

Chi mette il piè su l’amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale;
che non è in somma amor, se non insania,
a giudizio de’ savi universale:

[vv. 297 – 300] Chiunque metta il piede nella trappola (pania) d’amore, cerchi di ritrarlo, e non vi resti intrappolato anche con le ali; infatti, secondo il giudizio concorde dei saggi, l’amore in fin dei conti non è altro che pazzia:

e se ben come Orlando ognun non smania,
suo furor mostra a qualch’altro segnale.
E quale è di pazzia segno più espresso
che, per altri voler, perder se stesso?

[vv. 301 – 304] e, sebbene non tutti diano di matto come Orlando, comunque (sottinteso: “coloro che amano”) mostrano la propria follia in qualche altro modo. E qual è un sintomo di pazzia più manifesto del perdere sé stessi per desiderio di qualcun altro?

Ottava 2

Vari gli effetti son, ma la pazzia
è tutt’una però, che li fa uscire.
Gli è come una gran selva, ove la via
conviene a forza, a chi vi va, fallire:
chi su, chi giù, chi qua, chi là travia.

[vv. 305 – 309] Gli effetti sono vari, e tuttavia la pazzia che li produce è la stessa. (Sottinteso: “L’amore”) è simile ad una grande foresta in cui è inevitabile (conviene a forza) che chi si addentri smarrisca la strada: qualcuno finisce fuori strada da una parte, qualcuno da un’altra.

Per concludere in somma, io vi vo’ dire:
a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena.

[vv. 310 – 312] Per concludere, in breve, io voglio dirvi questo: chi perdura a lungo nell’innamoramento (ossia: “chi persevera nell’errore di amare”), si merita ceppi e catene, oltre ad ogni altro tormento.

Ottava 3

Ben mi si potria dir: “Frate, tu vai
l’altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo”.
Io vi rispondo che comprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo;

[vv. 313 – 316] Certo, mi si potrebbe dire: “Fratello, tu denunci l’errore (fallo) degli altri, e non vedi il tuo”. Io vi rispondo che capisco assai bene, adesso che godo di un periodo di lucidità mentale (ossia: “adesso che la follia d’amore mi concede qualche momento di lucidità”);

ed ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d’uscir fuor di ballo:
ma tosto far, come vorrei, nol posso;
che ‘l male è penetrato infin all’osso.

[vv. 317 – 320] ed ho intenzione, e spero di farlo una volta per tutte, di riposarmi e di abbandonare le danze (ossia: “e spero di non essere mai più vittima dell’amore”): eppure non posso farlo subito (tosto) quanto vorrei, dal momento che la malattia mi è penetrata fin nelle ossa.

Ottava 4

Signor, ne l’altro canto io vi dicea
che ‘l forsennato e furioso Orlando
trattesi l’arme e sparse al campo avea,
squarciati i panni, via gittato il brando,

[vv. 321 – 324] O signore (ossia: “O Ippolito d’Este”), nel canto precedente vi raccontavo che Orlando, ormai fuori di senno e folle, si era tolto di dosso le armi e le aveva sparpagliate al suolo, si era strappato le vesti e aveva gettato via la spada (brando),

svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e l’alte selve; quando
alcun’ pastori al suon trasse in quel lato
lor stella, o qualche lor grave peccato.

[vv. 325 – 328] aveva sradicato alberi, e faceva risuonare (delle sue grida) le caverne (cavi sassi) e le fitte (alte) foreste; finché, a questo frastuono, alcuni pastori furono attirati in quel luogo dalla loro cattiva stella, o da qualche loro grave peccato.

Ottava 5

Viste del pazzo l’incredibil prove
poi più d’appresso e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sanno ove,
sì come avviene in subitana tema.

[vv. 329 – 332] Dopo aver visto le incredibili gesta (prove) del folle, e poi, più da vicino, la sua forza sovrumana, quelli si voltano per fuggire, ma non sanno dove, proprio come accade quando si è in preda ad un’improvvisa paura (in subitana tema).

Il pazzo dietro lor ratto si muove:
uno ne piglia, e del capo lo scema
con la facilità che torria alcuno
da l’arbor pome, o vago fior dal pruno.

[vv. 333 – 336] Il folle si volge rapido (ratto) al loro inseguimento: ne afferra uno, e lo priva (scema) della testa con la stessa facilità con cui si potrebbe staccare un frutto (torria … pome) da un albero, o un bel (vago) fiore dalla sua pianta (pruno).

Ottava 6

Per una gamba il grave tronco prese,
e quello usò per mazza adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch’al novissimo dì forse fia desto.

[vv. 337 – 340] Orlando prende il pesante tronco d’uomo per una gamba, e lo adopera a mo’ di mazza contro gli altri pastori: ne abbatte un paio a terra storditi, che forse si sveglieranno (fia desto) il Giorno del Giudizio (novissimo dì).

Gli altri sgombraro subito il paese,
ch’ebbono il piede e il buono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch’era già volto al loro armento.

[vv. 341 – 344] I rimanenti si danno subito alla fuga, poiché hanno il piede e l’intelligenza (buono aviso) più pronti. Il pazzo sarebbe veloce nell’inseguirli, se non avesse rivolto la propria attenzione al loro bestiame (armento).

Ottava 7

Gli agricultori, accorti agli altru’esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:

[vv. 345 – 346] I contadini, vedendo quanto era accaduto ai pastori (altru’esempli), abbandonano nei campi gli aratri, le zappe (marre) e le falci:

chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi né salci),
onde l’orrenda furia si contempli,
ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;
e ben è corridor chi da lui fugge.

[vv. 347 – 352] alcuni si arrampicano sulle case e altri sulle chiese (poiché olmi e salici non sono sicuri), da dove (onde) sia possibile osservare la tremenda follia di Orlando, che distrugge, fa a pezzi e strazia cavalli e buoi con pugni, strattoni, morsi, graffi e calci; e chi riesce a scappare da lui è senza dubbio un (valente) corridore.

Ottava 8

Già potreste sentir come ribombe
l’alto rumor ne le propinque ville
d’urli e di corni, rusticane trombe,
e più spesso che d’altro, il suon di squille;

[vv. 353 – 356] Ormai avreste potuto sentire risuonare (come ribombe) nelle fattorie vicine (propinque ville) l’assordante rumore delle urla, dei corni e delle trombe dei contadini (rusticane), e, ancora più frequente, il suono delle campane (squille);

e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe
veder dai monti sdrucciolarne mille,
ed altritanti andar da basso ad alto,
per fare al pazzo un villanesco assalto.

[vv. 357 – 360] e avreste potuto vedere mille uomini con aste (spuntoni), archi, spiedi e fionde (frombe) scendere dai monti, e altrettanti salire dalle pendici alle cime, per muovere un approssimativo assalto (villanesco assalto, ossia: “un assalto organizzato da contadini non esperti di tattica militare”) contro il pazzo.

Ottava 9

Qual venir suol nel salso lito l’onda
mossa da l’austro ch’a principio scherza,
che maggior de la prima è la seconda,
e con più forza poi segue la terza;
ed ogni volta più l’umore abonda,
e ne l’arena più stende la sferza:

[vv. 361 – 366] Così come l’onda che è spinta dal vento del sud (austro) è solita infrangersi sulla riva del mare (salso lito), debole in un primo momento, ma la seconda è più violenta della prima, e con forza ancora maggiore segue poi la terza, e ogni volta l’acqua (umore) è più abbondante, e sferza con più veemenza (stende la sferza) la sabbia,

tal contra Orlando l’empia turba cresce,
che giù da balze scende e di valli esce.

[vv. 367 – 368] allo stesso modo contro Orlando cresce la turba ostile (empia) dei villani, che scende dai monti e viene fuori dalle valli.

Ottava 10

Fece morir diece persone e diece,
che senza ordine alcun gli andaro in mano:
e questo chiaro esperimento fece,
ch’era assai più sicur starne lontano.

[vv. 368 – 372] Orlando uccise decine di persone, che gli finirono tra le mani in ordine sparso: e questo dimostrò (esperimento fece) in modo chiaro che era assai più sicuro stargli alla larga.

Trar sangue da quel corpo a nessun lece,
che lo fere e percuote il ferro invano.
Al conte il re del ciel tal grazia diede,
per porlo a guardia di sua santa fede.

[vv. 373 – 376] A nessuno è consentito (lece) far sanguinare quel corpo, che le armi feriscono (fere) e percuotono inutilmente. Il re del cielo aveva dato questo dono (ossia: “il dono dell’invulnerabilità”) al conte, al fine di porlo a guardia della fede cristiana.

Ottava 11

Era a periglio di morire Orlando,
se fosse di morir stato capace.
Potea imparar ch’era a gittare il brando,
e poi voler senz’arme essere audace.

[vv. 377 – 380] Orlando sarebbe stato in pericolo (era a periglio) di morire, se di morire fosse stato capace. Avrebbe potuto imparare che cosa vuol dire gettare via la spada (brando), e poi volere, da disarmato, essere audace.

La turba già s’andava ritirando,
vedendo ogni suo colpo uscir fallace.
Orlando, poi che più nessun l’attende,
verso un borgo di case il camin prende.

[vv. 381 – 384] La moltitudine (dei contadini) si stava ormai ritirando, vedendo andare a vuoto (uscir fallace) ogni proprio colpo. Orlando, visto che nessuno badava a lui (l’attende), s’incamminò verso un gruppo di case.

Ottava 12

Dentro non vi trovò piccol né grande,
che ‘l borgo ognun per tema avea lasciato.
V’erano in copia povere vivande,
convenienti a un pastorale stato.

[vv. 385 – 388] All’interno non vi trovò nessuno, né bambino, né adulto, dal momento che tutti avevano abbandonato il villaggio a causa della paura (per tema). C’era grande abbondanza di cibi poveri, confacenti alla condizione di pastori.

Senza pane discerner da le giande,
dal digiuno e da l’impeto cacciato,
le mani e il dente lasciò andar di botto
in quel che trovò prima, o crudo o cotto.

[vv. 389 – 392] Senza distinguere il pane dalle ghiande (ossia: “Senza fare distinzione tra il pane e il cibo per gli animali”), spinto dal digiuno e dalla foga, Orlando avventò mani e denti su quello che gli capitò tra le mani, che fosse crudo o cotto.

Ottava 13

E quindi errando per tutto il paese,
dava la caccia e agli uomini e alle fere;
e scorrendo pei boschi, talor prese
i capri isnelli e le damme leggiere.

[vv. 393 – 396] In seguito, muovendosi da quel luogo (quindi) per tutta la regione, diede la caccia agli uomini e agli animali; e, correndo per i boschi, ogni tanto catturò caprioli snelli e agili daine (damme).

Spesso con orsi e con cingiai contese,
e con man nude li pose a giacere:
e di lor carne con tutta la spoglia
più volte il ventre empì con fiera voglia.

[vv. 397 – 400] Lottò di frequente contro orsi e cinghiali, e li abbatté (li pose a giacere) a mani nude: e più volte si riempì il ventre con la loro carne, senza averli privati della pelliccia (con tutta la spoglia), con ingordigia bestiale (con fiera voglia).

Ottava 14

Di qua, di là, di su, di giù discorre
per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,
sotto cui largo e pieno d’acqua corre
un fiume d’alta e di scoscesa riva.

[vv. 401 – 404] Orlando percorse tutta la Francia, in lungo e in largo, da cima a fondo; poi, un giorno, arrivò ad un ponte, sotto al quale scorreva un fiume ampio e pieno d’acqua, dalla riva scoscesa e profonda.

Edificato accanto avea una torre
che d’ogn’intorno e di lontan scopriva.
Quel che fe’ quivi, avete altrove a udire;
che di Zerbin mi convien prima dire.

[vv. 405 – 408] Accanto al fiume, s’innalzava una torre che permetteva di vedere ogni luogo, lì intorno e in lontananza. Quello che Orlando fece in questo luogo, lo ascolterete in un altro Canto (altrove); prima, è opportuno che io racconti di Zerbino.

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