Parafrasi La quiete dopo la tempesta


GIACOMO LEOPARDI

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Passata è la tempesta:

odo augelli far festa, e la gallina,

tornata in su la via,

che ripete il suo verso.

[vv. 1 – 4] La tempesta è passata: sento gli uccelli far festa (riprendendo il loro canto), e (sento) la gallina che, tornata per la strada (dopo essersi riparata al chiuso) riprende a fare il suo verso.


Ecco il sereno

rompe là da ponente, alla montagna:

sgombrasi la campagna,

e chiaro nella valle il fiume appare.

[vv. 4 – 7]  Ecco che il sereno appare da ponente, verso la montagna; la campagna si libera (sgombrasi: dalla foschia della tempesta), e il fiume ricompare in maniera distinta nella vallata (chiaro: in maniera distinta, chiaramente visibile).


Ogni cor si rallegra, in ogni lato

risorge il romorio,

torna il lavoro usato.

[vv. 8 – 10] Ogni animo si risolleva, da ogni parte riprendono i rumori (della vita quotidiana), ricomincia il lavoro abituale.


L’artigiano a mirar l’umido cielo,

con l’opra in man, cantando,

fassi in su l’uscio; a prova

vien fuor la femminetta a côr dell’acqua

della novella piova;

[vv. 11 – 15] L’artigiano, cantando,  si affaccia (fassi, lett. si fa, si porta) sull’uscio della porta, recando in mano l’oggetto del suo lavoro (con l’opra in man: l’opra è ciò su cui l’artigiano sta lavorando) per osservare il cielo fresco di pioggia (umido ciel); in fretta (a prova: lett. a gara, con l’artigiano) viene fuori la donnicciola a raccogliere (a còr: a coglier, forma sincopata) un po’ dell’acqua della pioggia appena caduta;

e l’erbaiuol rinnova

di sentiero in sentiero

il grido giornaliero.

[vv. 16 – 18] E l’ortolano ripete, di sentiero in sentiero, il grido quotidiano (il grido con il quale richiama i clienti).


Ecco il sol che ritorna, ecco sorride

per li poggi e le ville. Apre i balconi,

apre terrazzi e logge la famiglia:

e, dalla via corrente, odi lontano

tintinnio di sonagli; il carro stride

del passeggier che il suo cammin ripiglia.

[vv. 19 – 24] Ecco il sole che torna di nuovo, eccolo che risplende per i pendii e i casolari. La servitù (latinismo, la famiglia) apre i balconi, apre i terrazzi e i loggiati: e, dalla strada maestra (dalla via corrente) si sente in lontananza un tintinnio di sonagli; stride il carro del viaggiatore che riprende il suo cammino.


Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

l’uomo a’ suoi studi intende?

O torna all’opre? O cosa nova imprende?

Quando de’ mali suoi men si ricorda?

[vv. 25 – 31] Ogni animo si rallegra. In quale altro momento (quand’è) la vita è così dolce, così gradita come ora (ora che è appena passata la tempesta)? Quando l’uomo si dedica (intende) alle sue occupazioni (studi: latinismo) con tanta dedizione? O torna alle consuete attività? O intraprende (imprende) una nuova attività? In quale altro momento ricorda meno le sue sventure? (la gioia per la fine della tempesta, consente la ripresa delle attività e coincide con un momento di sollievo dell’animo dell’uomo, che dimentica anche le sue sventure).

Piacer figlio d’affanno;

gioia vana, ch’è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte

chi la vita abborria;

[vv. 32 – 36] Il piacere (infatti) è figlio del dolore (affanno: il piacere non è altro che l’interruzione della preoccupazione); è una gioia effimera (vana: lett. priva di consistenza reale) che è il frutto di un timore passato, a causa del quale (onde) colui che prima aveva in orrore (abborria) la vita, si è spaventato ed è arrivato a temere la morte;


onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudâr le genti e palpitâr, vedendo

mossi alle nostre offese

folgori, nembi e vento.

[vv. 37 – 41] per il quale (timore) le persone (le genti) agghiacciate, ammutolite e pallide, sudarono e palpitarono in un lungo stato di tormento, vedendo fulmini (folgori), nubi (nembi) e vento pronti a colpirci (mossi alle nostre offese: lett. intenzionati a farci danno)

O natura cortese,

son questi i doni tuoi,

questi i diletti sono

che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

è diletto fra noi.

[vv. 42 – 46] O natura generosa (detto con sarcasmo), sono questi i tuoi doni, sono queste le gioie che tu offri agli uomini. Tra noi (mortali) la gioia consiste (è diletto) nella sospensione del dolore (uscir di pena).


Pene tu spargi a larga mano; il duolo

spontaneo sorge e di piacer, quel tanto

che per mostro e miracolo talvolta

nasce d’affanno, è gran guadagno…

[vv. 47 – 50]  Tu dissemini largamente sofferenze; il dolore sorge naturalmente (da queste sofferenze) e quel poco piacere (di piacer quel tanto) che talvolta, per prodigio (latinismo, mostro) o per miracolo, scaturisce dalla sofferenza, è davvero un grande guadagno (il tono è sempre sarcastico). Oh genere umano (cara prole), caro agli dèi (gli eterni: gli immortali)!


…Umana

prole cara agli eterni! assai felice

se respirar ti lice

d’alcun dolor; beata

se te d’ogni dolor morte risana.

[vv. 50 – 54] Puoi considerarti sufficientemente (assai) felice se ti è consentita (se ti lice) una qualche tregua (respirar) dal dolore e beato (beata) se la morte ti guarisce (risana) da ogni sofferenza.


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