Parafrasi Levommi il mio penser in parte ov’era


FRANCESCO PETRARCA

LEVOMMI IL MIO PENSER IN PARTE OV’ERA

PARAFRASI DEL TESTO

In questo sonetto Petrarca descrive un incontro ultraterreno con Laura, che ha luogo quando la fanciulla è già defunta e si trova in Paradiso. Nella fantasia dell’incontro il poeta proietta il proprio desiderio inappagato d’amore, immaginando che l’amata si comporti finalmente in maniera amorevole nei suoi confronti e gli parli con dolcezza. In un lungo discorso diretto, che si estende per due intere strofe, Petrarca fa dire a Laura quelle parole che egli attende da sempre di poter ascoltare. La fanciulla preannuncia che un giorno il poeta sarà accanto a lei, lascia intendere di desiderare fortissimamente che ciò avvenga, e si mostra pentita per i dolori procurati all’innamorato. Prima di concludere Laura giunge ad affermare che la sua beatitudine sarà completa solo quando il poeta si troverà al suo fianco. Poi la visione si interrompe, e Petrarca torna con disappunto alla realtà.


Levommi il mio penser in parte ov’era

quella ch’io cerco, et non ritrovo in terra:

ivi, fra lor che ’l terzo cerchio serra,

la rividi piú bella et meno altera.

[vv. 1 – 4] Il mio pensiero mi sollevò nel luogo (il cielo) dov’era colei che io ricerco e non trovo sulla terra (Laura, ormai defunta): lì, tra coloro che dimorano nel terzo cielo (lett.: tra coloro (ogg.) che il terzo cielo (sogg.) contiene; il terzo cielo del Paradiso è il cielo di Venere nel quale dimorano gli spiriti amanti), la rividi, resa più bella dalla beatitudine e meno superba.

Per man mi prese, et disse: – In questa spera

sarai anchor meco, se ’l desir non erra:

i’ so’ colei che ti die’ tanta guerra,

et compie’ mia giornata inanzi sera.

[vv. 5 – 8] Ella mi prese per mano e mi disse: “Un giorno tu starai con me in questo cielo, se il desiderio non mi inganna: io sono colei che ti ha procurato tanta sofferenza e che ha terminato di vivere prima di poter raggiungere la vecchiaia (giornata innanzi sera per metafora).


Mio ben non cape in intelletto humano:

te solo aspetto, et quel che tanto amasti

e là giuso è rimaso, il mio bel velo. –

[vv. 9 – 11] La mia beatitudine non può essere compresa dalla mente umana (topos dell’ineffabilità): ed io attendo unicamente te e quel mio bel corpo (velo per metafora) che tu tanto amasti e che ora è rimasto laggiù sulla terra”.

Deh perché tacque, et allargò la mano?

Ch’al suon de’ detti sí pietosi et casti

poco mancò ch’io non rimasi in cielo.

[vv. 12 – 14] Ahimè! Per quale ragione mai smise di parlare e lasciò la mia mano? Poco mancò che, per via del suono di quelle parole così compassionevoli e pure, io non rimanessi lì nel cielo (metafora: poco mancò che morissi)!

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