Parafrasi L’infinito


GIACOMO LEOPARDI

L’INFINITO

– PARAFRASI DEL TESTO –

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

[vv. 1 – 3] Sempre caro mi fu questo colle solitario (riferito al monte Tabor, a Recanati) e questa siepe che nasconde allo sguardo buona parte dell’orizzonte estremo.


Ma, sedendo e mirando, interminati

spazi di lá da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura…

[vv. 4 – 8] Tuttavia, sedendo e osservando (o fantasticando, come si svela ai versi successivi), nella mia mente immagino (mi fingo: mi raffiguro), al di là di essa (oltre la siepe), spazi sconfinati, silenzi sconosciuti all’uomo e una quiete profondissima, nella quale per poco il cuore non prova sgomento (spaura: indica propriamente sbigottimento, sgomento).

…E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei.

[vv. 8 – 13] E appena sento il vento stormire tra queste piante, io confronto quel silenzio infinito a questo suono (questa voce: il suono prodotto dallo stormire del vento tra le piante): e mi torna alla memoria l’eternità del tempo, i tempi passati e il tempo presente e vivo, e i suoni che lo contraddistinguono.


Cosí tra questa

immensitá s’annega il pensier mio;

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

[vv. 13 – 15] E così (così: tra queste riflessioni) il mio pensiero si smarrisce in questa immensità: ed è piacevole perdersi in questo mare (nell’immensità di questa esperienza immaginaria).


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