Parafrasi Proemio Gerusalemme Liberata


TORQUATO TASSO

PROEMIO

da GERUSALEMME LIBERATA – Canto 1, Ottave 1 – 5

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 1

Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co ‘l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto;

[vv. 1 – 4] Io narro delle battaglie ispirate dalla devozione (l’arme pietose) e del condottiero che liberò il Santo Sepolcro (il condottiero a cui Tasso si riferisce è Goffredo di Buglione, generale dell’esercito cristiano nella Prima Crociata). Egli compì molte imprese sia grazie all’ingegno, sia grazie alla forza, e patì molte sofferenze nella gloriosa conquista di Gerusalemme;

e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

[vv. 4 – 8] inutilmente gli si opposero le forze infernali, e inutilmente prese le armi il popolo d’Asia e d’Africa (Libia è una sineddoche che indica l’Africa), ad esse alleato (misto). Il Cielo concesse a Goffredo il suo favore, e ricondusse i suoi compagni sbandati (erranti) sotto i vessilli sacri.

Ottava 2

O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,

[vv. 9 – 12] O Musa, non tu che hai cinta la fronte di effimeri allori sul monte Elicona, ma tu che indossi una corona dorata di stelle immortali lassù in cielo, fra i cori dei beati,

>>> Con la precisazione introdotta in questi versi Tasso vuole mettere in evidenza che egli sta invocando una Musa cristiana, non la tradizionale Musa pagana che i poeti classici immaginano come abitante del monte Elicona.

tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s’intesso fregi al ver, s’adorno in parte
d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte.

[vv. 13 – 16] ispira al mio petto ardori religiosi, guida il mio racconto, e perdonami se intreccio invenzioni poetiche alla verità storica, e se, in parte, adorno queste pagine di altri piaceri, oltre che dei tuoi.

Ottava 3

Sai che là corre il mondo ove piú versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che ‘l vero, condito in molli versi,
i piú schivi allettando ha persuaso.

[vv. 17 – 20] Tu (rivolto alla Musa “cristiana” invocata nell’ottava 2) sai che i lettori (il mondo) accorrono là dove la poesia carica di allettamenti (il lusinghier Parnasoriversa in maggior misura le sue dolcezze, e (sai) che la verità storica (‘l vero), mescolata a versi piacevoli (condito in molli versi), ha persuaso, seducendoli, anche coloro che erano più ritrosi.

>>> Tasso chiama “lusinghier Parnaso” la poesia con quella che è al contempo una metonimia e una personificazione: particolarmente venerato durante l’antichità, infatti, il Parnaso era consacrato al culto del dio della poesia Apollo e alle nove Muse, delle quali era una delle due residenze.

Cosí a l’egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l’inganno suo vita riceve.

[vv. 21 – 24] Perciò, al fanciullo ammalato (egro), porgiamo  il bordo della tazza cosparso di un liquido dolce (aspersi di soave licor): (sottinteso: “in maniera che”) mentre egli, ingannato, beve l’amara medicina (succhi amari), dall’inganno trae la propria salvezza (ossia: “in maniera che egli, ingannato dal bordo zuccherato della tazza, beva l’amara medicina che lo salverà”).

Ottava 4

Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l’onde agitato e quasi absorto,

[vv. 25 – 28] Tu, o generoso Alfonso (Tasso si rivolge ad Alfonso II d’Este), che sottrai (ritogli) all’imperversare della sorte e conduci in salvo (in porto) me, pellegrino vagabondo, sbalestrato (agitato) e quasi sommerso (absorto) fra gli scogli e le onde,

queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i’ porto.
Forse un dí fia che la presaga penna
osi scriver di te quel ch’or n’accenna.

[vv. 29 – 32] accogli con benevolenza (in lieta fronte) questo mio poema (queste mie carte), che io ti offro come se fosse consacrato in voto. Forse verrà (fia) un giorno in cui la mia penna, che presagisce la tua gloria (presaga), oserà scrivere sul tuo conto quello che ora accenna a malapena (quel ch’or n’accenna).

Ottava 5

È ben ragion, s’egli averrà ch’in pace
il buon popol di Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi ritòr la grande ingiusta preda,

[vv. 33 – 36] A ragione, se mai (unqua) accadrà che i Cristiani (il buon popol di Cristo) ritrovino la concordia, e che, con una flotta e con la cavalleria, cerchino di sottrarre (cerchi ritòr) ai feroci Turchi (al fero Trace) il Santo Sepolcro ingiustamente occupato (la grande ingiusta preda),

ch’a te lo scettro in terra o, se ti piace,
l’alto imperio de’ mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t’apparecchia a l’armi.

[vv. 37 – 40] (sottinteso: “essi, i Cristiani”) daranno (conceda) a te il comando supremo (lo scettro) delle truppe di terra o, se lo preferisci, l’alto comando della flotta. Intanto, o emulo di Goffredo, ascolta i miei versi (carmi), e preparati (t’apparecchia) alla battaglia.

>>> I Turchi vengono definiti da Tasso “fero Trace” perché, all’epoca in cui Tasso scrive, essi hanno la loro capitale a Costantinopoli, situata nell’antica regione della Tracia.

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