Parafrasi Quando t’alegri omo d’altura


JACOPONE DA TODI

QUANDO T’ALEGRI OMO D’ALTURA

– PARAFRASI DEL TESTO –

Quando t’alegri omo d’altura è una  lauda in forma di ballata modellata sul genere dei “contrasti tra vivo e morto”. Jacopone sviluppa il racconto in forma interamente dialogata, mantenendo una perfetta corrispondenza tra strofe e battute dei personaggi e una perfetta alternanza tra le voci dei due protagonisti. La situazione descritta è quella tradizionale dell’incontro immaginario tra un uomo vivente e un defunto, nell’ambito del quale il defunto mette in guardia il vivo dai rischi della dannazione e lo ragguaglia sul destino di abiezione che attende dopo la morte coloro che contravvengano ai principi cristiani. Grande risalto viene dato al tema del disfacimento del corpo, affrontato senza riserve per i suoi aspetti più macabri e ripugnanti.


Quando t’alegri, omo d’altura,

va’ puni mente a la seppultura;

[vv. 1 – 2] Quando ti rallegri, oh uomo altezzoso (d’altura), vai a riflettere sulla sepoltura.


e loco puni lo to contemplare,

e ppensate bene che tu dì’ tornare

en quella forma che tu vidi stare

l’omo che iace en la fossa scura.

[vv. 3 – 6] E posa lì (sulla sepoltura e dunque sul tema della morte) il tuo sguardo (contemplare), e pensa bene che tu devi ritornare in quella forma nella quale vedi trovarsi l’uomo che giace nella fossa scura.


«Or me respundi, tu, om seppellito,

che cusì ratto d’esto monno èi ‘scito:

o’ so’ li be’ panni, de que eri vestito,

cà ornato te veio de multa bruttura?».

[vv. 7 – 10] “Ora rispondimi uomo sepolto, che tanto presto sei uscito da questa vita, dove sono i bei panni con i quali eri vestito? Perché ti vedo adorno di grande bruttura”.


«O frate meo, non me rampugnare,

cà ‘l fatto meo te pòte iovare!

Poi che parenti me fêro spogliare,

de vil celizio me dèr copretura».

[vv. 11 – 14] “Oh fratello mio, non mi rimproverare, perché la mia vicenda ti può giovare. Dopo che i parenti mi fecero spogliare mi coprirono con un vile cilicio (celizio: panno di pelo di capra ruvido e grezzo).”

«Or ov’è ‘l capo cusì pettenato?

Con cui t’aregnasti, che ‘l t’à sì pelato?

Fo acqua bullita, che ‘l t’à sì calvato?

Non te ci à opporto plu spicciatura!».

[vv. 15 – 18] “Dov’è ora la tua testa, tanto ben pettinata? Con chi ti sei azzuffato (t’aregnastiche ti ha pelato in questa maniera? E’ stata l’acqua bollente che ti ha reso così calvo? Non ti occorre (ha apportopiù la scriminatura (spicciatura).”


«Questo meo capo, ch’e’ abi sì biondo,

cadut’è la carne e la danza dentorno;

no ‘l me pensava, quanno era nel mondo!

Cantanno, ad rota facìa saltatura!».

[vv. 19 – 22] “Di questa mia testa, che avevo tanto bionda, è caduta la carne e i capelli (la danza: sineddoche) che la circondavano, non ci pensavo quando ero in vita. Cantando ballavo in tondo (riferimento alla ridda, un ballo in circolo diffuso nel ‘200)”.


«Or o’ so’ l’occhi cusì depurati?

For de lor loco sì se so’ iettati;

credo che vermi li ss’ò manecati,

de tuo regoglio non n’àber pagura».

[vv. 23 – 26] “Dove sono ora gli occhi, tanto luminosi (depurati)? Sono usciti dalla loro sede, credo che se li siano mangiati (manecati, dal lat. MANDUCARE) i vermi, che non hanno avuto paura della tua alterigia (regoglio)!”.


«Perduti m’ò l’occhi con que gìa peccanno,

aguardanno a la gente, con issi accennando.

Oi me dolente, or so’ nel malanno,

cà ‘l corpo è vorato e l’alma è ‘n ardura».

[vv. 27 – 30] “Ho perso gli occhi con i quali peccavo, guardando la gente e ammiccando (accennandoper mezzo di essi. Oh me misero ora sono in disgrazia, perché il corpo è stato divorato e l’anima è sulla fiamma (ardura)”.


«Or uv’è lo naso c’avì’ pro odorare?

Quigna enfertate el n’à fatto cascare?

Non t’èi potuto da vermi adiutare,

molt’è abassata esta tua grossura».

[vv. 31 – 34] “Dov’è ora il naso che avevi per annusare? Quale infermità (enfertate: da infirmitate) te lo ha fatto cadere? Non hai potuto salvarti dai vermi, si è abbassata di parecchio questa tua prominenza (grossura: con voluto valore ambiguo, fisico e morale)”.


«Questo meo naso, c’abi pro oddore,

caduto m’ène en multo fetore;

no el me pensava quann’era enn amore

del mondo falso, plen de vanura».

[vv. 35 – 38] “Questo mio naso, che avevo per sentire i profumi mi è caduto sprigionando molto cattivo odore, non ci pensavo mentre ero innamorato del mondo falso, pieno di vanità (vanura)”.

«Or uv’è la lengua cotanto tagliente?

Apri la bocca, se ttu n’ài neiente.

Fòne truncata oi forsa fo ‘l dente

che te nn’à fatta cotal rodetura?».

[vv. 39 – 42] “Dov’è ora la lingua tanto affilata? Apri la bocca se ne è rimasto qualcosa! Ti è stata tagliata oppure sono stati i denti che te l’hanno rosicchiata a tal punto?”


«Perdut’ho la lengua, co la qual parlava

e mmolta descordia con essa ordenava;

no ‘l me pensava quann’eo manecava,

el cibo e ‘l poto oltra mesura».

[vv. 43 – 46] “Ho perso la lingua con la quale parlavo e per mezzo della quale seminavo molta discordia, non ci pensavo mentre mangiavo (manecava) il cibo e bevevo (poto: dal lat. POTARE: “bere”) oltre misura”.


«Or cludi le labra pro denti coprire,

ché par, chi te vede, che ‘l vogli schirnire.

Pagura me mitti pur del vedere;

càiote denti senza trattura».

[vv. 47 – 50] “Ora chiudi le labbra, per coprire i denti, che a chi ti vede sembra che tu lo voglia schernire. Mi metti paura al solo vederti, poiché ti cadono i denti senza estrazione (trattura)!”.


«Co’ cludo le labra, ch’e’ unqua no l’aio?

Poco ‘l pensava de questo passaio.

Oi me dolente, e como faraio,

quann’eo e l’alma starimo enn arsura?».

[vv. 51 – 54] “Come le chiudo le labbra se non ce le ho più (unqua: dal lat. UNQUAM)? Non pensavo affatto a questo trapasso! Oh povero me, come farò quando io e la mia anima saremo tra le fiamme?”.


«Or o’ so’ le braccia con tanta fortezza

menacciando a la gente, mustranno prodezza?

Raspat’el capo, se tt’è ascevelezza,

scrulla la danza e ffa portadura».

[vv. 55 – 58] “Dove sono ora le braccia piene di forza con le quali minacciavi la gente e mostravi ardimento? Grattati il capo se per te è una cosa agevole, scuoti i capelli e assumi un contegno leggiadro”.


La mea portadura se ià’ ‘n esta fossa;

cadut’è la carne, remase so’ l’ossa

et onne gloria da me ss’è remossa

e d’onne miseria ‘n me à rempletura».

[vv. 59 – 62] “La mia leggiadria giace in questa fossa, la carne è caduta e sono rimaste le ossa, ed ogni gloria si è allontanata da me e in me c’è abbondanza (rempleturadi ogni miseria!”.


«Or lèvat’en pede, ché molto èi iaciuto,

acónciate l’arme e tòite lo scuto,

ch’en tanta viltate me par ch’èi venuto,

non pò’ comportare plu questa afrantura».

[vv. 63 – 66] “Ora alzati in piedi, perché hai giaciuto abbastanza, aggiustati le armi e imbraccia (toite: dal lat. TOLLO) lo scudo, perché mi sembra che sei giunto in grande viltà e non puoi più sopportare una simile umiliazione (afrantura)”.


«Or co’ so’ adasciato de levarme en pede?

Chi ‘l t’ode dicere mo ‘l te sse crede!

Molto è l’om pazzo, chi non provede

ne la sua vita ‹’n› la so finitura».

[vv. 67 – 70] “Sono forse nella possibilità (adasciato: lett. capace, nella condizione di) di alzarmi in piedi? Chi te lo sentisse dire potrebbe crederlo! E’ assai pazzo l’uomo che durante la sua vita non si cura della sua morte!”.


«Or clama parenti, che tte veng’aiutare,

che tte guardin da vermi, che tte sto a ddevorare;

ma fòr plu vivacce venirte a spogliare,

partèrse el podere e la tua amantatura».

[vv. 71 – 74] “Ora chiama i parenti, affinché ti vengano ad aiutare, affinché ti difendano dai vermi che ti stanno divorando, tuttavia furono più solleciti (vivacce: vivaci) nel venire a spogliarti, nello spartirsi i tuoi terreni e le tue vesti”.


«No i pòzzo clamare, cà sso’ encamato,

ma fàime venire a veder meo mercato;

che me veia iacere cului ch’è adasciato

a comparar terra e far gran clusura».

[vv. 75 – 78] “Non li posso chiamare perche sono privo di voce (encamato: lett. afono), ma falli venire da me, affinché vedano che bell’affare ho fatto (meo mercato): che mi veda giacere colui che ancora può (adasciato: lett. capace, nella condizione di) comperare terra e ampliare i confini”.


«Or me contempla, oi omo mundano;

mentr’èi ‘n esto mondo, non essar pur vano!

Pènsate, folle, che a mmano a mmano

tu sirai messo en grann’estrettura”.

[vv. 79 – 82] “Ora osservami bene, uomo mondano: fintanto che sei in vita non continuare ad essere vano! Pensa bene, oh folle, che ben presto tu sarai messo in una strettissima fossa (grann’estrettura)”.


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