Parafrasi Rinaldo nella selva incantata


TORQUATO TASSO

RINALDO NELLA SELVA INCANTATA

da GERUSALEMME LIBERATA – Canto 18, Ottave 17 – 38

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Ottava 25

Mentre riguarda, e fede il pensier nega
a quel che ‘l senso gli offeria per vero,
vede un mirto in disparte, e là si piega
ove in gran piazza termina un sentiero.

[vv. 1 – 4] Mentre continua a guardare, e il suo pensiero rifiuta di credere (fede … nega) a ciò che i sensi gli presentano come vero, (Rinaldo) vede un mirto isolato e si dirige (si piega) là, dove il sentiero termina in una grande radura (piazza).

L’estranio mirto i suoi gran rami spiega,
più del cipresso e de la palma altero,
e sovra tutti gli arbori frondeggia;
ed ivi par del bosco esser la reggia.

[vv. 5 – 8] Lo straordinario mirto distende i suoi grandi rami, più alto (altero) del cipresso e della palma, e protende le sue fronde sopra tutti gli altri alberi; e quel luogo sembra essere il centro (reggia) del bosco.

Ottava 26

Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa
a maggior novitate allor le ciglia.

[vv. 9 – 10] Il guerriero, fermo in quella ampia radura, fissa quindi lo sguardo (affisa … le ciglia) su di un prodigio (novitate) ancora maggiore.

Quercia gli appar che per se stessa incisa
apre feconda il cavo ventre e figlia,
e n’esce fuor vestita in strana guisa
ninfa d’età cresciuta (oh meraviglia!);

[vv. 11 – 14] Gli appare una quercia che, spaccatasi spontaneamente (per sé stessa incisa), mostra aperto il suo ventre cavo e, feconda,  genera figli, e ne esce fuori una ninfa già adulta, vestita in modo singolare (in strana guisa) – oh, che vista sorprendente!

e vede insieme poi cento altre piante
cento ninfe produr dal sen pregnante.

[vv. 15 – 16] E (sottinteso: “Rinaldo”) vede poi altre cento piante, che generano contemporaneamente (insieme) altrettante ninfe dal loro ventre gravido (sen pregnante).

Ottava 27

Quai le mostra la scena o quai dipinte
tal volta rimiriam dèe boscareccie,
nude le braccia e l’abito succinte,
con bei coturni e con disciolte treccie,

[vv. 17 – 20] Così come le mostra il teatro, o come talvolta ammiriamo dipinte le dèe dei boschi, con le braccia nude e l’abito succinto, con belle calzature (coturni) e con le trecce sciolte,

tali in sembianza si vedean le finte
figlie de le selvatiche corteccie;
se non che in vece d’arco o di faretra,
chi tien leuto, e chi viola o cetra.

[vv. 21 – 24] allo stesso modo si mostravano nell’aspetto quelle false ninfe (finte: perché le ninfe sono il frutto illusorio dell’incantesimo demoniaco che grava sulla selva), nate dalle cortecce degli alberi; senonché, al posto dell’arco o della faretra, alcune avevano un liuto, alcune una viola, altre una cetra.

Ottava 28

E cominciàr costor danze e carole,
e di se stesse una corona ordiro
e cinsero il guerrier, sí come sòle
esser punto rinchiuso entro il suo giro.

[vv. 25 – 28] Ed esse cominciarono a fare danze e girotondi (carole) e si disposero in cerchio (di sé stesse una corona ordiro) e circondarono il guerriero, proprio come il centro (punto) è solito essere circondato dalla sua circonferenza (giro).

Cinser la pianta ancora, e tai parole
nel dolce canto lor da lui s’udiro:
“Ben caro giungi in queste chiostre amene
o de la donna nostra amore e spene.

[vv. 29 – 32] Le ninfe circondarono anche il mirto, e fra il loro dolce canto furono da lui udite queste parole: “Giungi assai gradito in questi ameni luoghi appartati (chiostre), o amore e speranza della nostra signora (ossia: “di Armida”).

Ottava 29

Giungi aspettato a dar salute a l’egra,
d’amoroso pensiero arsa e ferita.

[vv. 33 – 34] Giungi atteso a salvare la malata (l’egra), che è arsa e ferita dalla passione amorosa.

Questa selva che dianzi era sí negra,
stanza conforme a la dolente vita,
vedi che tutta al tuo venir s’allegra
e ‘n piú leggiadre forme è rivestita”.

[vv. 35 – 38] Guarda come questo bosco, che prima era tanto cupo (negra), sede (stanza) adeguata ad una vita dolorosa, si rallegra tutto al tuo arrivo, e si riveste di fattezze più graziose”.

Tale era il canto; e poi dal mirto uscia
un dolcissimo tuono, e quel s’apria.

[vv. 39 – 40] Questo era il canto, e poi dal mirto uscì un dolcissimo suono, mentre esso si dischiudeva.

Ottava 30

Già ne l’aprir d’un rustico sileno
meraviglie vedea l’antica etade,
ma quel gran mirto da l’aperto seno
imagini mostrò piú belle e rade:

[vv. 41 – 44] Gli uomini dell’antichità (l’antica etade) vedevano immagini della divinità (meraviglie) dentro le statue cave (nell’aprir) di Sileno, dio dei boschi (rustico sileno), ma quel grande mirto dal tronco (seno) aperto mostrò immagini ancor più belle e rare:

donna mostrò ch’assomigliava a pieno
nel falso aspetto angelica beltade.
Rinaldo guata, e di veder gli è aviso
le sembianze d’Armida e il dolce viso.

[vv. 45 – 48] mostrò una donna che somigliava in tutto, nel suo aspetto illusorio, ad una bellezza angelica. Rinaldo guardò e gli sembrò (gli è aviso) di riconoscere le fattezze di Armida, e il dolce volto di lei.

Ottava 31

Quella lui mira in un lieta e dolente:
mille affetti in un guardo appaion misti.
Poi dice: “Io pur ti veggio, e finalmente
pur ritorni a colei da chi fuggisti.

[vv. 49 – 52] Egli la vedeva felice e addolorata al tempo stesso: mille sentimenti apparivano mescolati (misti) in un solo sguardo. Poi ella disse: “Ora io ti vedo, finalmente torni da colei da cui sei fuggito.

A che ne vieni? a consolar presente
le mie vedove notti e i giorni tristi?
o vieni a mover guerra, a discacciarme,
che mi celi il bel volto e mostri l’arme?

[vv. 53 – 56] A che scopo ritorni da me? Per consolare, con la tua presenza (presente), le mie notti solitarie e i miei giorni tristi? Oppure vieni per muovere guerra, per scacciarmi, tu che mi nascondi il bel viso (Rinaldo ha il volto nascosto dall’elmo) e che mi mostri le armi?

Ottava 32

giungi amante o nemico? Il ricco ponte
io già non preparava ad uom nemico,
né gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte,
sgombrando i dumi e ciò ch’a’ passi è intrico.

[vv. 57 – 60] Arrivi come amante o come nemico? Non avrei preparato il sontuoso ponte (il ricco ponte è il ponte d’oro che Rinaldo ha attraversato inoltrandosi nella selva) per un nemico, né avrei aperto per lui i ruscelli, i fiori, la sorgente, rimuovendo i cespugli spinosi (dumi) e tutto ciò che è d’impedimento (intrico) per il passaggio.

Togli questo elmo omai, scopri la fronte
e gli occhi a gli occhi miei, s’arrivi amico;
giungi i labri a le labra, il seno al seno,
porgi la destra a la mia destra almeno.»

[vv. 61 – 64] Ora togliti quest’elmo, mostra il tuo volto e i tuoi occhi al mio sguardo, se arrivi come amico; congiungi le labbra alle mie labbra, il tuo petto al mio, o quantomeno porgi la tua mano destra verso la mia”.

Ottava 33

Seguia parlando, e in bei pietosi giri
volgeva i lumi e scoloria i sembianti,
falseggiando i dolcissimi sospiri
e i soavi singulti e i vaghi pianti,

[vv. 65 – 68] Continuava a parlare, e muoveva gli occhi (lumi) con bei movimenti che destavano compassione (pietosi) e faceva impallidire il volto (scoloria i sembianti), simulando dolcissimi sospiri, soavi singhiozzi e graziosi pianti,

tal che incauta pietade a quei martíri
intenerir potea gli aspri diamanti;
ma il cavaliero, accorto sí, non crudo,
piú non v’attende, e stringe il ferro ignudo.

[vv. 69 – 72] tanto che una pietà imprudente, di fronte a quelle sofferenze (martìri), avrebbe potuto far intenerire i duri diamanti (ossia: “tanto che la pietà suscitata da quelle ostentate sofferenze avrebbe fatto intenerire anche un cuore duro come il diamante, in un uomo imprudente”); invece il cavaliere, avveduto sebbene non crudele, non bada oltre a quelle finte sofferenze, e impugna la spada sguainata (ignudo).

Ottava 34

Vassene al mirto; allor colei s’abbraccia
al caro tronco, e s’interpone e grida:
«Ah non sarà mai ver che tu mi faccia
oltraggio tal, che l’arbor mio recida!

[vv. 73 – 76] Egli se ne va verso il mirto; allora Armida abbraccia il caro tronco, si frappone tra esso e Rinaldo, e grida: “Ah, non accadrà mai che tu mi faccia un affronto così grave come tagliare il mio albero!

Deponi il ferro, o dispietato, o il caccia
pria ne le vene a l’infelice Armida:
per questo sen, per questo cor la spada
solo al bel mirto mio trovar può strada”.

[vv. 77 – 80] Deponi la spada, o spietato, o conficcala (il caccia) prima nelle vene dell’infelice Armida: solo attraverso questo petto, attraverso questo cuore, la spada può trovare la strada per raggiungere il mio bel mirto”.

Ottava 35

Egli alza il ferro, e ’l suo pregar non cura;
ma colei si trasmuta (oh novi mostri!)
sì come avien che d’una altra figura,
trasformando repente, il sogno mostri.

[vv. 81 – 84] Egli solleva la spada e non si cura delle sue suppliche; ma ella si trasforma – oh, straordinari prodigi! – così come accade che un sogno mostri una figura (che nasca) da un’altra, per una trasformazione improvvisa.

Così ingrossò le membra, e tornò oscura
la faccia e vi sparìr gli avori e gli ostri;
crebbe in gigante altissimo, e si feo
con cento armate braccia un Briareo.

[vv. 85 – 88] Così Armida ingrossa il proprio corpo, e il suo viso diviene cupo e da esso scompaiono il candore e il rossore della carnagione (gli avori e gli ostri): ella diventa un altissimo gigante e si trasforma (si feo) in un Briareo dalle cento braccia armate (nella mitologia classica, Briareo era appunto un gigante dotato di cento braccia).

Ottava 36

Cinquanta spade impugna e con cinquanta
scudi risuona, e minacciando freme.
Ogn’altra ninfa ancor d’arme s’ammanta,
fatta un ciclope orrendo; ed ei non teme:

[vv. 89 – 92] Impugna cinquanta spade e fa risuonare cinquanta scudi, e freme di collera lanciando minacce. Anche tutte le altre ninfe si rivestono di armi, divenendo (fatta) orribili ciclopi; ma egli (Rinaldo) non ha paura:

raddoppia i colpi e la difesa pianta
che pur, come animata, a i colpi geme.
Sembran de l’aria i campi i campi stigi,
tanti appaion in lor mostri e prodigi.

[vv. 93 – 96] raddoppia i colpi contro il mirto ben difeso (dai mostri), che geme ai colpi come se fosse vivo. L’ambiente tutt’intorno sembra quello dell’Inferno, tanto numerosi sono i mostri e i prodigi che vi appaiono (letteralmente: “Gli spazi dell’aria sembrano gli spazi infernali, tanto numerosi sono i mostri e i prodigi che compaiono in essi”).

Ottava 37

Sopra il turbato ciel, sotto la terra tuona:
e fulmina quello, e trema questa;
vengono i venti e le procelle in guerra,
e gli soffiano al volto aspra tempesta.

[vv. 97 – 100] Al di sopra tuona il cielo sconvolto, al di sotto (rimbomba) la terra: il cielo lancia fulmini, la terra trema; sopraggiungono venti e nubifragi (procelle) per fargli guerra, e soffiano contro il volto di Rinaldo una violenta tempesta.

Ma pur mai colpo il cavalier non erra,
né per tanto furor punto s’arresta;
tronca la noce: è noce, e mirto parve.
Qui l’incanto fornì, sparìr le larve.

[vv. 101 – 104] Ciononostante il cavaliere non sbaglia mai un colpo, né smette di colpire per via della tempesta furiosa (tanto furor); taglia il noce: sembrava un mirto, ma è un noce. A questo punto l’incantesimo si esaurì (fornì) e scomparvero le apparizioni (larve).

Ottava 38

Tornò sereno il cielo e l’aura cheta,
tornò la selva al natural suo stato:
non d’incanti terribile né lieta,
piena d’orror ma de l’orror innato.

[vv. 105 – 108] Il cielo tornò sereno e l’aria (tornò) calma, il bosco tornò alle sue condizioni naturali: non più spaventoso o ridente a causa degli incantesimi, ancora pieno di inquietante oscurità (orror), ma solo di quella naturale (innato).

Ritenta il vincitor s’altro più vieta
ch’esser non possa il bosco omai troncato;
poscia sorride, e fra sé dice: “Oh vane
sembianze! e folle chi per voi rimane!”.

[vv. 109 – 112] Il vittorioso Rinaldo si accerta se qualcos’altro impedisca ancora al bosco di essere tagliato; poi sorride e dice fra sé: “Oh, ingannevoli immagini! E folle chi si ferma nella sua impresa (rimane) per causa vostra!”.

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