Parafrasi Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono


VOI CH’ASCOLTATE IN RIME SPARSE IL SUONO

PARAFRASI DEL TESTO

Il sonetto Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, in maniera conforme alla posizione “d’apertura” che ricopre all’interno del Canzoniere di Francesco Petrarca, svolge funzione di proemio, ossia introduce i lettori alla conoscenza delle tematiche e dei toni che caratterizzano le liriche della raccolta. Oltre a contenere le informazioni introduttive tipiche di ogni proemio (l’argomento del canto, il suo stile, il pubblico di destinazione), il sonetto offre al lettore precise indicazioni sul “distacco” con cui Petrarca vuole essere visto in relazione alla sua opera. Dunque l’autore presenta il libro come il documento di una fase interiore che appartiene al passato, e che ormai è conclusa e distante, e mette l’accento sul rammarico che ripensare a quella fase suscita dentro di lui. La forma, solenne e curatissima, riflette con coerenza l’importanza che il sonetto assume per la funzione esordiale.


Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

di quei sospiri ond’io nudriva ’l core

in sul mio primo giovenile errore

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

[vv. 1 – 4] Oh voi che ascoltate nella forma di poesie sparse, il suono di quei sospiri con i quali io alimentavo il mio cuore, ai tempi del mio smarrimento (amoroso) giovanile, quando ero in parte un uomo diverso da quel che sono oggi


del vario stile in ch’io piango et ragiono

fra le vane speranze e ’l van dolore,

ove sia chi per prova intenda amore,

spero trovar pietà, nonché perdono.

[vv. 5 – 8] io spero di trovare comprensione e perdono, dove ci sia qualcuno che comprenda cosa sia l’amore per averlo provato in prima persona, per la molteplicità dello stile in cui mi lamento e parlo, tra speranze vane e futile dolore.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto

favola fui gran tempo, onde sovente

di me medesmo meco mi vergogno;

[vv. 9 – 11] Ma ora mi accorgo bene di come per il popolo intero sono stato per lungo tempo motivo di riso, ragion per cui spesso dentro di me mi vergogno di me stesso.


et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,

e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno.

[vv. 12 – 14] Così il frutto del mio amore (il vaneggiar al v. 12) sono la  vergogna e il pentimento e la piena consapevolezza che ciò che piace al mondo è solo un breve sogno (il riferimento, di stampo penitenziale, è alla vanità delle cose terrene, tra cui l’amore).


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