Purgatorio, Canto XXI (21), parafrasi e commento


PURGATORIO

CANTO 21

Divina Commedia, Purgatorio XXI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

La sete natural che mai non sazia
se non con l’acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,

[vv. 1 – 3] Il naturale desiderio di sapere (La sete natural), che non si sazia mai, se non per mezzo di quell’acqua della quale (onde) l’umile donna samaritana chiese il dono (la grazia),

Versi 4 – 6

mi travagliava, e pungeami la fretta
per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.

[vv. 4 – 6] mi tormentava (mi travagliava), e la fretta mi spronava ad accelerare (pungeami) dietro alla mia guida lungo quel sentiero ingombro (ossia: “ingombro di anime stese a terra”), ed io provavo pena (condoleami) per la loro pur giusta punizione (vendetta).

Versi 7 – 9

Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
già surto fuor de la sepulcral buca,

[vv. 7 – 9] Quand’ecco che (Ed ecco), nella maniera in cui l’evangelista Luca scrive che Cristo, ormai risorto dal sepolcro (sepulcral buca), apparve ai due discepoli che erano in cammino (in via),

Versi 10 – 12

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

[vv. 10 – 12] allo stesso modo apparve a noi un’anima (ombra): essa procedeva dietro di noi, che eravamo concentrati nell’evitare di calpestare con i piedi la massa (la turba) delle anime che giacciono lì (che giace); e noi non ci accorgemmo (addemmo) di essa, bensì essa parlò per prima (ossia: “ed essa parlò prima che noi facessimo in tempo ad accorgerci della sua presenza”),

Versi 13 – 15

dicendo: “O frati miei, Dio vi dea pace”.
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.

[vv. 13 – 15] dicendo: “O fratelli miei, possa Dio darvi la pace”. Noi ci voltammo di scatto (sùbiti), e Virgilio ricambiò quell’anima con (rendéli) un cenno di saluto confacente alle sue parole (a ciò).

Versi 16 – 18

Poi cominciò: “Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio”.

[vv. 16 – 18] Quindi (Virgilio) iniziò a dire: “Possa l’infallibile tribunale divino (la verace corte), che confina me nell’eterno esilio del Limbo, porre te nella cerchia dei beati (beato concilio), nella pace eterna.

Versi 19 – 21

“Come!”, diss’elli, e parte andavam forte:
“se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ ha per la sua scala tanto scorte?”.

[vv. 19 – 21] “Come!”, disse l’anima, e frattanto avanzavamo velocemente: “Se voi siete anime che Dio non ritiene degne di stare su in cielo, chi vi ha guidate (scorte) così in alto su questa scala che conduce a lui? (la scala è ovviamente il monte “a gradoni” del Purgatorio).

Versi 22 – 24

E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

[vv. 22 – 24] E la mia guida (ossia: “E Virgilio rispose”): Se tu osservi attentamente (riguardi) i segni che costui reca sulla fronte e che vengono tracciati dall’angelo (ossia: “se guardi le P che gli angeli hanno vergato sulla sua fronte”), vedrai chiaramente che è previsto che egli dimori (convien ch’e’ regni) tra i beati (coi buon).

Versi 25 – 27

Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,

[vv. 25 – 27] Ma poiché colei che fila giorno e notte (ossia “Ma poiché la parca Lachesi”), non aveva ancora finito di filare per lui quello stame che Cloto mette (impone) sulla rocca (compila) per ciascun essere umano e che poi avvolge,

Versi 28 – 30

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.

[vv. 28 – 30] la sua anima, che è sorella (serocchia) tua e mia, nel recarsi quassù, non poteva giungervi senza una guida (sola), per il fatto che essa non vede (adocchia) nella maniera in cui vediamo noi (ossia: “in quanto la sua anima, essendo ancora unita al corpo, non possiede la stessa facoltà di comprendere l’ultraterreno che abbiamo noi anime defunte”).

Versi 31 – 33

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.

[vv. 31 – 33] Per questo motivo (Ond’io), io sono stato fatto uscire dall’ampia imboccatura dell’Inferno (ossia: “dal Limbo”), per dargli indicazioni, e gliene continuerò a dare, fin dove (quanto) lo potrà condurre (menar) il mio ammaestramento (mia scola).

Versi 34 – 36

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a’ suoi piè molli”.

[vv. 34 – 36] Ma dimmi, se tu lo sai, perché poc’anzi il monte ha prodotto quelle scosse (tai crolli), e perché ha dato l’impressione di cantare all’unisono (tutto ad una) fino alla sua base bagnata dal mare (infino a’ suoi piè molli)”.

Versi 37 – 39

Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.

[vv. 37 – 39] Col porre questa domanda, (Virgilio) interpretò così bene il mio desiderio (Sì mi dié … per la cruna del mio disio: “colse con tale precisione nel segno del mio desiderio”), che anche solo (pur) per la speranza di una risposta, la mia sete di sapere si fece meno assillante (men digiuna).

Versi 40 – 42

Quei cominciò: “Cosa non è che sanza
ordine senta la religïone
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

[vv. 40 – 42] L’anima cominciò: “Non c’è alcun fenomeno che sia fuori dall’ordine prestabilito (sanza ordine) o fuori dalla norma consueta (fuor d’usanza), che l’assetto sacro (la religione) del monte Purgatorio possa subire (senta).

Versi 43 – 45

Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d’altro, cagione.

[vv. 43 – 45] Questo luogo (qui) è esente da ogni perturbazione esterna (alterazione): di quanto avviene qui può essere causa (esser ci puote… cagione) solo ciò che è prodotto dal cielo e che ha effetto sul cielo (ossia: “ciò di cui il cielo è sia causa che oggetto”), e nient’altro (non d’altro).

Versi 46 – 48

Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve;

[vv. 46 – 48] Per questo motivo (Per che) più in alto (più sù) della breve scaletta di tre gradini (ossia: “più in alto quei tre gradini che segnano il confine inferiore del Purgatorio”), non cade pioggia, né grandine (grando), né neve, né rugiada, né brina;

Versi 49 – 51

nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade;

[vv. 49 – 51] non si vedono nubi, né dense (spesse), né rarefatte (rade), non si vede lampeggiare (coruscar), e neppure (si vede) Iride, la figlia di Taumante (ossia: “e neppure l’arcobaleno”), che sulla terra (di là) cambia spesso la zona del cielo in cui appare (cangia sovente contrade):

Versi 52 – 54

secco vapor non surge più avante
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.

[vv. 52 – 54] il vapore secco non sale mai oltre (non surge più avante) il più alto (sommo) dei tre gradini che ho menzionato (ch’io parlai), sul quale posa i piedi (le piante) l’angelo vicario di Pietro.

Versi 55 – 57

Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che ’n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai.

[vv. 55 – 57] Al di sotto dei tre gradini (più giù) possono verificarsi scosse deboli o forti; ma quassù, non so come, non ha mai tremato per effetto (per) del vento imprigionato nel sottosuolo (che n’terra si nasconda).

Versi 58 – 60

Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.

[vv. 58 – 60] Qui trema (Tremaci) quando qualche anima si sente purificata (monda) tanto da ascendere (surga) o da muoversi per salire; e al terremoto si accompagna (seconda) quel canto (ossia: “il canto del “Gloria” intonato dalle altre anime”).

Versi 61 – 63

De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l’alma sorprende, e di voler le giova.

[vv. 61 – 63] Dell’avvenuta purificazione (mondizia) fa da prova soltanto la volontà di salire (voler), la quale volontà, ormai completamente libera di cambiare compagnia (a mutar convento: “di cambiare la compagnia delle anime purganti con la compagnia delle anime beate”), colpisce improvvisamente (sorprende) l’anima (alma), e l’anima gioisce di questa volontà.

Versi 64 – 66

Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.

[vv. 64 – 66] Prima di ciò l’anima desidera ugualmente salire, ma non glielo permette (non lascia) quel desiderio istintivo (talento) di espiazione – pari al precedente desiderio di peccare – che la divina giustizia infonde nell’anima, contrastandone la normale volontà (contra voglia).

Versi 67 – 69

E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent’anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:

[vv. 67 – 69] E io, che (per espiare i miei peccati) ho giaciuto per oltre cinquecento anni scontando la pena che si sconta su questa cornice (a questa doglia), solamente adesso (pur mo) ho sentito libera la mia volontà di un luogo migliore (ossia: “ho poc’anzi sentito che il mio desiderio di passare in Paradiso era finalmente libero di realizzarsi”):

Versi 70 – 72

però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii”.

[vv. 70 – 72] per questo motivo (ossia: “a seguito di questo evento”) hai sentito il terremoto, e (hai sentito) le anime pie rendere lode per tutto il monte a quel Signore che mi auguro voglia presto (tosto) farle salire nel Paradiso ()”.

Versi 73 – 75

Così ne disse; e però ch’el si gode
tanto del ber quant’è grande la sete,
non saprei dir quant’el mi fece prode.

[vv. 73 – 75] L’anima ci parlò in questa maniera; e poiché più è grande la sete, e più si prova piacere nel bere, non saprei dire quanto mi rese felice (mi fece prode).

Versi 76 – 78

E ’l savio duca: “Omai veggio la rete
che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.

[vv. 76 – 78] Allora la mia saggia guida (ossia: “Allora Virgilio disse”): “Ormai comprendo (veggio) il tipo di impedimento (rete) che vi trattiene qui e come ci si libera da esso (si scalappia), e perché qui trema (ci trema), e di che cosa gioite all’unisono (congaudete).

Versi 79 – 81

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
qui se’, ne le parole tue mi cappia”.

[vv. 79 – 81] Ora ti piaccia farmi sapere (piacciati ch’io sappia) chi fosti (in vita), e fa’ che, grazie alle tue parole, io possa capire (ne le parole tue mi cappia) perché hai dovuto giacere tanti secoli in questa cornice”.

Versi 82 – 84

“Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto,

[vv. 82 – 84] (Risponde l’anima di Stazio:) “All’epoca in cui il giusto Tito, con l’aiuto del sommo re (ossia: “con l’aiuto di Dio”), vendicò le ferite (le fóra) inflitte a Cristo, dalle quali (ond’) sgorgò il sangue venduto da (per) Giuda,

Versi 85 – 88

col nome che più dura e più onora
era io di là”, rispuose quello spirto,
“famoso assai, ma non con fede ancora.

[vv. 85 – 88] io vivevo nel mondo terreno col titolo che sulla terra gode di maggior durata e onore (ossia: “col titolo di poeta”) – rispose quell’anima – abbastanza famoso, e tuttavia ancora privo della vera fede (ossia: “e tuttavia non cristiano”).

Versi 89 – 90

Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.

[vv. 89 – 90] Il mio canto (vocale spirto) fu così dolce che, sebbene fossi di Tolosa, Roma mi chiamò (trasse) a sé, dove mi guadagnai (mertai) di cingere (ornar) le mie tempie con la corona di mirto.

Versi 91 – 93

Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.

[vv. 91 – 93] I vivi del mondo terreno mi chiamano ancora oggi “Stazio”: cantai le vicende di Tebe, e poi quelle del grande Achille: ma morii durante il cammino, mentre portavo il secondo peso (ossia: “ma morii mentre lavoravo alla seconda opera, l’Achilleide”)

Versi 94 – 96

Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;

[vv. 94 – 96] Alla mia ispirazione (Al mio ardor) fornirono alimento (fuor seme) le scintille (faville), che mi scaldarono, di quella fiamma divina dalla quale sono stati infiammati infiniti altri poeti (più di mille):

Versi 97 – 99

de l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’essa non fermai peso di dramma.

[vv. 97 – 99] intendo dire (dico) la fiamma dell’Eneide, la quale, nella mia attività di poeta, fu per me una madre e una nutrice: senza di essa non sarei riuscito a concludere (fermai) nulla di un qualche valore (peso di dramma).

Versi 100 – 102

E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando”.

[vv. 100 – 102] Ed acconsentirei (assentirei) a ritardare di un anno rispetto al dovuto (un sole più che non deggio) la mia uscita da questo esilio (ossia: “la mia uscita dal Purgatorio”) in cambio dell’opportunità di essere vissuto nel mondo terreno all’epoca di Virgilio”.

Versi 103 – 105

Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ’Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole;

[vv. 103 – 105] Queste parole fecero volgere (Volser) verso di me Virgilio con un volto che, pur senza parlare (tacendo), diceva: “Taci”; ma la forza della volontà (la virtù che vuole) non può tutto,

Versi 106 – 108

ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.

[vv. 106 – 108] perché il riso e il pianto seguono con una tale spontaneità (son tanto seguaci) le emozioni da cui il riso e il pianto derivano (ossia: “la gioia e il dolore”), che essi, nelle persone più spontanee (ne’ più veraci) obbediscono ancora meno al freno della volontà (men seguon voler).

Versi 109 – 111

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;

[vv. 109 – 111] Per cui io, nonostante lo sguardo di Virgilio (pur), sorrisi alla maniera di chi ammicca; cosicché l’anima tacque, e mi fissò (riguardommi) negli occhi, nei quali lo stato d’animo si riflette maggiormente (ossia: “nei quali meglio si legge ciò che un uomo sta pensando”)

Versi 112 – 114

e “Se tanto labore in bene assommi”,
disse, “perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?”.

[vv. 112 – 114] e disse: “Possa tu coronare con la beatitudine questa grande tua fatica (ossia: “la grande fatica del tuo arduo viaggio”), perché qualche istante fa (testeso) il tuo volto ha lasciato che vedessi il balenare di un sorriso?

Versi 115 – 117

Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso

[vv. 115 – 117] A questo punto (Or) io resto intrappolato tra due volontà contrarie: una mi fa tacere, l’altra mi scongiura di parlare (ch’io dica); per cui sospiro, e vengo compreso

Versi 118 – 120

dal mio maestro, e “Non aver paura”,
mi dice, “di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura”.

[vv. 118 – 120] dal mio maestro (ossia: “da Virgilio”), che mi dice: “Non aver paura di parlare; ma parla e digli ciò che egli chiede con tanto interesse (cura)”.

Versi 121 – 123

Ond’io: “Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

[vv. 121 – 123] Per cui io dissi: “Forse, o anima antica, tu ti stupisci del sorriso che ho fatto (del rider ch’io fei); ma voglio (vo’) che tu sia colto (ti pigli) da una meraviglia ancor maggiore (più d’ammirazion).

Versi 124 – 126

Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

[vv. 124 – 126] Costui che guida i miei occhi verso l’alto, è quel Virgilio dal quale prendesti (togliesti) il vigore (forte) per scrivere degli uomini e degli dèi.

Versi 127 – 129

Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti”.

[vv. 127 – 129] Se hai creduto che la ragione (cagion) del mio sorriso fosse un’altra, dimenticala in quanto falsa (lasciala per non vera), e credi piuttosto che essa fu (ossia: “e credi che a farmi sorridere furono”) quelle parole che dicesti di lui”.

Versi 130 – 132

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: “Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi”.

[vv. 130 – 132] Stazio aveva già cominciato ad inchinarsi per abbracciare i piedi al mio maestro (ossia: “a Virgilio”), ma costui gli disse: “O fratello, non lo fare, perché tu sei un’ombra, e quella che hai davanti a te è solo un’altra ombra (ossia: “e anch’io sono solo un’ombra”)”.

Versi 133 – 135

Ed ei surgendo: “Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’io dismento nostra vanitate,

[vv. 133 – 135] Allora egli (ossia: “Allora Stazio”) tornando in piedi (disse): “Adesso riesci a capire la mole (la quantitate) dell’amore che m’infiamma nei tuoi confronti, se io dimentico (dismento) la nostra inconsistenza (vanitate),

Verso 136

trattando l’ombre come cosa salda”.

[v. 136] trattando delle anime come se fossero corpi dotati di consistenza materiale (cosa salda)”.

Appunti Correlati: