Purgatorio, Canto XXIII (23), parafrasi e commento


PURGATORIO

CANTO 23

Divina Commedia, Purgatorio XXIII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,

[vv. 1 – 3] Mentre io mi sforzavo di spingere il mio sguardo (li occhi… ficcava) tra le verdi fronde dell’albero, come è solito (suole) fare chi perde il proprio tempo (sua vita) dietro agli uccellini (ossia: “alla maniera dei cacciatori”),

Versi 4 – 6

lo più che padre mi dicea: “Figliuole,
vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole”.

[vv. 4 – 6] colui che rappresentava per me più di un padre (ossia: “Virgilio”) mi diceva: Figliolo, ora vieni via di lì (vienne), perché bisogna (si vuole) impiegare (compartir) in modo più proficuo il tempo che ci è stato concesso (imposto).

Versi 7 – 9

Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo.

[vv. 7 – 9] Io rivolsi il mio sguardo (viso), e non meno velocemente (non men tosto) anche il mio passo, dietro ai due saggi (ossia: “dietro a Virgilio e a Stazio”), i quali parlavano in maniera tale (ossia: “i quali intrattenevano tra loro discorsi così interessanti”) da rendere (che … facean) il mio cammino (l’andar) di alcun peso (di nullo costo).

Versi 10 – 12

Ed ecco piangere e cantar s’udìe
’Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.

[vv. 10 – 12] Quand’ecco che si sentì cantare con tono di pianto: “Labïa mëa, Domine”, in un modo tale che provocò (parturìe) allo stesso tempo gioia (diletto) e dolore (doglia).

Versi 13 – 15

“O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?”,
comincia’ io; ed elli: “Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo”.

[vv. 13 – 15] Io allora presi la parola (comincia’): “Dolce padre (rivolto a Virgilio), che cos’è ciò che sento?”; ed egli (rispose): “Probabilmente si tratta di anime che stanno sciogliendo (solvendo) il vincolo (nodo)
del proprio debito (ossia: “si tratta di anime che espiano il loro peccato”)”.

Versi 16 – 18

Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,

[vv. 16 – 18] Così come fanno i pellegrini assorti nei loro pensieri (pensosi), allorquando, lungo il cammino (per cammin), raggiungono delle persone sconosciute, e le guardano senza fermarsi (non restanno),

Versi 19 – 21

così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota.

[vv. 19 – 21] alla stessa maniera un gruppo (turba) di anime, avanzando alle nostre spalle a velocità maggiore della nostra (più tosto mota), e superandoci, ci osservava (ci ammirava) silenzioso (tacita) e assorto nella preghiera (devota).

Versi 22 – 24

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava.

[vv. 22 – 24] Ciascuna di quelle anime era livida e incavata negli occhi, pallida in volto, e tanto magra che la pelle prendeva la forma delle ossa che c’erano sotto.

Versi 25 – 27

Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.

[vv. 25 – 27] Credo che neppure Erisittone fosse divenuto altrettanto magro (fatto secco), fin proprio all’ultimo strato di pelle (a buccia strema), a causa del digiuno (per digiunar), quando più ebbe timore di esso (ossia: “quando il digiuno lo portò al punto di temere per la propria vita”).

Versi 28 – 30

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’.

[vv. 28 – 30] Io, pensando, dicevo tra me e me: “Così dovevano apparire quegli Ebrei (la gente) che persero Gerusalemme (ossia: “Così dovevano apparire gli Ebrei durante l’assedio di Gerusalemme del 70 d.C.”), quando Maria d’Eleazaro giunse ad affondare i propri denti (dié di becco) nella carne del proprio figlioletto!”

Versi 31 – 33

Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.

[vv. 31 – 33] Le (loro) occhiaie sembravano castoni di anelli privati della gemma: chi legge nel volto umano la parola ‘OMO’, su quei volti (quivi) avrebbe distinto (avria … conosciuta) molto chiaramente la lettera “emme”.

Versi 34 – 36

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?

[vv. 34 – 36] Chi mai potrebbe credere, senza sapere (non sappiendo) in che modo ciò avvenga (como), che a ridurre quelle anime in un simile stato (sì governasse) fossero, col suscitare (in esse) un intenso desiderio di mangiare e di bere (brama), il profumo di un frutto (pomo) e quello di un’acqua?

Versi 37 – 39

Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,

[vv. 37 – 39] Ero ormai intento a chiedermi con meraviglia che cosa le affamasse in quella maniera, dato che ancora non mi era nota (manifesta) la causa della loro magrezza e della loro brutta pelle ridotta a squame (per via della disidratazione),

Versi 40 – 42

ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?”.

[vv. 40 – 42] quand’ecco che dalle profondità della sua testa (ossia: “dagli incavi delle sue occhiaie”), un’anima rivolse gli occhi verso di me e mi guardò fisso (fiso); poi gridò sonoramente: “Quale grazia è mai questa per me?”.

Versi 43 – 45

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.

[vv. 43 – 45] Io non l’avrei mai riconosciuta semplicemente guardandola (al viso); tuttavia nella sua voce mi si rivelò (mi fu palese) ciò che l’aspetto esteriore aveva nascosto (ossia: “mi si rivelò l’identità di quell’anima, altrimenti celata dal suo aspetto emaciato”).

Versi 46 – 48

Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.

[vv. 46 – 48] Questa scintilla (ossia: “Il suono della voce, come una scintilla”) ravvivò pienamente in me (tutta mi raccese) la memoria di quel volto tanto trasformato (cangiata labbia), e così io riconobbi la faccia di Forese:

Versi 49 – 51

“Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora”, pregava, “la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;

[vv. 49 – 51] Egli (mi) esortava: “Non badare (non contendere) alle squame disseccate (l’asciutta scabbia) che scoloriscono la mia pelle, né alla mia mancanza di carne (ossia: “né alla mia magrezza”),

Versi 52 – 54

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!”.

[vv. 52 – 54] ma dimmi piuttosto la verità su di te, e dimmi chi sono le due anime che ti accompagnano (fanno scorta): non restare senza parlarmi (che tu non mi favelle)!”.

Versi 55 – 57

“La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia”,
rispuos’io lui, “veggendola sì torta.

[vv. 55 – 57] Ed io gli risposi: “Il tuo volto, che io già piansi (lagrimai) quando tu moristi, mi causa adesso (mo) un dolore (doglia) non meno intenso, tale da farmi piangere ora che lo rivedo (veggendola) così sfigurato (torta).

Versi 58 – 60

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia”.

[vv. 58 – 60] Perciò, in nome di Dio, dimmi che cosa vi consuma (sfoglia) a tal punto (); non farmi parlare mentre sono così sbalordito, perché riesce difficilmente a parlare chi è pieno di un diverso desiderio (voglia).

Versi 61 – 63

Ed elli a me: “De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.

[vv. 61 – 63] Ed egli a me: “Per volere divino (De l’etterno consiglio) nell’acqua e nella pianta che abbiamo lasciato alle nostre spalle scende un potere in virtù del quale io (ond’io) dimagrisco (m’assottiglio) in questo modo.

Versi 64 – 66

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.

[vv. 64 – 66] Tutte queste anime che cantano e piangono per aver assecondato (per seguitar) la gola oltre il lecito (oltra misura), qui si purificano soffrendo la fame e la sete.

Versi 67 – 69

Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.

[vv. 67 – 69] Alimenta dentro di noi il desiderio di bere e di mangiare, il profumo che emana dal frutto (pomo) di quell’albero e dal fiotto d’acqua (sprazzo) che si spande (si distende) sulle sue fronde verdi (verdura).

Versi 70 – 72

E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,

[vv. 70 – 72] E mentre giriamo lungo questa cornice (questo spazzo girando) la nostra pena si rinnova (si rinfresca) più di una volta (letteralmente: “non solamente una volta”, vale a dire: “e mentre percorriamo la cornice noi incontriamo altri alberi che alimentano la nostra fame e la nostra sete”): io dico “pena”, ma dovrei dire “gioia”,

Versi 73 – 75

ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ’Elì’,
quando ne liberò con la sua vena”.

[vv. 73 – 75] poiché guida (mena) noi verso gli alberi quella stessa volontà (voglia) che spinse Cristo a dire lietamente (lieto) sulla croce: “Dio mio” (‘Elì’), quando, col proprio sangue (con la sua vena), ci riscattò dal peccato”.

Versi 76 – 78

E io a lui: “Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.

[vv. 76 – 78] Allora io gli dissi: “Forese, dal giorno in cui passasti all’altro mondo ad oggi (infino a qui) non sono trascorsi (vòlti) neppure cinque anni.

Versi 79 – 81

Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,

[vv. 79 – 81] Se in te la possibilità (possa) di continuare a peccare venne meno prima che sopraggiungesse l’ora di quel sano pentimento (buon dolor) che ci riconcilia (rimarita) con Dio (ossia: “se tu non ti pentisti che in punto di morte”),

Versi 82 – 84

come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora”.

[vv. 82 – 84] com’è possibile che tu sia già arrivato quassù? Io credevo di trovarti alle pendici del monte, dove con il tempo si ripaga (si ristora) il tempo (ossia: “Io credevo di trovarti nell’Antipurgatorio, dove il tempo trascorso nel peccato si sconta con un equivalente tempo di attesa”)”.

Versi 85 – 88

Ond’elli a me: “Sì tosto m’ ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.

[vv. 85 – 88] Allora egli mi rispose: “Mi ha condotto così presto (Sì tosto) a bere il dolce assenzio (assenzo) dell’espiazione (d’i martìri) mia moglie Nella col suo pianto dirotto.

Versi 89 – 90

Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ ha de li altri giri.

[vv. 89 – 90] Per mezzo delle sue preghiere devote e dei suoi sospiri, ella mi ha fatto uscire dal quel pendio sul quale si attende (ossia: “mi ha fatto uscire dall’Antipurgatorio”), e mi ha liberato dalla sosta sulle altre cornici (li altri giri).

Versi 91 – 93

Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;

[vv. 91 – 93] La mia buona vedovella, che io ho amato intensamente, è cara e diletta a Dio tanto più quanto più ella è sola nel comportarsi bene,

Versi 94 – 96

ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.

[vv. 94 – 96] perché la Barbagia di Sardegna è molto più decorosa, in fatto di comportamento delle sue donne, di quanto non sia la Barbagia dove ho lasciato lei allorché sono morto (ossia: “di quanto non sia Firenze, dove ella vive da vedova”).

Versi 97 – 99

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,

[vv. 97 – 99] O amato (dolce) fratello, cos’altro vuoi che ti dica? Davanti alla mia mente (nel cospetto) c’è già un tempo futuro, rispetto a cui l’ora presente non è molto lontana (non sarà… molto antica),

Versi 100 – 102

nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.

[vv. 100 – 102] nella quale epoca, alle sfacciate donne di Firenze verrà solennemente proibito dal pulpito (pergamo) di andare in giro mostrando il petto con il seno scoperto.

Versi 103 – 105

Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?

[vv. 103 – 105] Quali donne barbare ci furono (fuor) mai, quali donne saracene, per le quali si rendessero necessarie (cui bisognasse), al fine di farle andare (ir) coperte, sanzioni (discipline) spirituali (spiritali) o di altro genere (altre)?

Versi 106 – 108

Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;

[vv. 106 – 108] Ma se quelle svergognate sapessero con certezza (fosser certe) ciò che il Cielo prepara (ammanna) per loro entro tempi brevi (veloce), avrebbero (avrian) già la bocche spalancate per gridare (di paura);

Versi 109 – 111

ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.

[vv. 109 – 111] perché, se la mia preveggenza (l’antiveder) qui non m’inganna, esse saranno colpite dalla sciagura (letteralmente: “saranno infelici”) prima di quanto impieghi a mettere la barba (impeli) sulle guance un bambino che oggi (mo) si consola con la ninna nanna.

Versi 112 – 114

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli”.

[vv. 112 – 114] Ma ora, fratello, non nascondermi più la tua condizione! Guarda come non solamente (non pur) io, ma tutte queste anime, osservano stupite il punto in cui tu proietti la tua ombra.

Versi 115 – 117

Per ch’io a lui: “Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.

[vv. 115 – 117] Perciò io gli risposi: “Se richiami (riduci) alla memoria (a mente) il genere di vita (ossia: “la vita dissoluta”) che tu hai condotto insieme a me e che io ho condotto insieme a te, il ricordarla adesso (il memorar presente) sarà (fia) ancora spiacevole (grave).

Versi 118 – 120

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui”,

[vv. 118 – 120] Da quella vita mi trascinò via (mi volse) costui che cammina davanti a me (ossia: “Virgilio, qui simbolo della ragione”), l’altro ieri, quando a voi si mostrò perfettamente circolare (ossia: “piena”) la sorella di quello là”

Versi 121 – 123

e ’l sol mostrai; “costui per la profonda
notte menato m’ ha d’i veri morti
con questa vera carne che ’l seconda.

[vv. 121 – 123] ed indicai il sole, “costui ha guidato (menato) me, con questo corpo in carne e ossa (vera carne) che lo segue (seconda), attraverso l’oscurità (notte) profonda del regno delle anime dannate (veri morti).

Versi 124 – 126

Indi m’ han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ’l mondo fece torti.

[vv. 124 – 126] Da quel luogo (Indi) i suoi incoraggiamenti (conforti) mi hanno sostenuto, aiutandomi a salire, girando cornice dopo cornice (rigirando), intorno a questo monte che raddrizza voi che il mondo terreno rese sbagliati (fece torti).

Versi 127 – 129

Tanto dice di farmi sua compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.

[vv. 127 – 129] Ed egli dice che mi offrirà la sua guida (di farmi sua compagna) fino a che (Tanto… che) non sarò giunto nel luogo in cui (là dove) ci sarà (fia) Beatrice: in quel luogo (quivi) è previsto (convien) che io resti (rimagna) senza di lui.

Versi 130 – 132

Virgilio è questi che così mi dice”,
e addita’ lo; “e quest’altro è quell’ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice

[vv. 130 – 132] Colui che mi dice queste cose, è Virgilio – e lo indicai – e quest’altro (riferendosi a Stazio) è l’anima a causa della quale, poco fa (dianzi),

Verso 133

lo vostro regno, che da sé lo sgombra”.

[v. 133] il vostro regno (ossia: “il Purgatorio”), che ormai lo lascia uscire da sé, ha scosso le sue pendici.

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