Purgatorio, Canto XXIV (24), parafrasi e commento


PURGATORIO

CANTO 24

Divina Commedia, Purgatorio XXIV

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;

[vv. 1 – 3] La conversazione non rallentava il cammino, né il cammino rallentava la conversazione, viceversa, mentre discorrevamo, camminavamo velocemente come una nave sospinta da un vento favorevole,

Versi 4 – 6

e l’ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.

[vv. 4 – 6] e le anime, che sembravano creature morte due volte (ossia: “che, a causa dell’aspetto scheletrico, sembravano più che morte”), si meravigliavano di me (guardandomi) attraverso i loro occhi infossati, poiché si erano rese conto del fatto che ero ancora vivo.

Versi 7 – 9

E io, continüando al mio sermone,
dissi: “Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.

[vv. 7 – 9] Ed io, proseguendo il mio discorso (ossia: “continuando a parlare con Forese Donati”), dissi: “Essa (ossia: “l’anima di Stazio”) forse sale più lentamente di quanto non farebbe, per via dell’altra anima che è insieme a lei (ossia: “per via della presenza di Virgilio, con il quale ha desiderio di conversare”).

Versi 10 – 12

Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda;
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda”.

[vv. 10 – 12] Ma dimmi, se lo sai, dove si trova Piccarda; e dimmi se vedo qualche persona che sia degna di essere notata tra questa folla di anime che mi fissano così intensamente”.

Versi 13 – 15

“La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona”.

[vv. 13 – 15] “Mia sorella, che io non saprei dire se fosse dotata maggiormente di bellezza o di bontà d’animo, trionfa nell’alto dei cieli, felice della propria corona di anima beata”.

Versi 16 – 18

Sì disse prima; e poi: “Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.

[vv. 16 – 18] Per prima cosa (Forese) disse così; poi aggiunse: “Qui dove ci troviamo, non è fuori luogo (non si vieta è una litote) indicare i nomi di tutti, dato che il nostro aspetto è così smunto a causa del digiuno (ossia: “dato che la nostra magrezza ci rende tutti irriconoscibili”).

Versi 19 – 21

Questi”, e mostrò col dito, “è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta

[vv. 19 – 21] Costui – e fece cenno con il dito – è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca; e quel volto che si trova alle sue spalle, più scheletrito degli altri,

Versi 22 – 24

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia”.

[vv. 22 – 24] tenne tra le sue mani la Santa Chiesa (ossia: “fu un papa”): fu originario di Tours ed ora, con il digiuno, sconta le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia (ossia: “ed ora, con il digiuno, sconta i cibi prelibati di cui fu ghiotto”).

Versi 25 – 27

Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch’io però non vidi un atto bruno.

[vv. 25 – 27] (Forese) mi indicò per nome numerose altre anime, una per una; e tutte loro sembravano contente di essere nominate, cosicché io non vidi un solo gesto di disappunto.

Versi 28 – 30

Vidi per fame a vòto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.

[vv. 28 – 30] Io vidi masticare a vuoto, sotto l’assillo della fame, Ubaldino della Pila e quel Bonifacio che con il pastorale (da vescovo) governò una vasta popolazione.

Versi 31 – 33

Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.

[vv. 31 – 33] Vidi messer Marchese, il quale, in quel di Forlì, ebbe agio di bere spinto da una sete ben minore (sottinteso: “di quella che patisce qui nel Purgatorio”), e, ciononostante, fu così ingordo da non essere mai sazio.

Versi 34 – 36

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.

[vv. 34 – 36] Ma, come fa colui che prima guarda vari oggetti, e poi ne sceglie uno piuttosto che un altro, alla stessa maniera mi comportai io nei confronti del lucchese (ossia: “nei confronti del poeta Bonagiunta Orbicciani da Lucca”), che sembrava desiderare più di altri informazioni sul mio conto.

Versi 37 – 39

El mormorava; e non so che “Gentucca”
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.

[vv. 37 – 39] Egli bisbigliava tra sé e sé, ed io, laddove egli pativa il tormento della giustizia divina che li consuma in quella maniera (ossia: “ed io, sulla sua bocca”) udii una parola come “Gentucca”.

Versi 40 – 42

“O anima”, diss’io, “che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga”.

[vv. 40 – 42] Io dissi “O anima che sembri così desiderosa di parlare con me, fa’ in maniera che io possa sentire ciò che dici e, con il tuo parlare, soddisfa sia me che te”.

Versi 43 – 45

“Femmina è nata, e non porta ancor benda”,
cominciò el, “che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.

[vv. 43 – 45] (Risponde Bonagiunta Orbicciani:) “È nata una donna, ed ancora non indossa la benda (ossia: “e in questo momento non è che fanciulla”), che ti renderà gradita la mia città, sebbene essa sia oggetto di biasimo.

Versi 46 – 48

Tu te n’andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.

[vv. 46 – 48] Tu andrai via di qui con questa profezia: se hai compreso in maniera erronea le parole che ho bisbigliato, te lo dimostreranno gli eventi allorché accadranno.

Versi 49 – 51

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
’Donne ch’avete intelletto d’amore’ “.

[vv. 49 – 51] Ma dimmi piuttosto se quello che ho davanti a me è colui che inventò un modo tutto nuovo di fare poesia, allorché compose il testo che comincia (con il verso) Donne ch’avete intelletto d’amore”.

Versi 52 – 54

E io a lui: “I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando”.

[vv. 52 – 54] Ed io gli risposi: Io sono semplicemente uno che, quando l’Amore mi parla nel cuore (spira), prendo nota, e poi mi sforzo di esprimere con le parole ciò che egli mi detta, nel modo in cui egli lo detta”.

Versi 55 – 57

“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!

[vv. 55 – 57] “Fratello mio, adesso vedo chiaramente l’ostacolo (il nodo) che trattenne Jacopo da Lentini (‘l Notaro), Guittone d’Arezzo e me, fuori da quel dolce nuovo stile che sento (ossia: “che sento nelle poesie di voi poeti stilnovisti”)!

Versi 58 – 60

Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;

[vv. 58 – 60] Ora vedo chiaramente come le vostre penne seguano con esattezza il dettatore (ossia: “Amore”), cosa che, nel caso delle nostre penne, certamente non accadde.

Versi 61 – 63

e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo”;
e, quasi contentato, si tacette.

[vv. 61 – 63] E chiunque si mettesse ad indagare in maniera più approfondita, non troverebbe alcuna differenza ulteriore tra uno stile e l’altro (ossia: “tra il dolce stil novo e le maniere poetiche precedenti”)”; e a quel punto tacque, come soddisfatto.

Versi 64 – 66

Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,

[vv. 64 – 66] E così come gli uccelli che trascorrono l’inverno sulle sponde del Nilo (ossia: “come le gru”), in alcuni periodi formano dei gruppi nel cielo, e poi volano via a tutta velocità e in fila,

Versi 67 – 69

così tutta la gente che lì era,
volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.

[vv. 67 – 69] alla stessa maniera tutte quelle anime che si trovavano lì volsero altrove lo sguardo e affrettarono il loro passo, rese rapide sia dalla loro magrezza, sia dall’intensità della loro volontà.

Versi 70 – 72

E come l’uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso,

[vv. 70 – 72] E così come l’uomo che si è stancato di correre lascia che i compagni vadano avanti e si mette a camminare più lentamente fino a che il respiro affannoso nel suo petto non si placa,

Versi 73 – 75

sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: “Quando fia ch’io ti riveggia?”.

[vv. 73 – 75] allo stesso modo Forese lasciò che il gruppo delle anime lo superasse, ed egli camminò dietro a loro insieme a me, dicendo: “Quando accadrà che io ti veda di nuovo?”.

Versi 76 – 78

“Non so”, rispuos’io lui, “quant’io mi viva;
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva;

[vv. 76 – 78] Non so – gli risposi io – per quanto tempo vivrò ancora; ma il mio ritorno in questo luogo non sarà tanto immediato che io non sia prima, con il desiderio, alla riva (ossia: “ma, nei miei desideri, io vorrei trovarmi già subito alla riva del Tevere, da dove si imbarcano le anime defunte dirette in Purgatorio”),

Versi 79 – 81

però che ’l loco u’ fui a viver posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto”.

[vv. 79 – 81] dato che il luogo in cui sono stato posto a vivere (ossia: “dato che Firenze”) si spoglia di virtù ogni giorno di più, ed appare indirizzato verso un’infelice rovina”.

Versi 82 – 84

“Or va”, diss’el; “che quei che più n’ ha colpa,
vegg’ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.

[vv. 82 – 84] “Ora va’ – disse lui – perché colui che è maggiormente colpevole di ciò (Forese si sta riferendo al proprio fratello Corso, leader di parte nera), lo vedo trascinato come se fosse attaccato alla coda di una bestia, verso la voragine nella quale non ci si libera mai dalla pena (ossia: “verso l’Inferno”).

Versi 85 – 88

La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.

[vv. 85 – 88] (sottinteso: “Nella mia visione”) La bestia procede ad ogni passo più velocemente, accelerando in continuazione, ed infine gli sferra un colpo e ne lascia il corpo miseramente straziato.

Versi 89 – 90

Non hanno molto a volger quelle ruote”,
e drizzò li occhi al ciel, “che ti fia chiaro
ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.

[vv. 89 – 90] Non sarà necessario che le sfere celesti girino ancora per molto tempo – e sollevò gli occhi verso il cielo – prima che ciò che le mie parole non possono rivelare in maniera più circostanziata ti sia chiaro (ossia: “non passeranno molti anni e vedrai tu stesso con i tuoi occhi ciò che ho appena profetizzato”).

Versi 91 – 93

Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro”.

[vv. 91 – 93] Adesso resta pure indietro, perché il tempo in questo regno (ossia: “nel Purgatorio”) è prezioso, ed io, camminando in questa maniera di pari passo con te, commetto un spreco troppo grave”.

Versi 94 – 96

Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,

[vv. 94 – 96] E come talvolta un cavaliere esce al galoppo dalla schiera che muove a cavallo contro il nemico, e avanza per farsi onore nel primo scontro,

Versi 97 – 99

tal si partì da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.

[vv. 97 – 99] alla stessa maniera (Forese) si allontanò da noi, con passi più lunghi dei nostri; ed io rimasi a camminare con i due che nel mondo terreno furono condottieri tanto grandi (Virgilio e Stazio, “condottieri” nel senso di “guide morali”).

Versi 100 – 102

E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,

[vv. 100 – 102] E quando egli (Forese) si fu inoltrato davanti a noi tanto che i miei occhi lo riuscivano a seguire così come la mia mente riusciva a seguire le sue parole (ossia: “a fatica”, “con difficoltà”),

Versi 103 – 105

parvermi i rami gravidi e vivaci
d’un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.

[vv. 103 – 105] mi apparvero i rami carichi e vividi di colori di un altro albero (“pomo” per metonimia), e non molto lontani, perché mi ero volto in quella direzione soltanto allora (ossia: “e dopo aver a lungo camminato guardando Forese allontanarsi, mi voltai e vidi i rami di un altro albero che erano già molto vicini a me”).

Versi 106 – 108

Vidi gente sott’esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani

[vv. 106 – 108] Sotto di esso (ossia: “Sotto quell’albero”) vidi delle anime che sollevavano le proprie mani, e gridavano parole che non compresi (non so che) nella direzione delle fronde, come fossero fanciulletti affamati e inutilmente desiderosi

Versi 109 – 111

che pregano, e ’l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.

[vv. 109 – 111] che pregano, mentre colui che viene pregato non risponde loro, ed anzi, affinché il loro desiderio si faccia più acuto, solleva più in alto l’oggetto del loro desiderio e lo esibisce anziché nasconderlo.

Versi 112 – 114

Poi si partì sì come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

[vv. 112 – 114] Quindi quelle anime si allontanarono come disingannate; e noi in breve giungemmo presso il grande albero che delude tante suppliche e tante lacrime.

Versi 115 – 117

“Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso”.

[vv. 115 – 117] “Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto c’è l’albero che (ossia: “il cui frutto”) venne morso da Eva e questo albero deriva da quello”.

Versi 118 – 120

Sì tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.

[vv. 118 – 120] Qualcuno (non so chi) tra le frasche diceva così; per cui Virgilio, Stazio ed io, stringendoci tra noi, oltrepassavamo l’albero mantenendoci sul margine del sentiero dal quale si innalzava la parete della montagna (dal lato che si leva).

Versi 121 – 123

“Ricordivi”, dicea, “d’i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co’ doppi petti;

[vv. 121 – 123] “Ricordatevi” diceva (quel qualcuno) “di quei maledetti che vennero generati all’interno delle nuvole (ossia: “Ricordatevi dei centauri”), i quali, sazi (sottinteso: “di vino”), combatterono contro Teseo con i loro duplici petti (ossia: “con i loro petti di uomo e di cavallo”),

Versi 124 – 126

e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madïan discese i colli”.

[vv. 124 – 126] e ricordatevi degli Ebrei che si mostrarono inclini al bere, cosicché Gedeone non li volle come compagni quando discese i colli verso l’esercito di Madian”.

Versi 127 – 129

Sì accostati a l’un d’i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.

[vv. 127 – 129] Così, accostandoci ad uno dei due margini (del sentiero), noi passammo oltre, udendo storie di peccati di gola ai quali fecero seguito ben tristi ricompense (ossia: “udendo storie di peccati di gola severamente puniti”)

Versi 130 – 132

Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.

[vv. 130 – 132] Poi, distanziatici di nuovo, per via del cammino sgombero, avanzammo per mille passi e più, ed intanto ciascuno di noi rifletteva in silenzio.

Versi 133 – 135

“Che andate pensando sì voi sol tre?”,
sùbita voce disse; ond’io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.

[vv. 133 – 135] “Che cosa andate pensando così soli voi tre?” disse una voce improvvisa; per cui io mi riscossi di soprassalto come fanno gli animali che vengono spaventati mentre riposano.

Versi 136 – 138

Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,

[vv. 136 – 138] Sollevai il capo per vedere di chi si trattasse: mai si poterono vedere in una fornace vetri o metalli fusi altrettanto lucenti e di color rosso vivo,

Versi 139 – 141

com’io vidi un che dicea: “S’a voi piace
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace”.

[vv. 139 – 141] quanto (lucente e rossa) io vidi una figura che diceva: “Se avete desiderio di salire, è necessario che svoltiate di qua; chi desidera andare verso la pace passa di qua”.

Versi 142 – 144

L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’om che va secondo ch’elli ascolta.

[vv. 142 – 144] Il suo bagliore mi aveva accecato; per cui io mi volsi indietro, verso le mie guide (ossia: “verso Virgilio e Stazio”), come chi è costretto a camminare facendosi guidare dai suoni.

Versi 145 – 147

E quale, annunziatrice de li albori,
l’aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;

[vv. 145 – 147] E com’è l’aria che preannuncia le albe di maggio (ossia: “com’è l’aria mattutina del mese di maggio”), la quale, tutta impregnata dell’odore dell’erba e dei fuori, si solleva e diffonde il suo profumo,

Versi 148 – 150

tal mi senti’ un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.

[vv. 148 – 150] così (ossia: “tale e quale”) io sentii un vento che mi colpiva al centro della fronte, e sentii distintamente muoversi le piume che avevano fatto profumare d’ambrosia quella brezza (ossia: “e percepii il battito d’ali dell’angelo che infondeva profumo in quel vento”).

Versi 151 – 153

E senti’ dir: “Beati cui alluma
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,

[vv. 151 – 153] E sentii dire: “Beati coloro che sono illuminati dalla grazia divinai in misura sufficiente perché la passione della gola non susciti un desiderio eccessivo nel loro cuore (letteralmente: “perché la passione della gola non sollevi, come una cortina di fumo nel loro petto, un desiderio eccessivo”),

Verso 154

esurïendo sempre quanto è giusto!”.

[v. 154] e che hanno sempre fame nella misura in cui è giusto averne”.

Appunti Correlati: