Purgatorio, Canto XXVII (27), parafrasi e commento


PURGATORIO

CANTO 27

Divina Commedia, Purgatorio XXVII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 6

Sì come quando i primi raggi vibra
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
e l’onde in Gange da nona rïarse,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse.

[vv. 1 – 6] Il sole si trovava nella posizione che occupa quando (Sì come quando) proietta (vibra) i suoi primi raggi nel luogo () in cui il suo Creatore (fattor) versò il proprio sangue (ossia: “Il sole si trovava nella posizione che occupa quando a Gerusalemme è l’alba”), e contemporaneamente l’Ebro (Ibero) si trova (cadendo) sotto la costellazione della Bilancia (Libra) alta nel cielo, e le acque (onde) del Gange sono riarse dal calore del mezzogiorno (da nona): per cui (sottinteso: “nell’emisfero meridionale, ossia in Purgatorio”) il giorno stava tramontando (sen giva) quando ci apparve l’angelo di Dio con volto lieto (lieto).

Versi 7 – 9

Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava ’Beati mundo corde!’
in voce assai più che la nostra viva.

[vv. 7 – 9] (L’angelo) stava fuori dal fuoco, sull’orlo della cornice (in su la riva), e cantava “Beati i puri di cuore” (‘Beati mundo corde’) con una voce assai più espressiva (viva) di quanto non sia la voce umana.

Versi 10 – 12

Poscia “Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde”,

[vv. 10 – 12] Poi (Poscia) “O anime sante, non si può andare oltre (Più non si va) se prima (pria) il fuoco non fa sentire il suo morso (non morde): entrate in esso, e prestate ascolto al canto (al cantar… non siate sorde) che si ode dall’altra parte (di là)”,

Versi 13 – 15

ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.

[vv. 13 – 15] ci disse non appena gli fummo vicino; per cui io, quando udii le sue parole, rimasi come (tal qual) colui che viene messo in una fossa (ossia: “io, quando sentii che avrei dovuto entrare tra le fiamme, mi sentii terrorizzato come colui che viene condannato ad essere sepolto vivo”).

Versi 16 – 18

In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.

[vv. 16 – 18] Mi protesi in avanti con le mani giunte e sollevate in alto, guardando il fuoco e immaginando in maniera vivida i corpi umani che in passato avevo visto bruciare tra le fiamme.

Versi 19 – 21

Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: “Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.

[vv. 19 – 21] Le mie buone guide si voltarono verso di me; e Virgilio mi disse: “Figliolo mio, in Purgatorio (qui) può esserci sofferenza, ma non morte.

Versi 22 – 24

Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?

[vv. 22 – 24] Rammentalo, rammentalo! E se io ti ho guidato incolume (salvo) persino sul dorso (sovresso) di Gerione, che cosa non farò ora che siamo più vicini (presso) a Dio?

Versi 25 – 27

Credi per certo che se dentro a l’alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo.

[vv. 25 – 27] Sta’ sicuro che, se anche tu restassi tra queste fiamme (dentro a l’alvo di queste fiamma) per ben mille anni, esse non potrebbero privarti neppure di un capello (far d’un capel calvo).

Versi 28 – 30

E se tu forse credi ch’io t’inganni,
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.

[vv. 28 – 30] E se tu forse credi che io ti inganni, avvicinati alla fiamma (fatti ver’ lei), e lascia che essa ti provi ciò che io ti dico (fatti far credenza) avvicinando ad essa il lembo della veste (panni) con le tue stesse mani.

Versi 31 – 33

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!”.
E io pur fermo e contra coscïenza.

[vv. 31 – 33] Metti da parte (Pon giù) ormai, metti da parte ogni timore (temenza); volgiti da questa parte e avvicinati: entra sicuro!”. Tuttavia io continuai a restare fermo, contro la mia stessa coscienza (ossia: “contrariamente a quanto la ragione mi spronava a fare, come paralizzato”).

Versi 34 – 36

Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro”.

[vv. 34 – 36] Quando vide che rimanevo fermo e rigido, (sottinteso: “Virgilio”) disse un poco turbato: “O figlio, pensa questo: ormai tra te e Beatrice c’è solo questa barriera”.

Versi 37 – 39

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio;

[vv. 37 – 39] E così come all’udire il nome di Tisbe, Piramo, in punto di morte (in su la morte), aprì (aperse) gli occhi e la guardò (riguardolla), nel momento in cui il gelso divenne vermiglio,

Versi 40 – 42

così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.

[vv. 40 – 42] allo stesso modo io, quando udii il nome che sempre mi rifiorisce (rampolla) nella mente (ossia: “quando sentii pronunciare il nome di Beatrice, che ritorna sempre tra i miei pensieri”), venuto meno (fatta solla) il mio irrigidimento (durezza), mi voltai verso la mia saggia guida (ossia: “mi voltai verso Virgilio”).

Versi 43 – 45

Ond’ei crollò la fronte e disse: “Come!
volenci star di qua?”; indi sorrise
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

[vv. 43 – 45] Allora egli scosse il capo e disse: “Ebbene, vogliamo dunque restarcene qua?”; e poi sorrise, come si fa con un bambino che si lascia convincere con la promessa di un frutto (ch’è vinto al pome).

Versi 46 – 48

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.

[vv. 46 – 48] Poi (Virgilio) si mise davanti a me, ed entrò nel fuoco, pregando Stazio, che per un lungo tratto di strada aveva camminato tra me e lui, di mettersi dietro di me.

Versi 49 – 51

Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro.

[vv. 49 – 51] Non appena mi trovai in mezzo alle fiamme, mi sarei gettato nel vetro fuso (bogliente) per rinfrescarmi, tanto intenso e smisurato (sanza metro) era il calore (’ncendio) lì dentro (ivi).

Versi 52 – 54

Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: “Li occhi suoi già veder parmi”.

[vv. 52 – 54] Il mio dolce padre, per confortarmi, continuava a parlare (pur… ragionando andava) di Beatrice, dicendo: “Mi sembra (parmi) già di vedere i suoi occhi”.

Versi 55 – 57

Guidavaci una voce che cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.

[vv. 55 – 57] Ci guidava una voce che cantava dall’altra parte del fuoco (di là); e noi, concentrandoci unicamente su di essa, uscimmo dalle fiamme nel punto dove si saliva.

Versi 58 – 60

’Venite, benedicti Patris mei’,
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.

[vv. 58 – 60] All’interno di un bagliore (lume) che era lì, tanto intenso da sopraffare la mia vista (che mi vinse) e che io non lo (nol) riuscii a guardare, risuonarono le parole: “Venite, o benedetti del Padre mio (‘Venite, benedicti Patris mei’)”,

Versi 61 – 63

“Lo sol sen va”, soggiunse, “e vien la sera;
non v’arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera”.

[vv. 61 – 63] “II sole tramonta (sen va)” aggiunse, “e scende la sera; non vi fermate, ma affrettate (studiate) il passo, finché (mentre) la parte occidentale del cielo non diventerà completamente buia (non si annera)”.

Versi 64 – 66

Dritta salia la via per entro ’l sasso
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch’era già basso.

[vv. 64 – 66] La scala scavata nella roccia (per entro ’l sasso) saliva diritta in direzione tale che proiettavo davanti a me l’ombra che facevo raggi del sole, che era ormai basso sull’orizzonte (ossia: “la scala saliva verso oriente, nella direzione opposta a quella in cui il sole stava tramontando, per cui la luce, trovandosi alle mie spalle, faceva sì che io proiettassi la mia ombra davanti a me”).

Versi 67 – 69

E di pochi scaglion levammo i saggi,
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.

[vv. 67 – 69] E facemmo in tempo a fare la prova (levammo i saggi) solo di pochi gradini (scaglion), quando io e le mie guide (saggi) ci accorgemmo (sentimmo) che il sole stava tramontando (corcar) alle nostre spalle (dietro), per il fatto che la mia ombra scomparve (si spense).

Versi 70 – 72

E pria che ’n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,

[vv. 70 – 72] E prima (pria) che l’orizzonte fosse divenuto in tutta la sua immensa estensione (’n tutte le sue parti immense) di un medesimo colore scuro (d’uno aspetto), e la notte avesse occupato tutte le zone ad essa assegnate (tutte sue dispense),

Versi 73 – 75

ciascun di noi d’un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ’l diletto.

[vv. 73 – 75] ciascuno di noi fece di un gradino il suo giaciglio (ossia: “ciascuno di noi si sdraiò, per la notte, su un gradino”), poiché la legge naturale (natura) del monte spense in noi (ci affranse) l’energia (possa) e la gioia (diletto) di salire oltre (più).

Versi 76 – 78

Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,

[vv. 76 – 78] Così come fanno (Quali) le capre, che prima (avante) di aver mangiato (pranse) sono state rapide e vivaci (proterve) sulle rupi (sovra le cime), e dopo se ne stanno tranquille (manse) a ruminare,

Versi 79 – 81

tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve;

[vv. 79 – 81] silenziose (tacite) nell’ombra, mentre il sole arde (ferve), sorvegliate dal pastore che si è appoggiato al suo bastone (verga) e concede loro (serve) di riposarsi (di posa);

Versi 82 – 84

e quale il mandrïan che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;

[vv. 82 – 84] oppure come fa il bovaro nei periodi in cui vive all’aperto (ossia: “in estate, quando abbandona la sua dimora e si trasferisce con la mandria sui pascoli montani”), quando trascorre la notte (pernotta) sdraiato (queto) accanto alla sua mandria (pecuglio), vigilando affinché alcuna belva (fiera) la disperda (sperga);

Versi 85 – 88

tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

[vv. 85 – 88] alla stessa maniera stavamo in quel momento (allotta) noi tre, io come una capra, e loro (ossia: “e Virgilio e Stazio”) come pastori, chiusi (fasciati) da ogni lato (quinci e quindi) dalle alte pareti rocciose (grotta).

Versi 89 – 90

Poco parer potea lì del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.

[vv. 89 – 90] Lì si riusciva a vedere solo una piccola porzione di ciò che stava al di fuori (ossia: “da lì si riusciva a vedere ben poco della volta celeste al di là delle pareti rocciose”); ma, per quel poco che si poteva vedere, io vedevo le stelle più luminose (chiare) e più grandi (maggiori) del solito (di lor solere).

Versi 91 – 93

Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.

[vv. 91 – 93] Meditando in questa maniera (ruminando), e fissando in questa maniera lo sguardo (mirando) sulle stelle, io fui vinto dal sonno: quel sonno che spesso conosce il futuro, prima che i fatti accadano (anzi che ’l fatto sia).

Versi 94 – 96

Ne l’ora, credo, che de l’orïente
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente,

[vv. 94 – 96] Nell’ora, credo, durante la quale dall’oriente cominciò ad irradiare la sua luce sul monte del Purgatorio l’astro di Venere (Citerea), che sembra ardere sempre del fuoco dell’amore,

Versi 97 – 99

giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:

[vv. 97 – 99] mi sembrò di vedere in sogno una donna giovane e bella, che andava cogliendo fiori per una distesa erbosa (landa), e che cantando diceva:

Versi 100 – 102

“Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.

[vv. 100 – 102] “Chiunque chieda il mio nome, sappia che io sono Lia, e vado (vo) muovendo intorno a me le mie belle mani per farmi una ghirlanda.

Versi 103 – 105

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

[vv. 103 – 105] Io mi adorno di fiori qui (ossia: “in questo prato”) al fine di vedermi bella guardandomi allo specchio; invece mia sorella (suora) Rachele non distoglie mai l’occhio (mai non si smaga) dal suo specchio (miraglio), e siede tutto il giorno (sottinteso: “dinnanzi ad esso”).

Versi 106 – 108

Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga”.

[vv. 106 – 108] Ella (“Rachele”) è desiderosa (vaga) di contemplare i suoi begli occhi, tanto quanto io lo sono di adornarmi con le mani; l’atto di contemplare (veder) appaga lei, quello dell’operare (ovrare) appaga me”.

Versi 109 – 111

E già per li splendori antelucani,
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,

[vv. 109 – 111] Ed ormai, per via dei bagliori che precedono l’arrivo dell’alba (splendori antelucani), i quali sopraggiungono tanto più graditi ai pellegrini, quanto più i pellegrini, ritornando verso casa, sostano vicini,

Versi 112 – 114

le tenebre fuggian da tutti lati,
e ’l sonno mio con esse; ond’io leva’ mi,
veggendo i gran maestri già levati.

[vv. 112 – 114] le tenebre svanivano da tutte le porzioni del cielo (lati), e con esse svaniva anche il mio sonno; per cui io mi alzai, trovando i grandi maestri (ossia: “Stazio e Virgilio”) già in piedi.

Versi 115 – 117

“Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami”.

[vv. 115 – 117] “Quel dolce frutto (pome) che la smania dei mortali ricerca per tanti rami, oggi placherà (porrà in pace) tutti i tuoi desideri (fami)”.

Versi 118 – 120

Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.

[vv. 118 – 120] Virgilio pronunciò (usò) queste solenni (cotali) parole al mio indirizzo; e non ci furono (furo) mai parole d’augurio (strenne) per me foriere di letizia quanto lo furono queste.

Versi 121 – 123

Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.

[vv. 121 – 123] Dentro di me, un così grande desiderio (voler) si aggiunse a quello precedente di trovarmi sulla cima del Purgatorio (de l’esser sù), che poi, ad ogni passo, sentivo crescere dentro di me le ali per il mio volo.

Versi 124 – 126

Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

[vv. 124 – 126] Non appena che la scala fu stata percorsa per intero e si trovò sotto di noi, e noi fummo sull’ultimo gradino, Virgilio fissò i suoi occhi nei miei,

Versi 127 – 129

e disse: “Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno.

[vv. 127 – 129] e disse: “Figliolo, hai visto le pene (foco è una metafora) temporanee (ossia: “hai visto le pene del Purgatorio, destinate a terminare”) e quelle eterne (ossia: “ed hai visto le pene dell’Inferno, destinate a non terminare mai”); e sei giunto in un punto (in parte) dove io, con le mie forze (per me), non riesco a vedere oltre (più oltre non discerno).

Versi 130 – 132

Tratto t’ ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

[vv. 130 – 132] Ti ho condotto (Tratto) fin qui col mio ingegno e con la mia abilità (arte); adesso prendi come guida (per duce) la tua naturale inclinazione (piacere); ormai sei fuori dai sentieri ripidi (l’erte vie) e fuori da quelli stretti (l’arte).

Versi 133 – 135

Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.

[vv. 133 – 135] Guarda il sole che si riflette sulla tua fronte (’n fronte ti riluce); guarda l’erbetta, i fiori e i piccoli arbusti che qui la terra produce spontaneamente (sol da sé).

Versi 136 – 138

Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.

[vv. 136 – 138] In attesa che (Mentre) arrivino da te (vegnan) quei lieti begli occhi che, con le loro lacrime (lagrimando), mi spinsero (mi fenno) a recarmi in tuo soccorso (ossia: “mentre attendi di poter vedere davanti a te gli occhi di Beatrice”), puoi andare tra quei piccoli arbusti (tra elli) e sederti.

Versi 139 – 141

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:

[vv. 139 – 141] Non attendere più le mie parole (mio dir), né alcun cenno da parte mia (mio cenno): il tuo volere (arbitrio) è ormai libero (dalle passioni), indirizzato al bene (dritto) e purificato (sano), e costituirebbe (fora) un errore (fallo) non agire seguendo le sue decisioni (fare a suo senno):

Verso 142

per ch’io te sovra te corono e mitrio”.

[v. 142] per cui io ti proclamo e ti incorono signore di te stesso (te sovra te)”.

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