Traduzione AIDS a curse on us


DORIS LESSING

AIDS A CURSE ON US

– da THE SWEETEST DREAM –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

Mr Phiri era seduto con gli occhi chiusi, mentre si riprendeva. Quando li aprì, di fronte a lui sedeva una piccola donna di colore. Era di colore? – No, quello era il colore che avevano quando prendevano troppo sole; oh sì, lei era la donna che poco prima (stava) con Mr Mandizi. Stava sorridendo a Rebecca. Era questo sorriso un commento su di lui? La rabbia, che lo aveva lasciato sotto l’influsso di una buona carne con le patate, ritornò, e lui disse: “Dunque lei sarebbe la donna che, mi hanno detto, si sta servendo della nostra attrezzatura scolastica per le sue lezioni, le cosiddette “lezioni”?”.

Sylvia guardò il prete, che le stava facendo il gesto di serrare le labbra per non dire nulla. “Il Dottor Lennox ha comprato quaderni e un atlante con i suoi soldi, non devi preoccuparti al riguardo, e ora, se tu potessi darmi notizie su tua madre …: lei è stata la mia cuoca per un po’, e io posso dire, in verità, che ti invidio con una cuoca così per madre”. “E che lezioni sta dando ai nostri alunni? Lei è un insegnante? Ha un certificato? Lei è un medico, non un insegnante”. Di nuovo, Padre McGuire rese impossibile a Sylvia replicare. “Sì, questa è la nostra brava dottoressa, lei è un medico e non un’insegnante, ma non c’è bisogno di un diploma da insegnante se stai leggendo ai bambini, se stai insegnando loro a leggere”.

“Okay,” disse Mr Phiri. Stava mangiando con la fretta nervosa di uno che usa il cibo come calmante. Tirò a sé il pane e (ne) tagliò una grande fetta: niente sadza (la sadza è un alimento a base di farina di mais e acqua, che costituisce uno degli elementi principali della dieta della popolazione dello Zimbabwe), ma abbastanza pane sarebbe andato altrettanto bene.

Improvvisamente intervenne Rebecca: “Forse l’ispettore Comrade vuole venire giù e vedere quanto alla nostra gente piace ciò che la dottoressa sta facendo, come ci sta aiutando?”

Padre McGuire riuscì a controllare la forte irritazione. “Sì, sì,” disse. “Sì, sì, sì. Ma in una giornata calda come questa sono certo che Mr Phiri preferirebbe rimanere qui con noi al fresco e avere una bella tazza di tè forte. Rebecca, per favore, prepara un tè all’ispettore”.

Rebecca uscì. Sylvia era sul punto di affrontare Mr Phiri sui quaderni e sui libri di testo mancanti e il prete lo sapeva, per cui disse: “Sylvia, sono sicuro che all’ispettore piacerebbe sentire della biblioteca che hai fatto nel villaggio …”

“Sì,” disse Sylvia: “Abbiamo circa un centinaio di libri ora”.

“Chi ha pagato per quei libri, posso chiederlo?”

“La dottoressa, molto gentilmente, ha pagato lei stessa per essi”.

“Ovviamente. E allora suppongo che dobbiamo essere grati alla dottoressa”. Sospirò, e disse:“Okay” e quello fu come un sospiro.

“Sylvia, tu non hai mangiato nulla”.

“Penso che prenderò giusto una tazza di tè”.

Arrivò Rebecca con il vassoio del tè, preparò le tazze, i piattini, tutto molto lento e accurato, sistemò la piccola reticella per le mosche con il suo bordo blu di perline sulla brocca del latte, e spinse la grossa teiera verso Sylvia. Generalmente, Rebecca versava il tè. Tornò in cucina. L’ispettore la guardò corrucciato sapendo che c’era stata insolenza, ma non avrebbe potuto giurarci (lett: “non avrebbe potuto metterci il dito sopra”).

Sylvia lo versò, senza mai sollevare gli occhi da ciò che le sue mani stavano facendo. Mise una tazza vicino all’ispettore, spinse la zuccheriera verso di lui, e sedette facendo mucchietti di briciole con il suo pane. Silenzio. Rebecca stava canticchiando nella cucina, una delle canzoni della Guerra di Liberazione con il proposito di infastidire Mr Phiri, ma lui non sembrava riconoscerla.

E allora, fortunatamente, ci fu il rumore di un’automobile, e poi si fermò, mandando folate di polvere ovunque. Uscì il meccanico, nella sua piccola tuta blu. Mr Phiri si alzò. “Vedo che la mia auto è qui,” disse in modo vago, come qualcuno che aveva perso qualcosa, ma non sapeva cosa o dove. Egli sospettava di essersi comportato in un modo inappropriato, anche se certamente no, dal momento che era stato nel giusto su tutto.

“Io spero questo: che dirai a tuo padre e a tua madre che ci siamo incontrati, e che prego per loro”.

“Lo farò, quando li vedrò. Loro vivono nella boscaglia oltre il Pambili Growth Point (“il Polo di espansione di Pambili”). Sono vecchi, adesso”.

Uscì sulla veranda. C’erano farfalle ovunque sui cespugli di ibisco. Un lourie (il lourie è il turaco africano) si stava facendo sentire, a mezzo miglio di distanza. Lui andò verso l’auto, salì dietro, e l’auto si allontanò tra fiumi di polvere.

Rebecca entrò, e cosa insolita per lei, si sedette al tavolo con loro.

Sylvia le versò del tè. Nessuno parlò per un po’. Poi, Sylvia disse: “Riuscivo a sentire quell’idiota urlare dall’ospedale. Se mai ho visto un candidato per un colpo apoplettico, è stato l’ispettore Comrade”.

“Sì, sì,” disse il prete.

“Questa è stata una cosa scandalosa,” disse Sylvia. “Quei bambini, stavano sognando l’ispettore da settimane. L’ispettore farà questo, farà quello, ci porterà i libri”.

Padre Mcguire disse: “Sylvia, non è successo nulla”.

“Cosa? Come puoi dire…”

Rebecca disse: “Che vergogna! È una vergogna”.

“Come puoi essere così diplomatico su questo, Kevin?”. Sylvia non aveva chiamato spesso il prete con il suo nome di battesimo (lett.: “con il suo nome cristiano”). “È un crimine. E quell’uomo è un criminale”.

“Sì, sì, sì,” disse il prete. Un piacevole lungo silenzio. Poi: “Non avete mai pensato che è la storia della nostra Storia? Il potente prende il pane dalla bocca dei povos (povos è il termine con cui vengono designate le popolazioni indigene) – i povos tirano avanti in qualche modo”.

“E i poveri stanno sempre con noi?” disse Sylvia, sarcastica.

“Hai mai visto nulla di diverso?”.

“E non c’è niente da fare e tutto andrà avanti così?”.

“Probabilmente,” disse Padre McGuire. “Ciò che mi interessa è come la vedi tu. Sei sempre sorpresa quando c’è un’ingiustizia. Ma così è come le cose sono sempre”.

“Ma loro avevano promesso così tanto. Alla Liberazione (vale a dire: “Al momento dell’Indipendenza del paese dalla colonizzazione britannica”) loro avevano promesso … bene … di tutto”.

“I politici fanno promesse così e (poi) le deludono”.

“Ho creduto a tutto,” disse Rebecca. “Io ero una vera stupida, a gridare e a incoraggiare la Liberazione. Pensavo che intendessero questo”.

“Naturalmente loro intendevano questo,” disse il prete.

“Penso che tutti i nostri leader finiscano male perché siamo stati maledetti”.

“Oh, possa il Signore salvarci,” disse il prete, scattando alla fine. “Io non rimarrò seduto ad ascoltare simili sciocchezze”. Ma non si alzò dal tavolo.

“Sì,” disse Rebecca. “È stata la guerra. È perché non abbiamo seppellito i morti della guerra. Sapevate che ci sono scheletri lassù nelle grotte sulle colline? Lo sapevate? Aaron me l’ha detto. E sapete che se non seppelliamo i nostri morti secondo i nostri costumi, poi loro torneranno indietro e ci malediranno”.

“Rebecca, tu sei una delle donne più intelligenti che io conosca e …”

“E ora c’è l’AIDS. E quella è una maledizione su di noi. Cos’altro può essere?”.

Sylvia disse: “È un virus, Rebecca, non una maledizione”.

“Avevo sei figli, e ora ne ho tre e presto saranno due. E ogni giorno c’è una nuova tomba nel cimitero”.

“Hai mai sentito della Peste Nera?”.

“Come l’avrei sentito? Io sono andata a scuola solo tre anni (lett.: “Io non sono andata oltre lo Standard One, l’istruzione di base”)”.

Questo voleva dire che lo aveva sentito, che sapeva più di quello che voleva far intendere, e che voleva che loro glielo raccontassero.

“C’era un’epidemia, in Asia, in Europa e in Nord Africa. Un terzo delle persone morì”. Disse Sylvia.

“Topi e pulci,” disse il prete, “Portarono loro la malattia”.

“E chi disse ai ratti dove andare?”.

“Rebecca, è stata un’epidemia. Come l’AIDS. Come lo SLIM (SLIM è il modo in cui gli africani chiamano l’AIDS)”.

“Dio è arrabbiato con noi,” disse Rebecca.

“Possa il Signore salvarci tutti,” disse il prete. “Sto diventando troppo vecchio, sto per tornare in Irlanda. Sto andando a casa”.

Era lamentoso, come un vecchio, infatti. E non stava nemmeno bene – nel suo caso, almeno, non poteva essere AIDS. Lui aveva di nuovo avuto la malaria, recentemente. Era stanco.

Sylvia cominciò a piangere.

“Io vado a riposare per qualche minuto,” disse Padre McGuire. “E so che non si usa dirti di fare lo stesso”.

Rebecca andò da Sylvia, la sollevò e le due andarono insieme nella stanza di Sylvia. Rebecca lasciò scivolare Sylvia nel suo letto dove si sdraiò con la mano sugli occhi. Rebecca si inginocchiò accanto al letto e fece scivolare il suo braccio sotto la testa di Sylvia.

“Povera Sylvia,” disse Rebecca, e canticchiò una canzone per bambini, una ninnananna. La manica della tunica di Rebecca era larga. Proprio di fronte ai suoi occhi, attraverso le sue dita, Sylvia poteva vedere il sottile braccio nero, e sul braccio una piaga, di un tipo che lei conosceva fin troppo bene. Le aveva medicate su una donna giù all’ospedale quella mattina. La bambina in lacrime che Sylvia era stata fino a quel momento era scomparsa: il medico era ritornato. Rebecca aveva l’AIDS. Ora che Sylvia lo sapeva, era ovvio, e lei lo aveva saputo, senza ammetterlo, già da lungo tempo. Rebecca aveva l’AIDS e non c’era niente che Sylvia potesse fare. Chiuse i suoi occhi, finse di dormire. Sentì Rebecca scostarsi dolcemente e uscire dalla stanza. Sylvia si sdraiò, ascoltando il tetto di ferro che crepitava per il calore. Lei guardò il crocifisso, dove è appeso il Redentore. Guardò le diverse Vergini nelle loro vesti blu. Prese un rosario di vetro dal suo gancio accanto al letto, e lo tenne tra le sue dita: il vetro delle perline era caldo, come la carne. Lo riappese.

Di fronte a lei, le donne di Leonardo riempivano metà del muro. La muffa aveva attaccato le belle facce, i bordi dei poster erano merlettati, gli arti paffuti dei bambini erano macchiati.

Sylvia uscì dal letto e andò giù verso il villaggio, dove una grande moltitudine di persone deluse la stava aspettando.

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