Traduzione Aziz and Mrs Moore


E. M. FORSTER

AZIZ AND MRS MOORE

– da A PASSAGE TO INDIA – CHAPTER 2 –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

Era un uomo piccolo e atletico, messo insieme con grazia, ma per la verità molto forte. Tuttavia camminare lo stancava, come stanca tutti in India, eccetto i nuovi arrivati. C’è qualcosa di ostile in quel terreno. O cede, e il piede sprofonda in una fossa, oppure è inaspettatamente duro e tagliente, opponendo sassi o altre concrezioni contro il passo. La successione di queste piccole sorprese sfinisce; e lui portava scarpe leggere, una povera difesa (lett.: “uno strumento povero”) contro qualunque terra. All’estremità del Centro Amministrativo, entrò in una moschea per riposare.

Gli era sempre piaciuta quella moschea. Era graziosa, e gli piaceva la sistemazione. Il cortile – accessibile attraverso un cancello in rovina – conteneva una vasca per le abluzioni di fresca acqua limpida, che era sempre in movimento, poiché era, di fatto, parte di una conduttura che riforniva la città. Il cortile era pavimentato con lastre spezzate. La parte coperta della moschea era più profonda del consueto (lett.: “di quanto sia usuale”); il suo effetto era quello di una parrocchia inglese a cui fosse stato asportato un fianco (lett.: “di cui un lato era stato asportato”). Da dov’era seduto, egli guardava dentro tre porticati la cui oscurità era illuminata da una piccola lampada appesa e dalla luna.

La facciata – nel pieno chiarore della luna – aveva l’aspetto del marmo, e i novantanove nomi di Dio sul fregio spiccavano neri, come il fregio spiccava bianco contro il cielo. Il contrasto tra questi due aspetti e la lotta delle ombre nell’interno deliziavano Aziz, e lui cercò di raffigurarsi tutto quanto come (ossia: “cerco di immaginare il tutto come il simbolo di”) una qualche verità di religione o di amore. Una moschea, conquistando la sua approvazione, gli lasciava libera la fantasia. Il tempio di un’altra religione, indù, cristiana o greca (ossia: “cristiana ortodossa”), l’avrebbe annoiato e non avrebbe destato il suo senso della bellezza. Qui c’era l’Islam, la sua patria, più che una Fede, più che un grido di battaglia, di più, molto di più … l’Islam, un atteggiamento verso la vita insieme squisito e durevole, nel quale il suo corpo e i suoi pensieri trovavano la loro dimora.

Gli faceva da sedia il muro basso che delimitava il cortile dal lato sinistro. Il terreno digradava, sotto di lui, verso la città, visibile come una macchia d’alberi, e nel silenzio egli udiva molti suoni leggeri.

Sulla destra, oltre il Club, la comunità inglese esibiva un’orchestrina di dilettanti. Altrove alcuni Indù stavano suonando un tamburo – lui sapeva che erano Indù, perché il ritmo non gli era congeniale – e altri stavano facendo un lamento funebre – lui sapeva per chi, avendo certificato la cosa nel pomeriggio. C’erano gufi, la posta del Punjab … e i fiori profumavano deliziosamente nel giardino del capostazione. Ma la moschea … essa aveva un senso di per sé, e lui ci ritornò dal folto richiamo della notte, e la rivestì di significati che il costruttore non aveva mai immaginato. Un giorno o l’altro anche lui avrebbe costruito una moschea, più piccola di quella, ma di gusto perfetto, così che tutti quelli che fossero passati avrebbero provato la felicità che egli sentiva ora. E vicino ad essa, sotto a una cupola bassa, ci sarebbe stata la sua tomba, con un’iscrizione persiana:

Ahimè, senza di me per migliaia di anni

La rosa fiorirà e la primavera germoglierà,

Ma quelli che in segreto hanno capito il mio cuore

Si avvicineranno e visiteranno la tomba dove io giaccio.

Egli aveva visto la quartina sulla tomba di un re del Deccan (Deccan è il nome di una penisola dell’India), e l’aveva considerata profonda filosofia: lui, per essere profondo, aggiungeva sempre pathos. La segreta intelligenza del cuore! Ripeté la frase con le lacrime agli occhi, e appena lo fece, una delle colonne della moschea sembrò tremare. Oscillò nel buio, e si staccò.

Il credere ai fantasmi scorreva nel sangue di Aziz, ma egli rimase immobile. Un’altra colonna si mosse, e una terza, e poi una donna inglese si fece avanti nel chiaro di luna. Improvvisamente egli fu furiosamente irritato e gridò: “Signora! Signora! Signora!”.

“Oh! Oh!” la donna disse ansando.

“Signora, questa è una moschea, qui non avete alcun diritto; vi sareste dovuta togliere le scarpe; questo è un luogo sacro per i Musulmani”.

“Me le sono tolte”.

“Davvero?”

“Le ho lasciate all’ingresso”.

“Allora vi chiedo scusa”.

Ancora spaventata, la donna si diresse verso l’uscita, mantenendo la vasca per le abluzioni tra loro. Lui gridò alle sue spalle: “Mi dispiace davvero per aver parlato”.

“Sì, avevo ragione io, non è vero? Se mi tolgo le scarpe, sono autorizzata?”.

“Certo, ma sono così poche le signore che si prendono questo disturbo, specie se pensano che qui non ci sia nessuno a guardarle”.

“Questo non fa differenza. Dio è qui”.

“Signora!”

“Vi prego, lasciatemi andare”.

“Oh, posso fare qualcosa per voi, adesso o in qualsiasi altro momento?”.

“No, grazie, proprio nulla … Buonanotte”.

“Posso sapere il vostro nome?”

Ora lei si trovava nell’ombra del cancello, così che egli non poteva vedere il suo viso, ma lei vedeva quello di lui, e disse, con un mutamento nella voce: “Mrs Moore”.

“Signora”. Avvicinandosi, lui vide che era anziana. Un edificio più grande della moschea cadeva in frantumi, e lui non sapeva se era lieto o dispiaciuto. Era più anziana della Begum Hamidullah, con un viso rosso e i capelli bianchi. La sua voce lo aveva tratto in inganno.

“Mrs Moore, mi spiace di avervi spaventata. Parlerò alla mia comunità – ai miei amici – di voi. Che Dio è qui … è molto bello, veramente molto nobile. Immagino che siate arrivata da poco in India”.

“Sì … Come lo sapete?”

“Dal modo in cui vi rivolgete a me. Ma, posso chiamarvi una carrozza?”.

“Sono solo venuta dal Club. Stanno dando una commedia che ho visto a Londra, e faceva così caldo”.

“Qual era il nome della commedia?”

La cugina Kate”.

“Credo che voi non dovreste passeggiare da sola di notte, Mrs Moore. Ci sono brutti tipi in giro, e i leopardi potrebbero venire dai monti Marabar. E anche i serpenti”.

Lei ebbe un’esclamazione; si era dimenticata i serpenti.

“Per esempio, uno scarafaggio a sei macchie,” continuò lui, “Voi lo prendete, lui vi morde, voi morite”.

“Ma voi stesso andate in giro da solo”.

“Oh, io ci sono abituato”.

“Abituato ai serpenti?”

Risero entrambi. “Io sono un medico”, disse lui. “I serpenti non osano mordermi”. Si sedettero l’uno accanto all’altra, all’entrata, e si infilarono le scarpe da sera. “Scusatemi, potrei farvi una domanda, adesso? Perché venite in India in questo periodo dell’anno, proprio quando il clima freddo sta per finire?”.

“Volevo venire prima, ma c’è stato un ritardo inevitabile”.

“Tra poco sarà così malsano per voi! E poi perché siete venuta a Chandrapore?”.

“Per far visita a mio figlio. Lui è magistrato cittadino qui”.

“Oh, no scusatemi, questo è proprio impossibile. Il nome del nostro magistrato cittadino è Mr Heaslop. Lo conosco benissimo”.

“È mio figlio, in ogni caso,” disse lei, sorridendo.

“Ma, signora Moore, come può esserlo?”

“Mi sono sposata due volte”.

“Sì, ora capisco, e il vostro primo marito è morto”.

“Infatti, e lo stesso ha fatto il mio secondo marito”.

“Allora siamo sulla stessa barca (lett.: “nella stessa scatola”),” disse lui enigmaticamente. “Sicché adesso il magistrato cittadino è tutta la vostra famiglia?”.

“No, ci sono i più giovani: Ralph e Stella, in Inghilterra”.

“E il signore che è qui, è fratellastro di Ralph e Stella?”

“Precisamente”.

“Signora Moore, tutto questo è veramente strano, perché anch’io, come voi, ho due figli e una figlia. Non siamo abbondantemente sulla stessa barca?”.

“Come si chiamano? Non Ronny, Ralph e Stella, vero?”

Quell’ipotesi lo divertì. “No, infatti. Che cosa buffa! I loro nomi sono completamente diversi e vi stupiranno. Ascoltate, per favore. Sto per dirvi i nomi dei miei ragazzi. Il primo si chiama Ahmed, il secondo si chiama Karim, la terza – è la maggiore – Jamila. Tre figli sono abbastanza. Non siete d’accordo con me?”.

“Sì”.

Stettero entrambi in silenzio per un po’, pensando alle rispettive famiglie. Lei sospirò e si alzò per andarsene.

“Vi piacerebbe visitare l’ospedale Minto, una mattina?” domandò lui, “Non ho nient’altro da offrire a Chandrapore”.

“Grazie, l’ho già visto, altrimenti mi sarebbe molto piaciuto andarci con voi”.

“Immagino che vi ci abbia portato il chirurgo civile”.

“Sì, e Mrs Callendar”.

La voce di Aziz mutò. “Ah! Una signora molto simpatica”.

“Può darsi, quando la si conosce meglio”.

“Cosa? Cosa? Non vi è piaciuta?”

“Senza dubbio voleva essere gentile, ma non l’ho trovata esattamente simpatica”.

“Lui proruppe: “Si è appena presa la mia tonga (la tonga è una carrozza leggera a due ruote trainata da due cavalli) senza il mio permesso – lo chiamate essere simpatici, questo? – E il maggiore Callendar mi fa chiamare tutte le sere da dove sto pranzando con i miei amici ed io vado subito, interrompendo una piacevolissima occupazione, e lui non c’è, e nemmeno un suo messaggio.

È simpatico questo, di grazia? Ma che importa? Io non posso farci niente e lui lo sa. Io sono semplicemente un dipendente, il mio tempo è senza valore, il portico va fin troppo bene per un Indiano, sì, sì, lasciatelo aspettare, e la signora Callendar si prende la mia carrozza e fa come se io non esistessi …”

Lei ascoltava.

Lui si era accalorato in parte per i torti subìti, ma molto più per l’idea che qualcuno solidarizzasse con essi. Fu questo a spingerlo a ripetersi, a esagerare, a contraddirsi. Lei gli aveva dimostrato la propria vicinanza criticando, con lui, la propria amica e connazionale, ma anche prima lui l’aveva saputo. La fiamma che nemmeno la bellezza può alimentare stava crescendo, e sebbene le sue parole fossero lamentose, il suo cuore cominciò segretamente ad ardere. E a un tratto proruppe in parola.

“Voi mi capite, voi sapete quello che provo. Oh, se gli altri vi assomigliassero!”.

Alquanto stupita, lei rispose: “Non credo di capire le persone molto bene. So soltanto se mi piacciono oppure no”.

“Allora voi siete un’orientale”.

Lei accettò la scorta di lui fino al Club, e al cancello gli disse che avrebbe voluto essere socia, così da poterlo invitare.

“Gli Indiani non sono ammessi al Circolo di Chandrapore nemmeno come ospiti,” disse lui con semplicità. Non si dilungò sui suoi torti (ossia: “sui torti che subiva”), perché era felice. Mentre passeggiava lungo il pendio sotto una bellissima luna, e vide l’incantevole moschea, gli parve di possedere la terra come chiunque altro la possedeva. Che importava se un pugno di fiacchi Indù l’avevano preceduto lì, e un pugno di gelidi inglesi gli erano succeduti? (ossia: “se ne erano appropriati successivamente?”).

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