Traduzione Chilean trucks and chilenos


BRUCE CHATWIN

CHILEAN TRUCKS AND CHILENOS

da IN PATAGONIA – CHAPTER 37

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

Ora avevo due ragioni per tornare indietro alla Cordigliera: per vedere il vecchio allevamento di pecore di Charley Milwards nella Valle Huemeleus e per trovare l’unicorno di Padre Palacios. Presi un autobus per Perito Moreno e arrivai lì in una tempesta di polvere. Il ristorante era di proprietà di un arabo, che serviva lenticchie e ravanelli, e teneva un rametto di menta sul bar, affinché gli ricordasse una patria che non aveva (mai) visto. Gli chiesi del traffico andando verso nord. Scosse la testa.

“Alcuni camion cileni, forse, ma sono molto molto pochi”.

La distanza fino a Valle Huemeules era di oltre un centinaio di miglia, ma decisi di rischiare. Alla periferia della città qualcuno aveva scritto “Peron Gorilla” (Juan Domingo Peron è il nome del presidente dell’Argentina negli anni dal 1946 al 1955), con della vernice blu, su un posto di polizia abbondonato. Vicino c’era un mucchio di bottiglie di gin, un monumento in memoria di un camionista morto; i suoi amici vi gettavano sopra una bottiglia ogni volta che passavano. Camminai per due ore, cinque ore, dieci ore, e nessun camion. Il mio blocco per gli appunti suggerisce qualcosa del mio stato d’animo (mood: “stato d’animo”):

“Camminato tutto il giorno e il giorno seguente. Strada dritta, grigia, polverosa e senza traffico. Il vento implacabile, che ti porta via. A volte hai sentito un camion, hai pensato per certo che fosse un camion, ma anche quello era il vento. Oppure (hai sentito) il rumore di un cambio che ingrana le marce più basse, ma anche quello era il vento. Qualche volta il vento ha suonato come un camion scarico mentre sbatte sopra un ponte. Anche se un camion ti fosse arrivato alle spalle, non lo avresti sentito. E se tu fossi stato sottovento, il vento avrebbe soffocato il rumore (del motore). L’unico rumore che hai sentito, è stato il guanaco (il guanaco è animale del tipo dei camelidi che vive sulle Ande). Un rumore simile a un bambino che prova a piangere e a starnutire nello stesso tempo. Tu l’hai visto, lontano un centinaio di iarde, un maschio solo, più grande e più aggraziato di un lama, con la sua pelliccia arancione e la coda bianca diritta all’insù.

I guanachi sono animali timidi, ti era stato detto, ma questo era pazzo di te. E quando non hai potuto più camminare e hai steso il sacco a pelo, lui era lì a gorgogliare e a frignare, mantenendo la stessa distanza. Di mattina era proprio vicino, ma lo spavento di vederti uscire fuori dalla pelle è stato troppo per lui. Quella è stata la fine di un’amicizia, e tu l’hai guardato allontanarsi a balzi su una macchia di rovi come un galeone su un mare agitato.

Il giorno successivo (era) più caldo e ventoso che in precedenza. Le raffiche calde ti spingevano indietro, risucchiavano le tue gambe, premevano sulle tue spalle. Mentre la strada cominciava e finiva in un grigio miraggio. Dietro avresti potuto vedere un polverone e, anche se ormai sapevi di non poter sperare in un camion, pensavi che fosse un camion. Oppure ci potevano essere dei punti neri che si avvicinavano, e tu ti fermavi, ti sedevi e aspettavi, ma i punti si allontanavano lateralmente e tu capivi che erano pecore”.

Un camion cileno arrivò il pomeriggio del secondo giorno. L’autista era un tipo allegro, i suoi piedi odoravano di formaggio. Gli piaceva Pinochet ed era soddisfatto della situazione generale del suo paese.

Mi portò al Lago Bianco, dove l’acqua era di un opaco, lattiginoso bianco, e dietro c’era una conca d’erba di colore smeraldo chiusa da una linea di montagne blu. Questa era Valle Huemeules.

Charley Milward era stato lì l’ultima volta nel 1919. La barista ricordava i suoi baffi. “Los enormes bigotes”, lei disse, e imitò il modo in cui camminava zoppicando con un bastone. Il poliziotto stava bevendo il suo gin del tardo pomeriggio e lei gli ordinò di accompagnarmi all’estancia (estancia: “fattoria”). Egli acconsentì in modo docile, ma per mostrare la sua tempra andò a casa per (prendere) il revolver.

La Estancia “Valle Huemeules” era dipinta in rosso e bianco, e portava il segno di un’efficiente organizzazione centralizzata. Era mandata avanti dalla famiglia Menèndes-Behety, i magnati dell’allevamento di pecore nel sud, i quali, insieme a un commerciante francese di lana, avevano comprato (la proprietà di) Charley dopo la Prima Guerra Mondiale. Il gestore era un tedesco e diffidò di me a prima vista. Io credo che sospettò che volessi avanzare dei diritti sulla proprietà, ma mi permise di dormire nell’alloggio dei peones.

Erano nel mezzo della tosatura. Il capanno della tosatura aveva venti postazioni e altrettanti tosatori; Cileni magri, a torso nudo, i loro pantaloni neri lucidi per il grasso della lana.

Il nastro trasportatore, comandato da una macchina a vapore, percorreva la lunghezza del capannone. C’erano rumori di pistoni che sbuffavano, cinghie che sbattevano, macchinette per tosare, pecore belanti. Quando i ragazzi legavano le gambe delle bestie, tutta la (loro) voglia di lottare se ne andava via ed esse giacevano, a peso morto, finché la tortura non era finita. Poi, nude e sfregiate, con tagli rossi intorno alle mammelle, schizzavano selvaggiamente all’aria aperta come se stessero saltando una staccionata immaginaria, o saltando per essere libere.

Il giorno finì con un crudele tramonto di rosso e di porpora. La campana per la cena suonò, e i tosatori posarono le macchinette e corsero verso la cucina. Il vecchio cuoco aveva un sorriso dolce. Mi tagliò una mezza coscia di agnello.

“Io non riesco a mangiare così tanto”.

“Sicuramente ci riesci”.

Teneva le sue mani incrociate sullo stomaco. Era la fine, per lui.

“Ho un cancro” disse. “Questa è la mia ultima estate”.

Dopo che fu calata l’oscurità i gauchos si sdraiarono contro le loro selle e si stiracchiarono con l’appagamento di carnivori ben nutriti. Gli apprendisti alimentavano con ciocchi di pioppo la stufa di ferro su cui stavano bollendo due bollitori di maté (il maté è una bevanda eccitante simile al caffè, ma di colore verde).

Un uomo presiedeva il rituale. Riempiva i caldi recipienti marroni e il liquido verde schiumava fino all’orlo. Gli uomini si baloccavano i recipienti e sorseggiavano la bevanda amara, parlando del maté nella maniera in cui gli altri uomini parlavano delle donne.

Mi diedero un materasso di paglia, mi raggomitolai sul pavimento e cercai di dormire. Gli uomini tiravano i dadi e il loro conversare cadde sui coltelli. Estrassero le loro lame e paragonarono le loro qualità, tamburellando le punte sul tavolo. La luce veniva da una sola lanterna controvento e le lame scure guizzavano sul muro bianco al di sopra della mia testa. Un tosatore cileno fece dichiarazioni divertenti su cosa il suo coltello avrebbe potuto fare a un gringo (gringo è il termine con cui gli abitanti dell’America latina chiamano uno straniero). Era molto ubriaco.

Un altro uomo disse: “Sarà meglio che lasci dormire il gringo nella mia stanza”.


Appunti Correlati: