Traduzione Clarissa and Septimus


VIRGINIA WOOLF

CLARISSA AND SEPTIMUS

– da MRS DALLOWAY –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

Sciocchezze, sciocchezze! Lei (Clarissa Dalloway) gridava a sé stessa, spingendo le porte a molla del fioraio “da Mulberry”. Avanzò leggera, alta, molto diritta, per essere accolta subito dalla faccia inespressiva di Miss Pym, le cui mani erano sempre (di un colore) rosso brillante, come se fossero state (immerse) nell’acqua fredda insieme ai fiori.

C’erano fiori: dei delfinii (il “delfinio” è il fiore chiamato anche speronella o fiorcappuccio), piselli odorosi, fasci di lillà; e garofani, masse di garofani. C’erano delle rose; c’erano degli iris. Ah, sì – così lei inspirava nel giardino di terra un dolce profumo, mentre stava ferma, parlando con Miss Pym che offriva il suo aiuto e pensava che lei fosse gentile, perché gentile era stata anni addietro; molto gentile, ma appariva più vecchia, quest’anno, volgendo la testa da una parte all’altra fra gli iris e le rose e i ciuffi svolazzanti di lillà con gli occhi socchiusi (lett.: “con i suoi occhi mezzi chiusi”), annusando, dopo il tumulto della strada, il delizioso profumo, la squisita freschezza. E poi, aprendo gli occhi, come sembravano fresche le rose … come biancheria increspata, (arrivata) pulita dalla lavanderia, e riposta in ceste di vimini; e scuri e cerimoniosi i garofani rossi, mentre tenevano le teste sollevate; e tutti quei piselli odorosi allargati nelle loro coppe, spruzzati di viola, bianchi come neve, pallidi: come se fosse sera e fanciulle in abiti di mussola uscissero a raccogliere piselli odorosi e rose, dopo che la splendida giornata d’estate, col suo cielo d’un azzurro quasi nero, i suoi delfinii, i suoi garofani, le sue calle, era terminata; era l’ora tra le sei e le sette, quando ogni fiore – rose, garofani, iris, lillà – s’accende; bianco, violetto, rosso, caldo arancione; ogni fiore sembra risplendere di luce propria, dolcemente, limpidamente, nelle aiuole nebbiose; e come amava le falene bianche e grigie che giravano in tondo, dentro e fuori, sopra la torta di ciliegie, sopra le primule della sera!

E lei cominciò ad andare con Miss Pym da un vaso all’altro, scegliendo – sciocchezze, sciocchezze – diceva a se stessa, sempre più debolmente, come se quella bellezza, quel profumo, quel colore, e la simpatia e la fiducia che Miss Pym dimostrava per lei, fossero un’ondata che lei lasciava scorrere sopra di sé e che vinceva quell’odio, quel mostro, vinceva tutto; e la sollevava sempre più in alto, quando – oh, un colpo di pistola fuori nella strada!

“Cara, queste automobili,” disse Miss Pym, andando verso la vetrina per guardare, e tornando indietro e sorridendo a mo’ di scusa, con le mani piene di piselli odorosi, come se quelle automobili, quei pneumatici delle automobili, fossero una sua colpa.

La violenta esplosione che fece sobbalzare la signora Dalloway, e (fece) andare Miss Pym alla vetrina e poi scusarsi, veniva da un’automobile che s’era accostata al marciapiede, proprio di fronte alla vetrina del negozio di Mulberry. I passanti, i quali, naturalmente, si fermavano e guardavano, ebbero giusto il tempo di vedere una faccia della più grande importanza contro l’imbottitura grigio tortora, prima che una mano maschile tirasse la tendina e non ci fosse più niente da vedere se non un rettangolo di grigio tortora.

Tuttavia, le voci (rumors: “chiacchiere, dicerie”) furono subito in circolazione dalla metà di Bond Street fino a Oxford Street da una parte, e fino alla profumeria Atkinson dall’altra, passando in maniera invisibile e inudibile, come una nuvola, veloci, come un velo di nebbia sui colli, cadendo, infine, con un qualcosa dell’improvvisa posatezza e immobilità di una nuvola, sopra (quelle) facce che un secondo prima erano state completamente turbolente. Ma ora il mistero le aveva sfiorate con le sue ali; avevano udito la voce dell’autorità; lo spirito della religione aleggiava con i suoi occhi bendati stretti e la bocca spalancata. Eppure nessuno sapeva di chi fosse la faccia che era stata vista (lett.: “nessuno sapeva di chi era stata vista la faccia”). Era del principe di Galles, della Regina, del Primo Ministro? Di chi era quella faccia? Nessuno lo sapeva.

Edgar J. Watkiss, con il suo rotolo di tubatura di piombo (avvolto) intorno al braccio, disse a voce alta, con tono assolutamente divertito (lett.: “disse in modo chiaramente udibile, con umorismo”): “La macchina del Primo Ministro”. (La frase The Proime Minister’s Kyar riproduce in modo ironico l’accento irlandese di Watkiss).

Septimus Warren Smith, che si ritrovava impossibilitato a passare (ossia: “che era bloccato nell’ingorgo”), lo sentì. Septimus Warren Smith, sui trent’anni circa, pallido in viso, con il naso aquilino, che portava scarpe marroni e un soprabito trasandato (shabby), con quegli occhi color nocciola che avevano in sé quello sguardo di apprensione che si trasmette anche agli estranei (lett.: “che rende apprensivi anche dei perfetti estranei”). Il mondo ha alzato la sua frusta, dove si abbatterà?

Ogni cosa si era fermata. La vibrazione dei motori risuonava come una pulsazione che rimbomba in maniera irregolare attraverso un intero corpo. Il sole divenne straordinariamente caldo perché quella macchina s’era fermata davanti alla vetrina del negozio di Mulberry; delle vecchie signore, in cima a degli omnibus (omnibus è il nome delle carrozze che venivano utilizzate prima dell’avvento dell’automobile) aprirono i loro ombrellini neri (per guardare al riparo dal sole); qua un (parasole) verde, là uno rosso, si aprirono con un piccolo schiocco.

La signora Dalloway, accostandosi alla vetrina con le braccia piene di piselli odorosi, guardò fuori, con il suo piccolo viso rosato corrugato per la curiosità. Tutti guardavano la macchina. Septimus guardava. I ragazzi sulle biciclette smontavano. Il traffico si accumulava. E l’automobile rimaneva lì, con le tendine abbassate, e su di esse uno strano ghirigoro come (ossia: “dalla forma di”) un albero; Septimus rifletteva, e quel graduale accentrarsi di ogni cosa in un unico punto davanti ai suoi occhi, come se qualcosa di mostruoso fosse sul punto di affiorare alla superficie e fosse lì lì per scoppiare in fiamme, lo terrorizzava. Il mondo ondeggiava e tremava, e minacciava di andare a fuoco. Forse sono io che blocco la strada, pensò. Non era forse che tutti stavano guardando e tutti additavano lui? Forse lui era fermo lì, radicato al suolo, per uno scopo? Ma per quale scopo?

“Andiamo avanti, Septimus,” disse sua moglie, una donna minuta, con grandi occhi in un terreo viso puntuto; una ragazza italiana. Ma la stessa Lucrezia non poteva fare a meno di guardare l’automobile e l’intreccio di rami sulle tendine. C’era forse la Regina lì dentro – la Regina che andava a fare compere?

L’autista, che aveva cercato di aprire qualcosa, di girare qualcosa, di chiudere qualcosa, si rimise al volante. “Su vieni,” disse Lucrezia. Ma suo marito – perché erano sposati ormai da quattro, cinque anni – trasalì, si mosse, e disse: “Va bene!”, in maniera irritata, come se lei lo avesse interrotto. La gente doveva averlo notato; la gente doveva averlo visto. La gente, pensava, guardando la folla che fissava l’automobile, gli inglesi, con i loro bambini e i loro cavalli e i loro abiti, che in un certo qual modo lei ammirava; ma erano (diventati) “la gente”, adesso, perché Septimus aveva detto “Io mi ucciderò”; una cosa orribile da dire. Immaginiamo che lo avessero sentito? Lei guardò la folla. Aiuto, aiuto! Avrebbe voluto gridare ai garzoni dei macellai e alle donne. Aiuto!

Appena l’autunno scorso, lei e Septimus si erano trovati sull’argine del Tamigi (Embankment) avvolti nello stesso mantello e, siccome Septimus leggeva un giornale invece di fare conversazione, lei glielo aveva strappato di mano e aveva riso in faccia al vecchio signore che li aveva visti! Ma chi non nasconde la propria sventura? Lei doveva condurlo via in qualche parco. “Adesso attraversiamo,” disse.

Lei aveva un diritto sul braccio di lui, anche se era (dato) senza amore. Lui avrebbe dato a lei, che era così semplice, così impulsiva, che aveva solo ventiquattro anni, senza amici in Inghilterra, che aveva lasciato l’Italia per amore di lui, (lui avrebbe dato a lei) un pezzo d’osso.

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