Traduzione Klara’s project


DON DeLILLO

KLARA’S PROJECT

da UNDERWORLD – PART I – CHAPTER 2

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

I volontari erano principalmente studenti d’arte, ma c’erano anche altre persone: laureandi in storia, insegnanti in vacanza, nomadi e fuggitivi, un andirivieni continuo, hacker sfibrati in cerca di un mondo senza fili; erano gente che aveva sentito la chiamata, il sussurro all’orecchio che ti spinge fuori dalla porta e dentro una certa zona di gioco esaltato.

Lavorare con le mani. Raschiando e dipingendo. Mescolando la miscela inerte. Guardando le pennellate segnare una superficie. Pigmento. I grassi animali e i polimeri che si fondono per fare questa parola. Furono gentili con me. Loro mangiavano e dormivano in un gruppo di caserme abbandonate ai margini di un’enorme base aerea. Bagni, docce, brande e un deposito viveri improvvisato. Erano una forza-lavoro allegra e versatile, con una serie di competenze. Riparavano oggetti, cantavano canzoni, raccontavano storielle divertenti. Quando il loro numero superava la capacità delle baracche, dormivano in tende militari a due posti, o nei sacchi a pelo, o nelle loro macchine impolverate. Dissi a uno studente con il distintivo dell’accoglienza che non ero lì per lavorare con il pennello o la sabbiatrice, ma solo per vedere il lavoro – l’opera d’arte o il progetto, comunque si chiamasse – e per fare un saluto, se possibile, a Klara Sax.

Gli dissi che non volevo privarli di spazio e lui mi indicò la strada per un motel dove avrei potuto passare la notte, a circa venticinque miglia di distanza, poi mi diede appuntamento, più tardi, in un posto che chiamò “il laboratorio di pittura”.

Mi lavai via la lozione solare dalle mani e dalla faccia, e mi misi in coda per mangiare: panini, kiwi e succo di frutta. Poi mi sedetti a chiacchierare con altri cinque o sei di loro. Erano tutti simpatici. Chiesi del taxi, e mi dissero che era la macchina di qualcuno, e che avevano deciso di dipingerla e decorarla come regalo di compleanno per Klara, qualche giorno prima. Non la macchina in sé, che era stata restituita al proprietario sotto forma di un taxi, ma la verniciatura, il gesto, il senso ancestrale della sua New York. […]

Era una notte limpida, con un turbine di stelle che brillavano basse e vicine, e una brezza dolce che sfiorava la terra. Guidai per circa un minuto e mezzo – non andare a piedi, mi avevano detto – e seguii una fila di catarifrangenti piantati nel terriccio. C’erano un cordone di lampadine e un capannello di jeep, e furgoni, e un’unica lunga struttura di cemento alta poco più di tre metri (lett.: “circa dieci piedi”), divisa, lungo la sua lunghezza, in una dozzina di scomparti grandi come una stanza, e aperti sul davanti e sul retro. Questo era il centro operativo, dove il progetto veniva coordinato: creati i disegni, assegnati i compiti quotidiani, immagazzinata la maggior parte del materiale. Uno degli spazi era pieno di gente, e io individuai un microfono a giraffa, sospeso sopra le teste ammassate. Luci, una telecamera, una donna con il blocco degli appunti – e spettatori (provenienti) dalla forza-lavoro, forse una quarantina di loro, alcuni con maschere protettive a penzoloni sul petto; molti indossavano T-shirt o giubbotti con la stessa scritta che avevo visto prima. Parcheggiai nelle vicinanze, e camminai fino ai margini del gruppo. Mi ci volle un momento per trovare l’oggetto della mia ricerca (the subject: cioé Klara Sax). Lei era seduta su una sedia da regista con un bastone al fianco e una gamba appoggiata su un secchio capovolto. Fumava una sigaretta nera e parlava con la gente mentre la troupe si preparava. […]

La voce di Klara aveva un leggero suono stridulo, e un certo tremolio: la consistenza di un liquido che scivola di qua e di là. “Scrostiamo e sabbiamo (il metallo),” lei disse, “Abbiamo molte sabbiatrici a pistola e tramogge … da quaranta litri … mi sembra che siano. Abbiamo alcune sabbiatrici a pressione, grandi aggeggi su ruote. La maggior parte degli aerei ha soltanto una mano da rimuovere, perché originariamente venivano verniciati tenendo conto soprattutto del peso. Erano costruiti per trasportare bombe; in altre parole: non un bel manto di vernice. Naturalmente questo è un lavoro impossibile. Lavorare all’aperto nel caldo, (fra) la polvere e il vento. Assolutamente impossibile. Troppa polvere, non verniciamo. Un po’ di polvere, verniciamo. Non cerchiamo la precisione. Ci spruzziamo sopra, sabbia grossa e tutto. La spruzziamo, la spariamo, la scagliamo”.

Disse: “Naturalmente gli aerei sono stati spogliati di tutte le componenti che potrebbero ancora essere utili o vendibili a imprenditori privati. Ma le ruote sono ancora lì, i carrelli, perché io non voglio aerei appiattiti sui loro ventri. Così abbiamo bisogno di enorme elevazione per lavorare sulla fusoliera e sulla deriva massiccia. Noi abbiamo persone che stanno sulle scale a pioli con pistole (montate) su pertiche di quattro metri, e abbiamo persone sopra degli stabilizzatori che spruzzano a distanza sulla maledetta coda”. “Ma avete degli aiuti”.

“Noi abbiamo la collaborazione dell’esercito fino a un certo punto. Possiamo dipingere i loro aerei in disuso. Loro ce li lasciano dipingere e promettono di mantenere la località intatta, di isolarla da altri usi e di mantenere l’integrità del progetto. Nessun altro oggetto, non un solo oggetto fisso, può essere piazzato entro un miglio dal pezzo finito. Noi abbiamo anche le sovvenzioni delle fondazioni, abbiamo l’approvazione del Congresso, ogni genere di permesso. Cos’altro? Materiale donato dagli industriali, decine di migliaia di dollari di valore. Ma ancora dobbiamo grattare e rubare per ottenere molte delle cose di cui abbiamo bisogno”. “E l’aria secca del deserto, questo mantiene il metallo integro”. “È secca ed è calda”. “È molto calda, okay?”. “Aerei abbandonati. Come alla fine della Seconda Guerra Mondiale,” disse Klara. “L’unica differenza è… due differenze. La differenza numero uno è che non abbiamo veramente combattuto una guerra questa volta. Abbiamo un certo numero di situazioni postbelliche senza che una guerra sia stata combattuta. E seconda (differenza): non lasceremo che queste grandi macchine muoiano in un campo o vengano vendute come rottami”. “Voi le dipingerete”.

“Siamo in procinto di dipingerle. Le stiamo salvando dalla fiamma ossidrica. Ed è molto strano, lasci che glielo dica, perché trent’anni fa, quando rinunciai a dipingere con il cavalletto, e cominciai a lavorare i miei scarti, mi attaccarono, per questo. E io non ricordo quando il termine per la prima volta entrò in uso, ma alla fine cominciarono a chiamarmi la Bag Lady (ossia: “la Signora della Spazzatura”), che io dissi “Divertente ah-ah”, immaginando che sarebbe durato un mese. Invece il nome mi rimase appiccicato per un bel po’ di tempo e io non mi divertii più”. “Adesso lei è qui nel deserto”.

“Tornata agli scarti. Questa volta non si tratta di lattine di aerosol e scatole di sardine e tappi di shampoo e materassi. Io dipinsi un materasso e qualche lenzuolo. Era la fine del matrimonio numero due e io dipinsi il mio letto, in effetti. Comunque, sì, adesso ho a che fare con bombardieri a lungo raggio B-52. Sto dipingendo aeroplani che sono lunghi centosessanta piedi, con un’apertura alare anche maggiore e un peso complessivo, quando operavano a serbatoi pieni, di circa mezzo milione di pounds (duecentocinquanta tonnellate), non so a serbatoio vuoto – aerei che utilizzavano per portare bombe nucleari, ta-da, ta-da, in tutto il mondo.

“Questo non è un materasso”.

“Le dirò io che cos’è. Questo è un progetto d’arte, non un progetto di pace. Questa è pittura paesaggistica in cui usiamo il paesaggio stesso. Il deserto è fondamentale per quest’opera. È lo sfondo. É la cornice. È le quattro parti dell’orizzonte. Questo è il motivo per cui abbiamo insistito con l’Air Force: una zona sgombra intorno all’opera finita”. “Sì, è vero, il paesaggio”.

“Aspetti. Io non ho finito. Voglio dire che in questo passaggio dagli oggetti piccoli a quelli molto grandi, negli anni che mi ci sono voluti per trovare queste macchine abbandonate, dopo tutto questo, io sto riscoprendo la pittura. E sono ubriaca di colore. Sono posseduta. Lo vedo nel sonno. Lo mangio e lo bevo. Sono una donna che sta impazzendo per il colore”. E guardò il suo pubblico, i suoi collaboratori, brevemente, e loro si ravvivarono e risero.

“Ma la bellezza del deserto”.

“É così vecchio e forte. Io credo che ci faccia emozionare, che ci faccia – come cultura, una qualsiasi cultura tecnologica – sentire che noi non dobbiamo sentirci minacciati da esso. Soggezione e terrore, capisce. Improduttivo” – e scosse una mano e rise – “per l’industria e il progresso, e così via. Così noi usiamo questo posto per sperimentare le nostre armi. È solo logico, certamente. E ci permette di mostrare la nostra supremazia. Il deserto porta i segni visibili di tutte le detonazioni che abbiamo innescato. Tutti i crateri e i segnali di pericolo, le zone vietate e i cippi di sepoltura, le località dove i detriti sono sepolti”.


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