Traduzione Majdanek


IAN McEWAN

MAJDANEK

– da BLACK DOGS – PART III –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

All’inizio della nostra seconda settimana Jenny mi stupì (to astound) chiedendomi di accompagnarla alla città di Lublino, lontana un centinaio di miglia. Voleva visitare il campo di concentramento di Majdanek per scattare delle foto per un amico che stava scrivendo un libro. […]

Lei spiegò che non aveva mai visitato un campo di concentramento prima, e che preferiva andare con qualcuno che potesse considerare come un amico. Quando arrivò a quest’ultima parola, lei sfiorò il dorso della mia mano con le sue dita. Il suo tocco era freddo. Le presi la mano e poi, poiché lei aveva fatto un passo spontaneo (willing) verso di me, la baciai. Fu un lungo bacio nel buio deserto vuoto del corridoio dell’hotel. Al rumore di una maniglia che girava ci fermammo e le dissi che sarei andato volentieri con lei. […]

Il bacio, la sensazione di esso, lo straordinario evento di esso (ossia: “lo straordinario verificarsi di esso”) l’attesa di un altro e di ciò che c’era dopo, mi aveva assorbito per ventiquattro ore. Ma ora, mentre ci dirigevamo fuori attraverso la tetra periferia di Varsavia, consapevoli della nostra meta, questo bacio indietreggiò da noi. Eravamo seduti ben distanti sul sedile posteriore della Lada e (ci) scambiavamo informazioni di base sulle nostre vite. Questo succedeva quando appresi che era la figlia di Bernard Tremaine, il cui nome io conoscevo vagamente da programmi radiofonici e dalla sua biografia di Nasser (Nasser è il nome di un leader politico egiziano, presidente dell’Egitto dal 1955 al 1970). Jenny parlò della separazione dei suoi genitori e dei suoi difficili rapporti con sua madre, che viveva sola in un posto sperduto in Francia e che abbandonò il mondo alla ricerca di una vita di meditazione spirituale. A questo primo accenno su June, io ero già curioso di incontrarla. Io parlai a Jenny della morte dei miei genitori in un incidente stradale quando avevo otto anni, e del fatto che ero cresciuto con mia sorella Jean e mia nipote Sally, per la quale io ero ancora una specie di padre, e di quanto incline io fossi a trasferirmi presso i genitori di altre persone. Penso che già allora noi scherzavamo su come potevo insinuarmi tra gli affetti della suscettibile (prickly) madre di Jenny. […]

Stava nevicando leggermente quando arrivammo. Accogliemmo il consiglio di amici polacchi e chiedemmo di essere lasciati nel centro di Lublino, e da lì partimmo. Io non avevo capito del tutto quanto la città fosse vicina al campo in cui erano stati sterminati tutti i suoi ebrei (lett.: “al campo che aveva consumato tutti i suoi ebrei”), tre quarti della sua popolazione. Sorgevano l’una accanto all’altra, Lublino e Majdanek, materia e antimateria. Ci fermammo fuori dall’entrata principale per leggere un cartello che annunciava che tante centinaia di migliaia di Polacchi, Lituani, Russi, Francesi, Inglesi e Americani erano morti qui. Era molto tranquillo. Non c’era nessuno in vista. Provai una momentanea riluttanza a entrare. Il sussurro di Jenny mi fece trasalire. “Non una parola sugli ebrei. Vedi? Continua ancora. Ed è ufficiale”. Poi aggiunse, più verso sé stessa: “I cani neri”. Queste ultime parole, le ignorai.

Come per il resto, pur ridimensionando l’iperbole (l’iperbole è una figura retorica che consiste nell’ingigantire la realtà per rendere più incisivo il proprio discorso), la verità residua fu sufficiente per trasformare in un istante Majdanek, ai miei occhi (for me), da monumento, (da) onorevole sfida civica all’oblio, in una malattia dell’immaginazione e in un pericolo vivente, una complicità appena consapevole con il male. Presi sottobraccio Jenny ed entrammo, superati i reciti esterni, superata la guardiola che era ancora in funzione. Sulla sua porta si trovavano due bottiglie piene di latte. Un dito di neve era la più recente aggiunta alla pulizia ossessiva del campo. Noi camminammo attraverso la terra di nessuno, e lasciammo le braccia cadere sui nostri fianchi. Davanti c’erano le torri di guardia, (simili a) tozze palafitte (huts on stilts: “capanne su pali”) con tetti spioventi e traballanti scale di legno; esse controllavano lo spazio tra la doppia recinzione interna. Contenute da questa, le baracche, più lunghe, più basse e molto più numerose di quelle che avevo immaginato. Riempivano il nostro orizzonte. Dopo di quelle, a fluttuare libero contro il cielo bianco-arancione, come un lurido vaporetto (tramp steamer) con un solo fumaiolo, c’era l’inceneritore.

Noi non parlammo per un’ora. Jenny lesse le sue istruzioni e scattò le foto. Seguimmo un gruppo di ragazzi di una scolaresca in una baracca, dove erano stipate delle gabbie metalliche piene di scarpe, decine di migliaia di queste, piatte e arricciate come frutta secca. In un’altra baracca, ancora scarpe, e in una terza, incredibilmente, di più, non più ingabbiate, ma sparse a migliaia sul pavimento. Io vidi uno scarpone chiodato accanto alla scarpa di un bambino la cui decorazione di un agnellino ancora si intravedeva attraverso la polvere. La vita si trasformava in ciarpame. L’esagerata proporzione numerica, i numeri facili da dire – decine e centinaia di migliaia, milioni – negavano all’immaginazione l’appropriata compassione, la sua giusta comprensione della sofferenza, e uno era attirato insidiosamente nel presupposto del carnefice: che la vita non valeva nulla, un rifiuto da ammucchiare (lett.: “da essere riunito in mucchi”). Mentre andavamo avanti, le mie emozioni si spensero. Non c’era niente che potevamo fare per aiutare. Non c’era nessuno da nutrire o da liberare. Passeggiavamo come turisti. O venivi qui e ti disperavi, oppure affondavi le mani più profondamente nelle tue tasche e stringevi i tuoi spiccioli (loose change) caldi, e trovavi che avevi fatto un passo più vicino agli autori dell’incubo (lett.: “tra coloro che avevano sognato quell’incubo”). Questa era la nostra inevitabile vergogna, la nostra parte nella sofferenza. Eravamo dall’altra parte, qui (ossia: “dentro Majdanek”) noi camminavamo liberamente come faceva un tempo il comandante, o il suo capo politico, ficcando il naso qua e là, conoscendo la via d’uscita, nella piena certezza del nostro prossimo pasto.

Dopo un po’ non riuscivo più a sopportare le vittime e pensavo soltanto ai loro persecutori. Stavamo camminando tra le baracche. Come erano state costruite bene, come avevano resistito bene! I sentieri puliti univano ogni ingresso al viottolo su cui eravamo. Le baracche si estendevano così lontane, davanti a noi, che non riuscivo a vedere la fine della fila. E questa era solo una fila, in una parte del campo, e questo era solo un campo, uno dei più piccoli, nel confronto. Sprofondai in un’ammirazione invertita, in una lugubre meraviglia: sognare questa iniziativa, progettare questi campi, costruirli e sopportare tali dolori, allestirli, farli funzionare e mantenerli, e disporre in ordine, da città e da villaggi, il loro carburante umano. Quanta energia, quanta dedizione. Come si poteva iniziare a chiamarlo “un errore”? Noi ci incontrammo di nuovo con i ragazzi (della scolaresca) e li seguimmo nella costruzione di mattoni con il camino. Come tutti gli altri, notammo il nome del costruttore sulle porte del forno. Un ordine speciale soddisfatto con prontezza. Vedemmo un vecchio contenitore di acido cianidrico, Zyklon B, fornito dalla ditta Degesch. Sulla nostra via d’uscita Jenny parlò per la prima volta in un’ora per dirmi che in un solo giorno nel novembre del 1943 le autorità tedesche avevano mitragliato 36.000 ebrei di Lublino. Li fecero sdraiare in fosse gigantesche e li massacrarono al suono di musica da ballo amplificata. Parlammo ancora del cartello fuori dall’ingresso principale, e della sua omissione. “I Tedeschi hanno fatto il lavoro per sé. Anche adesso che non ci sono più ebrei, loro ancora li odiano,” disse Jenny. Ad un tratto ricordai: “Cos’era che hai detto sui cani?”. “Cani neri. È una frase di famiglia, di mia madre”. Lei stava per spiegare di più, poi cambiò idea. Lasciammo il campo e tornammo a piedi a Lublino. Io vidi per la prima volta che era una bella città. Era sfuggita alla distruzione e alla ricostruzione post-bellica che avevano sfigurato Varsavia. Noi stavamo in una ripida stradina di ciottoli umidi che un brillante tramonto invernale color arancione aveva trasformato in pezzi d’oro. Era come se fossimo stati rilasciati da una lunga prigionia, ed eravamo entusiasti di essere di nuovo parte del mondo, dell’ordinarietà della banale ora di punta di Lublino. Quasi inconsciamente, Jenny mi prese sottobraccio e lasciò liberamente la sua macchina fotografica nella sua tracolla, mentre mi raccontava una storia su un amico polacco che era andato a Parigi per studiare cucina (ossia: “per fare un corso di cucina”).

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