Traduzione The donkey didn’t cry out


NADINE GORDIMER

THE DONKEY DIDN’T CRY OUT

– da BURGER’S DAUGHTER – PART I –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

Lo sterrato andava avanti e avanti. Ero intrappolata nel contro-sistema di comunicazioni che non compare sulle mappe stradali e dà accesso a “luoghi” che non appaiono in nessuna pianta dei dintorni di una città. Io ero ostinata, sicura che lo sterrato sarebbe stato incrociato da un altro (sterrato) che conduceva alla strada principale, da qualche parte; c’era un cimitero mezzo chilometro oltre la prateria (veld), con gli autobus a nolo tanto imponenti quanto edifici improvvisi, e quella massa di gente nera e di ombrelli neri – come un cumulo di certe messi scure stagliate sulla pallida distesa della prateria – che caratterizza un funerale del sabato. Infilai una strada sterrata curva senza cartelli stradali, proprio mentre uno di quei carretti tirati da asini, che sopravvivono sulle strade fra questi posti che non esistono, si stava avvicinando, lungo uno sterrato, dalla direzione opposta. Il riflesso del guidatore mi indusse a rallentare, prevedendo (lett.: “in previsione del fatto”) che il carretto potesse svoltare e farsi avanti senza calcolare la velocità dell’auto in arrivo. Ma c’era qualcosa di strano nel profilo dell’asino, del carretto e del conducente; (qualcosa di) convulso, anche se il carretto non stava venendo più vicino. Appena mi avvicinai, vidi una donna e un bambino accovacciati sotto dei sacchi, le teste sobbalzavano dondolando; mentre l’uomo alla guida stava in piedi sul carretto, in una posizione selvaggiamente precaria a gambe divaricate, con i calzoni strappati. Improvvisamente il suo corpo si arcuò all’indietro con un braccio sollevato contro il cielo e vacillò come se gli avessero sparato, e in quell’istante l’asino venne piegato da un crollo che sembrò trascinare le sue quattro zampe e la testa giù verso il centro del suo corpo, (come) in un cappio, poi scaraventò testa ed estremità di nuovo in fuori; e l’uomo si curvò ancora con violenza, e la bestia si raggomitolò ancora su sé stessa e tornò a dilatarsi.

Non vidi la frusta. Vidi l’agonia. L’agonia che veniva da un qualche terribile punto centrale situato dentro al gruppo dell’asino, del carretto, del conducente e delle persone dietro di lui. Formavano un unico oggetto che si contraeva su se stesso nella disperazione di una terribile energia finale. Senza vedere la frusta, vedevo l’inflizione della sofferenza, staccata dalla volontà che la produce; completamente staccata, una forza autonoma (lett.: “esistente di per sé”), uno stupro senza lo stupratore, una tortura senza il torturatore, una furia, pura crudeltà andata oltre il controllo degli esseri umani che hanno dedicato migliaia di anni a concepirla.

La totale ingegnosità, dal serrapollici e dal cavalletto (strumenti di tortura) all’elettroshock, l’infinita varietà e gradazione della sofferenza (creata) dalla frusta, dal terrore, dalla fame, dall’isolamento – i campi: di concentramento, di lavoro, di rimozione coatta, Siberie di neve e di sole, le vite di Mandela, Sisulu, Mbeki, Kathrada, Kgosana, beccate dai gabbiani sull’Isola (Gordimer allude al penitenziario che sorgeva sull’isola di Robben Island), Lionel (ossia Lionel Burger, il padre della protagonista) ridotto a uno scheletro sorretto da due guardie, i morti per interrogatorio, i corpi caduti giù dall’altezza del John Vorster Square (John Vorster Square è il nome di un altro penitenziario, teatro di defenestrazioni di detenuti), i morti per disidratazione, i bambini sventrati dall’enterite nei “luoghi” della segregazione, le luci che tutta la notte colpiscono i visi di quelli nelle celle – Conrad (Conrad è l’uomo amato dalla protagonista): ti sto evocando, ti ritrascino qui dovunque tu sia per ascoltarmi – tu non sai che cosa ho visto, che cosa c’è da vedere, tu non vedrai, tu sei fermo per bonaccia (ossia: “prigioniero, intrappolato, bloccato”) su un oceano deserto.

Soltanto quando raggiunsi il carretto, oltre la striscia di prateria, riuscii a scorgere la frusta. L’asino non gridava. Perché l’asino non emetteva quel bestiale sbuffo e strido di tormento che ho udito emettere da altri asini non nella sofferenza, ma perché in calore? Non gridava.

Era stato picchiato e picchiato ancora. Il dolore non era una sorpresa, non esiste un modo di uscire dalle stanghe (del carro). Quel cencioso di un uomo nero era anziano, dalla posizione delle gambe e dall’incuria della barba che si affacciava sotto un vecchio cappello della forma di un cono informe, calato sulla faccia. Proseguii in folle (rolled) fino a una fermata al di là di ciò che avevo visto; l’auto semplicemente sfuggì alla pressione del mio piede e non mi portò più in là. Io sedetti lì con la testa voltata fortemente e le spalle curve contro il collo, addossate alle mie orecchie per proteggermi dai colpi (ossia: “sedetti raggomitolata per non ascoltare”).

E poi misi il piede giù (ossia: “e poi schiacciai il pedale”) e andai avanti, ondeggiando come un’ubriaca lungo la strada, fermandomi per guardarmi indietro mentre le percosse ancora continuavano, e quella forza lì, carretto, donna e bambino terrorizzati, l’asino e l’uomo, a strattoni e a scatti sobbalzavano zigzagando sotto la frusta. Io dovevo soltanto girare la macchina nella strada vuota e arrivare sino a quel folle fregio sullo sfondo del tramonto che mi strappava gli occhi.

Quando guardavo in quella direzione, tutto quello che potevo vedere era la sagoma nera che si agitava convulsamente attraverso gli interstizi della quale sbucavano fari di accecante polvere luminosa. La cosa era come un’esplosione. Io dovevo solamente andare di gran carriera sulla scena con la mia macchina e la mia autorità di bianca. Avrei potuto urlare ancora prima di scendere, urlare di smettere! – e poi sarei stata là davanti, ineludibile, furia e giustizia, potenza, davanti a loro, la donna e il bambino spaventati e l’uomo brutale e ubriaco, con la mia conoscenza di come consegnarli alla polizia, per farlo perseguire come meritava, e come avrebbe dovuto essere (perseguito), per portargli via quella povera, sofferente cosa di sua proprietà, che lui maltrattava. Avrei potuto riferire tutto quello che erano, come l’atto di cui ero stata testimone; loro avrebbero avuto le loro vite ufficialmente riassunte per loro, quantomeno da me, la donna bianca – il significato ultimo di una giornata che avevano vissuto e di cui io non sapevo nulla, una giornata di altre cose terribili, violenza, disastri, bisogni, privazioni che all’improvviso si sarebbe compiuta, era nient’altro che ciò a cui aveva condotto: l’uomo fra di loro che picchiava il loro asino. Avrei potuto farla smettere, quell’atrocità; in quel momento io ero testimone. Cos’altro può fare una persona? Quel tipo di vecchio, quella gente, contadini che vivono nell’unica maniera che conoscono, in un “luogo” che non esiste sulla carta, avrebbero avuto paura di me. Avrei potuto farla smettere, con loro, senza alcun rischio per me. Nessuno avrebbe raccolto una pietra. Ero al sicuro dalla frusta. Mi sarei potuta mettere tra loro e la sofferenza: la sofferenza dell’asino. Non appena mi fossi piantata davanti a loro sarebbe stato di nuovo così: la sofferenza di un asino. Continuai a guidare. Non so fino a che punto per me abbia un senso intervenire. […]

Continuai a guidare perché l’orribile ubriaco era nero, povero e brutalizzato. Se qualcuno dev’essere considerato responsabile, io sono responsabile per lui, per lui, come lui lo è per l’asino. E tuttavia la sofferenza – mentre la vedevo era per me la somma della sofferenza. Non feci nulla. Lasciai che picchiasse l’asino. L’uomo era un nero. Così una sorta di vanità pesò più dei sentimenti; non sopportavo di vedere me stessa – lei – Rosa Burger – come uno di quei bianchi che riescono a preoccuparsi più degli animali che delle persone. Da quando sono libera, sono libera di diventare così.

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