Traduzione They sang the world into existence


BRUCE CHATWIN

THEY SANG THE WORLD INTO EXISTENCE

– da THE SONGLINES – CHAPTER III –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

La mia ragione per venire in Australia era di cercare di imparare da me, e non dai libri di altri uomini, che cosa fosse una Via dei Canti – e come funzionasse.

Ovviamente, non stavo entrando nel cuore della materia, né lo avrei voluto. Avevo chiesto ad un’amica, ad Adelaide, se conosceva un esperto. Mi diede il numero di telefono di Arkady.

“Ti dispiace se uso il mio taccuino?” chiesi.

“Fai pure”.

Tirai fuori dalla tasca un taccuino con la copertina di tela cerata nera, le sue pagine tenute a posto da una fascia elastica.

“Bel taccuino,” disse lui.

“Li compravo a Parigi,” dissi. “Ma ora non li fanno più”.

“Parigi?” ripeté, alzando un sopracciglio come se non avesse mai ascoltato nulla di tanto pretenzioso.

Poi strizzò l’occhio e continuò a parlare.

Per capire il concetto di Tempo del Sogno, disse, devi considerarlo come un equivalente aborigeno dei primi due capitoli della Genesi – con una significativa differenza.

Nella Genesi, Dio prima creò gli “esseri viventi” e poi plasmò il Padre Adamo dall’argilla. Qui in Australia, gli Antenati crearono sé stessi dall’argilla, centinaia e migliaia di loro, uno per ogni specie totemica.

“Così quando un Aborigeno ti dice “Io ho un Sogno Wallaby (il wallaby è un piccolo animale simile al canguro),” intende “Il mio totem è un Wallaby. Io sono un membro del clan Wallaby”.

“Quindi un Sogno è un clan, un emblema? Un contrassegno per distinguere “noi” da “loro”? “La nostra terra” dalla “loro terra”?”

“Molto più di questo,” disse lui.

Ogni Uomo Wallaby credeva di essere disceso da un universale Padre Wallaby, che era l’antenato di tutti gli altri Uomini Wallaby e di tutti i wallaby esistenti.

I wallaby, pertanto, erano suoi fratelli. Uccidere uno di essi per mangiarlo (lett: “per cibo, come cibo”) era insieme fratricidio e cannibalismo.

“Eppure,” insistetti “L’uomo non era un wallaby più di quanto gli Inglesi siano leoni, i Russi orsi, o gli Americani aquile bianche …”

“Ogni specie,” disse, “può essere un Sogno. Un virus può essere un Sogno. Tu puoi avere un Sogno varicella, un Sogno pioggia, un Sogno arancio del deserto, un Sogno pidocchi. Nelle Kimberleys ora hanno un Sogno denaro”.

“E i Gallesi hanno i porri, gli Scozzesi i cardi e Dafne fu trasformata in alloro”.

“La stessa vecchia storia,” disse.

Proseguì per spiegare come si credesse che ogni antenato totemico, mentre viaggiava attraverso il paese, avesse sparso una scia di parole e note musicali lungo il tracciato delle sue orme, e come queste Tracce di Sogno permanessero sulla terra come “vie” di comunicazione tra le tribù più distanti.

“Una canzone,” disse, “era insieme una mappa e uno strumento per determinare la direzione. Purché tu conoscessi la canzone, avresti sempre potuto trovare la tua strada attraverso il paese”.

“E un uomo in “Walkabout” stava sempre percorrendo una delle Vie dei Canti?” (Il termine antropologico “Walkabout”, “Camminare in giro”, definisce i lunghi viaggi rituali che gli Aborigeni australiani compiono nel deserto).

“Nei vecchi tempi, sì,” concordò. “Al giorno d’oggi viaggiano in treno o in macchina”.

“Ritieni che un uomo deviasse dalla sua Via dei Canti?”

“Avrebbe sconfinato. Avrebbe potuto essere ferito con un colpo di lancia per questo”.

“Viceversa, fintanto che si fosse mantenuto sulla pista, avrebbe sempre trovato persone che condividevano il suo Sogno, che erano, di fatto, suoi fratelli?”

“Sì”.

“Dalle quali poteva aspettarsi ospitalità?”

“E viceversa”.

“Così una canzone è una specie di passaporto e di buono-pasto?”

“Di nuovo, è più complicato”.

In teoria, alla fine, l’intera Australia poteva essere letta come uno spartito musicale. Difficilmente c’era una roccia o un ruscello, nel paese, che non potesse essere o non fosse stato cantato. Forse uno dovrebbe visualizzare le Vie dei Canti come degli spaghetti dell’Iliade e dell’Odissea, che si intrecciano in varie direzioni, in cui ogni “episodio” era leggibile in termini geografici.

“Dicendo episodio,” dico, “intendi dire “luogo consacrato”?”

“Sì”.

“Il tipo di spazio che stai ispezionando per la ferrovia?”

“Mettila in questo modo,” disse. “Ovunque, nella boscaglia, puoi indicare qualche elemento del paesaggio e chiedere all’Aborigeno con te, “Che storia c’è là?” o “Chi è quello?” Le possibilità sono che lui risponderà “Canguro” o “Budgerigar” (il budgerigar è un piccolo pappagallo australiano), o “Lucertola”, a seconda di quale antenato compì quella strada”.

“E la distanza tra due siti di questo genere può essere misurata come una porzione di canto?”

“Questo,” disse Arkady, “è il motivo di tutti i miei problemi con la gente della ferrovia”.

Una cosa era persuadere un ispettore che un mucchio di massi fossero le uova del Serpente Arcobaleno, o che un pezzo di arenaria rossiccia fosse il fegato di un canguro trafitto da una lancia. Diverso è stato convincerlo che una piatta distesa di ghiaia fosse l’equivalente musicale dell’Opera 111 di Beethoven.

Creando il mondo col cantarlo, disse, gli Antenati erano stati poeti nel significato originario di poiesis (“poiesi”) che significa “creazione”. (Il termine “poesia” deriva infatti dal verbo greco “poieo” che significa “creare”). Nessun Aborigeno avrebbe potuto concepire che il mondo creato fosse imperfetto sotto qualche aspetto. La sua vita religiosa aveva un solo scopo: preservare la terra nella forma che aveva e che avrebbe dovuto avere. L’uomo che andava in “Walkabout” stava facendo un viaggio rituale. Calpestava le orme degli Antenati. Cantava strofe dell’Antenato senza cambiare una parola o una nota – e così ricreava il Creato.

“A volte,” disse Arkady, “capiterà che mi troverò a portare i “miei vecchi” attraverso il deserto, e arriveremo a una catena di dune di sabbia, e all’improvviso tutti loro inizieranno a cantare. “Cosa state cantando, voi, gente?” domanderò, e loro diranno: “Cantiamo il paese, capo. Fa venire fuori la terra più in fretta”.

Gli Aborigeni non riuscivano a credere che il paese esistesse finché non potevano vederlo e cantarlo – esattamente come, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.

“Così la terra,” dissi, “Deve per prima cosa esistere come un concetto nella mente. Poi deve essere cantata. Solo allora si può dire che esiste …”

“Esatto”.

“In altre parole, “esistere” è “essere percepito”?”

“Sì”.

“Assomiglia in modo sospetto alla confutazione della materia del vescovo Berkeley”. (George Berkeley è stato un filosofo irlandese sostenitore dell’idea che non esistono sostanze materiali indipendenti dalla percezione che ne abbiamo).

“Oppure al Buddhismo della Mente Pura,” disse Arkady, “che pure vede il mondo come un’illusione”.

“Dunque io credo che queste trecento miglia d’acciaio, che tagliano in due innumerevoli canzoni, sono destinate a turbare l’equilibrio mentale dei tuoi “vecchi” …”

“Sì e no,” disse. “Loro sono molto duri, emotivamente, e molto pragmatici. Inoltre, hanno visto molto di peggio di una ferrovia”.

Gli Aborigeni hanno imparato che tutte le “cose viventi” furono create in segreto sotto la crosta terrestre, così come l’equipaggiamento dell’uomo bianco – i suoi aeroplani, i suoi fucili, le sue Toyota Land Cruisers – e ogni (altra) invenzione che sarà prima o poi inventata; dormendo sotto la superficie, le cose aspettano il loro turno per essere evocate.

“Forse,” suggerii, “potrebbero cantare all’indietro la ferrovia nel mondo creato da Dio?”

“Ci puoi scommettere” disse Arkady.

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