Traduzione We should get the war over


ERNEST HEMINGWAY

WE SHOULD GET THE WAR OVER

– da A FAREWELL TO ARMS – CHAPTER 9 –

– TRADUZIONE IN ITALIANO –

“Io credo che dovremmo portare a termine la guerra,” dissi. “Non finirebbe se una parte (ossia: “se una delle due forze belligeranti”) smettesse di combattere. Sarebbe soltanto peggio se noi smettessimo di combattere”. “Non potrebbe essere peggio,” disse Passini con rispetto. “Non c’è nulla di peggio della guerra”. “La sconfitta è peggio”. “Non lo credo,” disse Passini sempre con rispetto. “Che cosa è la sconfitta? Torni a casa”. “Loro ti inseguono. Si prendono la tua casa. Si prendono le tue sorelle”. “Non lo credo,” disse Passini. “Non possono fare questo a tutti. Lascia che ognuno difenda la propria casa. Lasciali tenere le sorelle in casa”. “Ti impiccano. Vengono e ti fanno fare di nuovo il soldato (lett.: “e ti fanno essere di nuovo un soldato”). Non nelle autoambulanze, nella fanteria”.

“Non possono impiccare tutti”. “Una nazione straniera non può farvi fare il soldato,” disse Manera. “Alla prima battaglia scappate tutti”. “Come i cecoslovacchi (i cecoslovacchi avevano la fama di essersi rifiutati di combattere per gli austriaci)”. “Credo che non sappiate nulla sul fatto di essere assoggettati, e così credete che non sia male”.

“Tenente,” disse Passini. “Noi capiamo, ci lasci parlare. Ascolti. Non c’è niente così brutto come la guerra. Noi nell’autoambulanza non possiamo capire neppure minimamente quanto brutta essa sia. Quando le persone capiscono quanto brutta essa sia, non possono fare niente per fermarla, perché impazziscono. Ci sono alcune persone che non arrivano a capirlo mai. Ci sono persone che hanno paura dei loro ufficiali. È con loro che viene fatta la guerra”.

“So che è brutto, ma dobbiamo finirla”.

“Non finisce. Non c’è fine per una guerra”. “Sì che c’è”. Passini scosse la testa. “La guerra non si vince con la vittoria. Cosa (succederebbe) se prendessimo il San Gabriele? Cosa (succederebbe) se prendessimo il Carso e Monfalcone e Trieste? A che punto saremmo allora? Ha visto tutte quelle montagne lontane, oggi? Crede che potremmo prenderle tutte anche quelle? Solo se gli austriaci smettessero di combattere. Una parte deve smettere di combattere. Perché non smettiamo noi di combattere? Se loro scendono in Italia si stancheranno e andranno via. Hanno già il loro paese. Ma no, invece c’è la guerra”.

“Sei un oratore”. “Noi pensiamo. Noi leggiamo. Non siamo contadini. Siamo meccanici. Ma perfino i contadini credono in qualche cosa di meglio di una guerra. Tutti odiano questa guerra”.

“C’è una classe, che controlla il paese, che è stupida e non capisce niente e mai potrà (capire). È per questo che abbiamo questa guerra”. “E inoltre ci ricavano denaro”. “La maggioranza di loro no,” disse Passini. “Sono troppo stupidi. Lo fanno per niente. Per stupidità”. “Dobbiamo star zitti,” disse Manera. “Parliamo troppo perfino per il tenente”.

“A lui piace,” disse Passini. “Lo convinceremo”.

“Ma ora dobbiamo star zitti,” disse Manera. “Non mangiamo ancora, tenente?”, chiese Gavuzzi. “Vado e controllo,” dissi. Gordini si alzò e uscì fuori insieme a me. “C’è qualcosa che posso fare, tenente? Posso aiutare in qualche modo?” Era il più silenzioso dei quattro. “Vieni con me, se vuoi,” dissi, “e vedremo”.

Fuori era buio e la lunga luce proveniente dai riflettori si stava muovendo sulle montagne. C’erano grossi riflettori su quel fronte, montati sui camion che ogni tanto superavi sulla strada di notte, proprio dietro alle linee (del fronte), il camion fermo ai margini della strada, mentre un ufficiale dirigeva la luce e le truppe si terrorizzavano. Attraversammo la fornace e ci fermammo alla stazione di medicazione principale. Fuori c’era un piccolo riparo di frasche verdi, in corrispondenza dell’ingresso, e nel buio il vento della notte agitava le foglie seccate dal sole. Dentro c’era una luce. Il maggiore era al telefono, seduto su una cassa. Uno degli ufficiali medici disse che l’attacco era stato rimandato di un’ora. Mi offrì un bicchiere di cognac. Guardai i tavoli di legno, gli strumenti che scintillavano alla luce, le bacinelle e le bottiglie già pronte (lett.: “stappate”). Gordini rimase in piedi dietro di me. Il maggiore si alzò dal telefono.

[…]

Mangiai il resto del mio pezzo di formaggio e bevvi un sorso di vino. Attraverso gli altri rumori udii un colpo di tosse, poi venne uno sciu-sciu-sciu-sciu – poi ci fu una vampata, come quando lo sportello di un altoforno si spalanca, e uno strepito, che incominciò bianco e divenne rosso e continuò in uno spostamento d’aria. Cercai di respirare, ma il respiro non volle venire e mi sentii scagliato a tutta forza fuori da me stesso, e fuori e poi fuori e ancora fuori, e sempre a tutta forza nel vento. Andai fuori velocemente, con tutto me stesso, e sapevo che ero morto e che era stato assolutamente un errore pensare che saresti semplicemente morto. Poi tornai a galla, e invece di risalire mi sentivo scivolare all’indietro. Respirai e mi ritrovai indietro. Il terreno era a pezzi, e davanti alla mia testa c’era una trave di legno schiantata. Nello stordimento della mia testa udii qualcuno gridare. Pensai che qualcuno stesse urlando. Cercai di muovermi, ma non riuscivo a muovermi. Sentii le mitragliatrici e i fucili che sparavano al di là del fiume e tutto il lungo fiume.

C’era un enorme schizzare d’acqua e vidi le stelle dei proiettili salire, ed esplodere, e galleggiare con una luce bianca, e poi i razzi che salivano, e udii le bombe, tutto questo in un attimo, e poi udii vicino a me qualcuno che diceva: “Mamma mia! Oh, mamma mia!”. Feci forza e mi contorsi e finalmente liberai le mie gambe e mi voltai e lo toccai. Era Passini e quando lo toccai urlò. Le sue gambe erano (rivolte) verso di me e vidi negli squarci luminosi (lett.: “nell’oscurità e nella luce”) che erano tutte e due sfracellate sopra il ginocchio. Una gamba era scomparsa e l’altra era trattenuta dai tendini e da una parte del pantalone, e il moncone si contraeva e vibrava come se non fosse attaccato. Lui si mordeva il braccio e si lamentava, “O mamma mia, mamma mia,” poi, “Dio ti salvi, Maria. Dio ti salvi, Maria. Oh, Gesù uccidimi, Cristo uccidimi, mamma mia, mamma mia, oh purissima amata Maria uccidimi. Basta. Basta. Oh Gesù, amata Maria, basta. Oh, oh, oh, oh,” si lamentava ancora, “Mamma, mamma mia”. Poi rimase zitto, mordendosi il braccio, col moncone della gamba che (ancora) si contorceva.

“Porta feriti!” gridai tenendo le mani a coppa. “Porta feriti!” Cercai di avvicinarmi a Passini per cercare di mettergli un laccio alle gambe, ma non riuscivo a muovermi. Provai di nuovo e le mie gambe si mossero un poco. Riuscii a spingermi indietro con le braccia e i gomiti. Passini ora stava zitto. Sedetti accanto a lui, mi aprii la giubba e cercai di strappare un pezzo della mia camicia. Non si volle strappare, e diedi un morso all’orlo della stoffa per incominciare. Poi pensai alle sue fasce (le fasce mollettiere erano un capo di abbigliamento tipico dei soldati della Prima Guerra Mondiale, utilizzate per proteggere i polpacci). Io avevo i calzerotti di lana, ma Passini indossava le fasce. Tutti gli autisti indossavano le fasce, ma Passini aveva solo una gamba. Sciolsi la fascia e, mentre lo stavo facendo, mi accorsi che non c’era bisogno di provare e di fare un laccio, perché era già morto. Mi accertai che fosse morto. C’erano altri tre da individuare. Mi sedetti diritto e mentre facevo così, qualcosa dentro la mia testa si mosse come i meccanismi degli occhi di una bambola e mi colpì dentro, nel retro delle mie pupille. Le mie gambe erano calde e bagnate, e le scarpe erano bagnate e calde dentro. Sapevo che ero stato colpito, mi curvai e misi la mia mano sul ginocchio. Il mio ginocchio non era lì. La mano entrò, e il ginocchio era giù, sulla tibia. Mi asciugai la mano sulla camicia, e un’altra luce fluttuante venne giù molto lentamente e io mi guardai la gamba ed ebbi una grande paura. Oh, Dio, dissi, fammi uscire da qui. Sapevo, però, che ci dovevano essere altri tre. C’erano quattro autisti. Passini era morto. I tre rimasti. Qualcuno mi prese sotto le braccia e qualcun altro mi sollevò le gambe.

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